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« I meccanismi di clientelismo politico che la diga del Vajont contribuisce ad edificare plasmano una costante politica perversa: salvare all'infinito il sistema che li ha prodotti ed eretti. Stanno scritte in questo strato profondo le ragioni dell'insabbiamento di tutti i processi in cui è stato chiamato a rispondere lo Stato ed è in questione l'operato di organismi politico-istituzionali. Il "disastro del Vajont" inaugura questa deleteria tendenza che avrà nelle stragi impunite degli anni '60, '70 e '80 le sue punte di diamante. Un sistema che, per un riflesso pavloviano, non ammette censura e insabbia sistematicamente la ricerca della verità, non può che decolpevolizzarsi e deresponsabilizzarsi sistematicamente. Il "caso Vajont", anche per questo, non poteva essere riaperto; e nemmeno poteva tornare in circolo tutta la documentazione scottante sottratta alla discussione pubblica»



VAJONT, METAFORA ITALIANA (*)
Considerazioni sparse

1)Pare necessaria, in primo luogo, una contestualizzazione storico-politica.Siamo nel pieno della crisi del centrismo democristiano che aveva affidato allosviluppo industriale il compito di integrare e neutralizzare il conflittosociale e all'atlantismo la funzione di emarginare, tenendola sotto controllo,l'opposizione di sinistra (in particolare, il Pci). Innovazione industriale einnovazione atlantica vanno a braccetto e diventano il coagulante di unefficace ed efficiente sistema di alleanze. All'interno, lo sviluppo si esprimeattraverso una repressione strisciante; all'esterno, l'atlantismo si qualificacome conservatorismo politico e anticomunismo viscerale[1].Nei confronti della "repressione silenziosa"[2] operata dal centrismo democristiano edal "miracoloeconomico" le sinistre (in specie, il Pci) appaiono largamente spiazzate,abbarbicate su posizioni politiche arcaiche e, per lo più, caratterizzateideologicamente. Si misura, soprattutto, a questo livello l'inadeguatezza del"fronte di sinistra". Solo l'invasione dell'Ungheria del 1956 scuoterà le acquestagnanti del "frontismo", con la virata nenniana in direzione riformista eautonomista[3]. Non apparesorprendente se, qualche anno dopo, il tema del neocapitalismo sarà affrontatoda un socialista eretico come R. Panieri, dalle colonne di una rivistamilitante come "Quaderni Rossi" (a lungo criminalizzata sia dal Pci che dalPsi) e non già dalla sinistra morandiana del Psi e tantomenodall'intellettualità di area Pci.

Ora, sul piano strettamente economico, gli anni '50 si qualificano essenzialmenteper il regolare e massivo intervento dello Stato in economia, in funzione dellapromozione dello sviluppo e riallocazione delle risorse. Il centrismodegasperiano, il neocentrismo fanfaniano e moroteo e la programmazioneeconomica (abortita) del centrosinistra trovano nello Stato pianificatore edimprenditore uno dei loro punti di forza (e, come si vedrà qualche decenniodopo, di debolezza). Il flusso degli investimenti di capitale pubblico infunzione di sviluppo funge anche come allocatore e intercettore di consensopolitico. Alla politica sono  attribuiteferree funzionalità economiche, così come all'economia sono sovrimposterigorose funzionalità politiche: economia e politica si trovano avvinte in uncerchio di ferro, costituendo un inedito sistema di costruzione del consenso eun ancora più inedito sottosistema di clientelismo politico.

 

2)La costruzione della diga del Vajont si inserisce nell'alveo delle politichedegli investimenti pubblici inaugurate dal centrismo negli anni '50, di cui sivuole, in un certo senso, celebrare l'apoteosi faraonica. Con la costruzione egestione della diga, lobbies economico-politche locali, ben ramificate nellestrutture centrali e periferiche del "potere democristiano", intendonoconvertire il loro monopolio del territorio in dominanza politica.La Dc veneta fa qui la sue prime "prove del fuoco", per promuoversi comecomponente condizionante e vincolante degli equilibri di potere interni alpartito e al governo. Da questo punto di vista, la diga del Vajont è uno deiprimi passaggi che vedono l'accumulo di forza da parte del rampantismodemocristiano veneto, a cui si deve la proliferazione del doroteismo, quellacomponente Dc maggiormente vocata e specializzata nella gestione disincantata ecinica del potere.

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Il torto maggiore del Pci e delle sinistre sta nell'inquadrare il "disastro del Vajont" nei puri termini dell'etica pubblica, classificandola come un semplice caso di corruzione politica e incapacità tecnica. In questo modo, i moduli culturali sottostanti ed il modello politico sovrastante alla "sciagura" restano celati e non adeguatamente confutati. Così, la "genealogia politica" del fatto e del caso, non essendo criticamente ricostruita, non è adeguatamente aggredita. In un limite di questo tipo, 40 anni dopo, incorreranno gli eredidel Pci, a fronte dell'esplosione di "Tangentopoli".

Lacostruzione della diga del Vajont, come più in generale il clientelismopolitico, non rappresenta soltanto un canale di acquisizione di "renditaeconomica", ma è la componente di un complesso sistema di utilizzo del poterepolitico per la crescita del potere economico e viceversa: intorno al binomiopolitica/economia viene costruito un espansivo sistema di acquisizione delconsenso[4].Proprio negli anni '50 questi modelli trovano le prime, ampie e avvolgentisperimentazioni.

 

3)Tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60, il sistema politico italiano dipotere è in fibrillazione: le modalità di governo centriste e neocentristerivelano tutta la loro usura; per contro, la cooptazione dei socialistinell'esecutivo (caldeggiata da Moro e Fanfani) impatta dure resistenze interne(gerarchia ecclesiastica e destre del partito) ed esterne (Usa). La costruzionedella diga del Vajont si colloca proprio entro questo arco temporale: costruitanel 1960, tracima nel 1963. Può, quindi, essere assunta come una metaforadell'epoca: ne restituisce una fotografia puntuale e, insieme, ne anticipa ilcrollo.

Ilsistema politico italiano non si è ancora scontrato con l'ondata d'urto del '68e dell'autunno caldo: è ripiegato su se stesso e ritiene di dover farunicamente i conti con le sue proprie disfunzioni interne. In una relazione dicrescente divaricazione dalla società che, invece, sottopone a progressivacolonizzazione, è convinto di poter risolvere i propri squilibri con mereoperazioni di ingegneria politica. L'ipotesi del centrosinistra nasce in questocontesto. L'azione di governo continua ad affidarsi al vecchio e bensperimentato sistema di costruzione del consenso, attraverso il clientelismopolitico. La cooptazione dei socialisti nell'esecutivo conferma e consolidaquesto modello di (sotto)governo, con la conseguenza che l'autorità politica el'egemonia di potere della Dc risultano confermate ad un livello di intensitàed estensione crescenti.

Quindicianni dopo, il neocentrismo moroteo tenterà lo stesso giochetto con il Pc: èl'epoca del "compromesso storico" e della "solidarietà nazionale". E, come ilPsi negli anni '60, anche il Pci cade nella trappola democristiana; salvopentirsene amaramente un anno e mezzo dopo, senza tuttavia mai esercitare oprodurre nemmeno uno straccio di autocritica effettiva ed oltrepassante.

 

4)Il "disastro del Vajont" non è l'anticipazione politica e simbolica del sistemabloccato degli anni '70-80 e nemmeno della "Tangentopoli" degli anni '90.Tuttavia, contiene in sé alcuni segnali premonitori. I più importanti dei qualisembrano i seguenti:
a) lareciprocità funzionale tra sistema politico e sistema economico;
b) ladominanza decisionale dell'attore di governo, in tutte le articolazionie propaggini del tessuto politico-istituzionale;
c) lamodellazione ancillare dei poteri operata dall'egemonia democristiana.

Suquesti tre assi si regge la "centralità della Dc" ed essi sono messi in bellamostra, in tutta la loro portata catastrofica, dal "disastro del Vajont".Possiamo, anzi, dire: la diga del Vajont si regge su essi e con essi trabocca.

Lesinistre, all'epoca, peccano di miopia politica: non indirizzano la criticaverso i "centri" di motivazione e produzione della "sciagura", riducendola ad effettodi una politica sbagliata; mentre, invece, essa è anche causa dipolitiche di espropriazione delle volontà collettive, mezzo diasservimento dell'arena politica e strumento di saccheggio delle risorseambientali-territoriali.

Levariabili politiche in opera nel "disastro del Vajont" portano allo scoperto unsistema politico-istituzionale che:
a) nonammette interferenze nei suoi meccanismi di funzionamento;
b) nonpermette di essere messo a giudizio.

Neglianni '70 e in pieno "scandalo Lockheed", in una tumultuosa seduta delParlamento italiano, si incaricherà di ribadire questo enunciato politico lostesso Moro: dalla sua voce, il paese viene a sapere che la Dc non intende "farsi processare" e/o salire sul "bancodegli imputati".

Imeccanismi di clientelismo politico che la diga del Vajont contribuisce adedificare plasmano una costante politica perversa: salvare all'infinito ilsistema che li ha prodotti ed eretti. Stanno scritte in questo strato profondole ragioni dell'insabbiamento di tutti i processi in cui è stato chiamato arispondere lo Stato ed è in questione l'operato di organismipolitico-istituzionali. Il "disastro del Vajont" inaugura questa deleteriatendenza che avrà nelle stragi impunite degli anni '60, '70 e '80 le sue puntedi diamante. Un sistema che, per un riflesso pavloviano, non ammette censura einsabbia sistematicamente la ricerca della verità, non può che decolpevolizzarsie deresponsabilizzarsi sistematicamente. Il "caso Vajont", anche perquesto, non poteva essere riaperto; e nemmeno poteva tornare in circolo tuttala documentazione scottante sottratta alla discussione pubblica.

5)Negli anni '50 e agli inizi dei '60, il sistema politico italiano non eraancora bloccato: il "bipartitismo imperfetto" non ne vanificava, del tutto, lepossibili trasformazioni in termini di riassetto politico. Si blocca, invece,quando deve fronteggiare i cicli della protesta sociale degli anni '60 e '70:fa quadrato, in maniera compatta, in funzione anti-mutamento. L'attore digoverno e quello di opposizione si riscoprono uniti nella pregiudizialeanticonflittualista. Culture di governo autocentrante (il centrosinistra equello che ne rimane) e culture di opposizione statocentriche (il Pci, essenzialmente)trovano il loro punto di incastro nel soffocamento dei cicli di lotta sociale,le cui domande ed aspettative vengono eluse, aggirate o neutralizzate conpolitiche di repressione attiva. La "strategia della tensione" nasce eprolifera in questo clima politico.

Diversamente da quanto assunto dalle politologie meglio accreditate, il blocco delsistema politico italiano non è la conseguenza della esclusione del Pcidall'area di governo e, dunque, l'effetto macroscopico dell'impossibilitàdell'alternanza. Al fondo, il sistema politico si blocca, perché è incapace di assumere la domanda sociale come variabile del mutamento istituzionale: cioè,si blocca, poiché privo di una adeguata cultura del conflitto. Se conflittoequivale sempre e solo a "caos" e "sedizione", è chiaro che dev'essere estirpatocon ogni mezzo. Questo è un delicato punto di passaggio che esige una particolare attenzione.

Fino a che il conflitto è regolabile dalla repressione silenziosa (anni '50), il sistema di potere autocentrato sulla Dc riesce ad imporre, con relativafacilità, la sua egemonia. Allorché la regolazione del conflitto avvieneattraverso strategie di repressione aperta (anni '60 e '70), il sistemapolitico autocentrato, con la crisi della Dc, disvela l'autoreferenza esponenzialedegli attori politici (di governo e di opposizione). L'autoreferenzialità degliattori politici diventa il brodo di coltura e cultura della corruzione politica. Il sistema di governo, cioè, per riprodursi, più che fare leva sulla classica costruzione clientelare del consenso, è progressivamente esposto alricorso alle leve della corruzione politica. Vanno qui costituendosi quelle matriciche incubano la corruzione politica come fenomeno di massa, così comeraccontatoci da "Tangentopoli".

Il"caso Vajont" non è inquadrabile come un fenomeno di corruzione politica dimassa. Piuttosto, ci muoviamo ancora nel campo della corruzione politica selettiva che ha per protagonista un sistema politico, sì, autocentrato, ma non ancora completamente autoreferenziale, dentro le cui maglie continuano ad ordirsiprocessi di costruzione e validazione del consenso, seppure in una direttriceregressiva, paternalistica e conservatrice. Il clientelismo politico, insomma, fa ancora primato sulla corruzione politica; diversamente, con "Tangentopoli" la corruzione politica fa primato addirittura sull'organizzazione della politica.

Proprio tenendo fermo l'orizzonte di queste differenze, il Vajont si mostra come una metafora italiana; anche nel senso che annuncia, inascoltato come Cassandra, ilfuturo di ombre e di pericoli che si cela dietro l'angolo. Ombre e pericoli che lesinistre - ieri come oggi - non sanno interpretare e scongiurare.


(20 luglio 2004)

Note

(*) Queste riflessioni sparse e improvvisate nascono da una sollecitazione di Claudio Leoni, giovane studente dell'Università di Pavia, attualmente impegnato in una Tesi di laurea sul Vajont. A lui vanno i miei ringraziamenti e a lui queste note sono dedicate, nella consapevolezza che la sua Tesi saprà affrontare l'argomento in modo ben altrimenti convincente e rigoroso.

[1] Non bisogna dimenticare che siamo in piena "guerra fredda", aperta ufficialmente da Truman, con il discorso del 12 marzo 1947, in base al quale gli Usa si impegnavano a sostenere la "resistenza" dei "popoli liberi" contro "minoranze armate" e "pressioni esterne".

[2] Cfr. M. Salvati, L'origine della crisi in corso, "Quaderni piacentini", n. 46,1972.

[3]È opportuno ricordare che questo è uno dei luoghi culturali originari della formazione del potere di Craxi, non casualmente tra i "delfini" favoriti di Nenni.

[4] Sia consentito, sul punto, rinviare ad A. Chiocchi, Modelli di esclusione. Politicità dell'economia ed economicità della politica in Italia (1945-1980), Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 1998.




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Incredibilmente poi *archiviata* a mia insaputa.
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