INTERVENTO DI GIORGIO LAGO,

Belluno, 8 ottobre 1993

Sono contento di essere qui, vi saluto cordialmente, però non ho i titoli che hanno Mario Passi (intervento) o Giampaolo Pansa.

Ho letto questo libro, che consiglio, perché forse è vero che non c'è un libro di letteratura sulla tragedia del Vajont, però è verissimo che questo è uno splendido libro. È scritto proprio bene, è incalzante, ti vien voglia di leggerlo fino alla fine, e non perché ci sono dietro duemila morti ma perché, direi, segue un metodo di scrittura americano. Questo libro io lo suggerirei a tutti quelli che raccontano. Perchè è così documentato, così incalzante e d'altra parte non perde mai il filo del ragionamento. È pieno di passione ma la passione non piega i fatti. I fatti sono lì, registrati.

Non posso nascondere che c'è un protagonista negativo ed è il giornale che io ho il piacere di dirigere. Da queste pagine esce l'immagine di un giornale, il "Gazzettino", che è colpevole di questa grande omissione di verità, come l'ha chiamata Mario Passi (intervento).
Non sono un sepolcro imbiancato, e neppure l'anima storica di 107 anni del "Gazzettino" (ci sono arrivato da Milano nel 1968), ma come veneto e come direttore del "Gazzettino" faccio il San Sebastiano e cerco di spiegare con il massimo della sincerità possibile.

È vero. In quegli anni dal Gazzettino non usciva nulla.
Uscivano soltanto i trionfali annunci della Sade, uscivano i comunicati del ministero dei Lavori pubblici. Del resto Tina Merlin spiega benissimo perchè, va alla struttura delle cose, in alcune sue note spiega com'era la proprietà, qual era la storia editoriale del "Gazzettino", quali erano gli interessi che stavano dietro a questo tipo di proprietà. E allora ci si accorge che quando il cadorino Talamini viene cacciato dai fascisti e viene sostituito da una proprietà che andava a genio al regime, questa proprietà era fatta da Volpi, Cini, la Sade e la Fiat. Ma Volpi e Cini, che erano insieme, e le azioni della Sade facevano praticamente il controllo totale del pacchetto azionario anche se 1200 azioni erano della Fiat. Poi nel '44 Volpi si ricicla, si trasforma, e attraverso rapide benemerenze cielleniste, ottenute attraverso alcune "offerte" ai partigiani, passa il pacchetto azionario nel '44 in una transazione in Svizzera alla Democrazia cristiana.
Non è tutta la Democrazia cristiana, sarà per tradizione una "certa" Democrazia cristiana, quella che resta poi sempre appesa a quello che genericamente possiamo individuare come il potere doroteo del Veneto: prima Piccoli, poi Rumor, poi Ferrari Aggradi, giù fino a Bisaglia.
Questo giornale lavora praticamente in situazione di monopolio. L'ha detto benissimo Passi, "L'Unità" non è attendibile, non è credibile. Se c'è una brava cronista o un bravo inviato che scrivono delle cose, non fa notizia. Perchè quando il potere è monopolistico, quindi non c'è gioco di voci, tra testate, tra televisioni e c'è un partito il quale è considerato fuori dal sistema, in un certo senso antisistema, anzi il pericolo dei pericoli, allora anche alle cose giuste che nel dettaglio di un luogo, di una cronaca, di un fatto vengono segnalate, vien tolta ogni credibilità, ogni fiducia.

La lezione che viene tratta è che in democrazia è difficile essere soli.
È importante riuscire a essere insieme. Se c'è una voce sola, isolata, è facile emarginarla, tenerla soffocata. In questo caso, sotto questa frana impercettibile che aveva dato segni giganteschi ma che nessuno ha voluto cogliere perchè c'era l'opera, c'era la scienza, c'era la Sade, c'era il mito di poter dominare gli eventi all'ultimo istante alzando o abbassando il livello dell acqua, si compie invece una serie incredibile, quasi biblica di violenze, di arroganza, di presunzione. Io penso che questo sia anche un monumento alla presunzione dell'uomo.

È vero, allora la parola ambiente non c'era, il senso della tutela, della compatibilità non c'era. Oggi ci sono le mobilitazioni per questo, allora non aveva senso. Questi poveri cristi di Erto hanno fatto da cavie per tentare di far capire quello che sarebbe puntualmente accaduto e che poi ha colpito paradossalmente l'altra parte della valle, quella alla quale si diceva "state tranquilli, che questo è un problema che tanto non vi riguarda".

Quindi esce fuori che Tina Merlin era sola. E in democrazia è difficilissimo essere soli. Il giornale che aveva il monopolio dell'informazione in quel momento la ometteva perchè esso rappresentava esattamente e totalmente interessi forti monopolistici, che entravano fin dentro il pacchetto azionario, e quindi erano ideologicamente schierati dalla parte, si direbbe oggi con un termine demichelisiano, del "partito del fare", il partito del fare ad ogni costo, il partito del profitto ad ogni costo, il partito dell'opera ad ogni costo. Poi ci ritroviamo con l'Italia che cade a pezzi, perchè, come dice Giorgio Ruffolo, non è ancora cominciata nè dal punto di vista finanziario nè da quello governativo una politica del territorio.

Si veda l'ultima lettera di Biadene, scritta al mattino prima del disastro, conclusa con quel "Dio ce la mandi buona": in quel momento è preso quasi dal panico per la caduta di tutte le certezze, e della scienza, e dell'impresa, e della diga, e del mito di poter dominare il monte Toc contro tutti gli avvertimenti della natura, e delle popolazioni e perfino degli animali, della gente che non era dipendente. Poi il "Gazzettino" cambia. Sarebbe assurdo, patetico che io parlassi del mio giornale oggi per dire che il mio giornale non è quello. È vero che non è quello, è cambiato tutto, non esiste più nulla di quello. Ma non è questo il punto.
La conclusione mi fa dire che il tema così come è stato proposto questa sera mi sembra un salto di secoli che tenta di unire il Vajont a Tangentopoli, ma questa che sembra una battuta, che sembra soltanto una provocazione, in realtà non lo è. Perchè i meccanismi sono quelli.

Noi troviamo anche politici di opposizione assolutamente distratti, troviamo funzionari che sono omogenei, troviamo i poteri del fare le cose a tutti i costi, troviamo il matrimonio tra denari, grandi interessi privati e insensibilità a quello che accade attorno, troviamo anche la distrazione della stampa perchè è vero che il "Gazzettino" sul territorio ha taciuto ma quant'altri hanno parlato in Italia, quant'altri hanno alzato questa bandiera se non questa cronista del giornale di opposizione?? Allora anche qui noi diciamo che c'è bisogno SEMPRE di una opposizione.
Un'altra lezione che arriva dal Vajont, è che c'è sempre bisogno assoluto e totale di opposizione, mettersi in un'ammucchiata tutti assieme è il dramma della democrazia: sia sul piano dell'informazione, sia sul piano politico (...).

E tutta la fatica che ha fatto quella cronista? Tutte le cose che ha cercato di far capire sono valse a qualcosa? Ecco. Non bisogna disperderle.
E Giampaolo Pansa che su questo ha scritto molte volte negli ultimi tempi, e tutti noi abbiamo cercato di rispondere a una domanda dell'opinione pubblica che non riguarda il Vajont ma noi stessi e la fase storica in cui stiamo vivendo; ci chiedono: ma dove eravate voi? Chiedono ai giudici: dove eravate tre anni fa? Chiedono ai giornalisti: dove eravate quattro anni fa, cinque anni fa, sei anni fa? In fondo è una domanda che ci facciamo tutti. Cittadini, opinione pubblica, chi è salito sul carro, chi si è accontentato di prebende, favori, raccomandazioni. I giornali che, sì, magari attaccavano e criticavano, però non andavano al cuore di questo sistema, con quel senso di cane da guardia che c'è nella migliore informazione americana, quel senso accanito di essere sempre lì, a mordere come un bulldog sulle caviglie.

Ecco perchè "dove eravate".
Tina Merlin era lì e credo sia una risposta davvero forte e memorabile, anche per il territorio nel quale si muoveva. È la dimostrazione che possiamo invece sempre essere lì. E che bisogna tentare di essere lì sempre per non farci poi chiedere inevitabilmente: "ma tu, dove eri?". Sto pensando a quel giornale che allora ha taciuto, che poi ha partecipato con colleghi (Zangrando, con il dramma di Gervasoni, lo ha ricordato Mario Passi (intervento), che era stato messo in disparte perchè aveva capito e aveva la stessa filosofia che ritroviamo in questo libro).

Ecco, Merlin secondo me è l'antidoto, la coscienza, il giornalista forte che a costo di emarginazioni e querele sa essere nel momento giusto quello che deve essere per non farsi chiedere poi "dov'era stato".

(Intervento deregistrato e non corretto dall'autore)

Fonte: "Protagonisti", rivista edita da ISBREC (BL) e reperita attraverso la biblioteca dello ISFSML di Udine, che ringrazio.

Torna in cima