CAPIRE IL VAJONT:

L'anonima DC.
Trent'anni di scandali da Fiumicino al Quirinale

di Orazio Barrese e Massimo Caprara
Finestre sul '900 italiano: tra guerra fredda e anni di piombo - Anni '70 - Storia del crimine organizzato in Italia - Mafia dei colletti bianchi

VajontGIOVANNILEONE  Dalla quarta di copertina: «Forchettoni, vandali, corvi, avvoltoi» sono le etichette che la pubblicistica e la denuncia delle sinistre hanno affibbiato per oltre trent'anni, per tutto il corso della restaurazione capitalistica, ai responsabili dei maggiori scandali nazionali che venivano scoperti con le mani nel sacco. Gli autori di questo libro ricostruiscono l'occupazione del potere da parte della DC e i più gravi fenomeni degenerativi di lucro estorto e di corruzione che hanno coinvolto uomini e gruppi del partito dominante, centri economici pubblici e privati, banche e poteri dello Stato.
Una folla d'affaristi, profittatori, portaborse, guardaspalle e prestanomi di ministri, alti prelati, amministratori pubblici, generali e alti magistrati; un sottobosco di favori, protezioni, concessioni, benefìci indebiti occupano le pagine di questo libro con un crescendo che punta sempre più alto.
Dai primi scandali a ridosso degli anni Quaranta-Sessanta (monsignor Prettner che ricicla valuta attraverso i canali del Vaticano; il Giuffrè "banchiere di Dio", che incamera miliardi per le "opere di religione"; la grande casata dei conti Torlonia che s'impingua ulteriormente vendendo le "zolle d'oro" di Fiumicino), si arriva poi agli sfrontati profittatori di Stato (Trabucchi, il ministro delle banane e poi del tabacco messicano).

Vajont+GIOVANNILEONEMan mano, si sale ai "grandi elemosinieri", che dal torbido giro internazionale del petrolio gonfiano le tangenti per i partiti al governo (Valerio, Cazzaniga); si passa attraverso gli sportelli bancari dei santuari del capitale, custoditi da fiduciari di ferro della DC (Arcaini, Ventriglia); si tocca la complice "delinquescenza" dei boiardi di Stato (Cefis, Einaudi, Petrilli, Girotti); si transita nelle ville dei "robbery barons", i baroni ladri delle commesse militari (i fratelli Lefébvre D'Ovidio, Crociani), per sfociare nel gran mare, agitato da correnti in lotta, degli uomini politici coinvolti, da Andreotti a Fanfani, Cossiga, Zaccagnini, Colombo, Rumor, Preti, Tanassi, Gui fino all'apoteosi oscena del presidente Leone.
Questo libro solleva qualche lembo dietro gli "omissis" imposti al testo del rapporto della commissione del Congresso Americano (commissione Pike) che ha indagato sui finanziamenti della CIA agli uomini politici e ai partiti di vari paesi compresa l'Italia, riaprendo in tal modo il dibattito sulle dirette responsabilità del più alto vertice istituzionale.

Orazio Barrese, già redattore di politica estera di "Paese Sera", è stato per sei anni inviato speciale del quotidiano "l'Ora" di Palermo di cui è attualmente redattore capo e corrispondente da Roma. È autore de "I complici. Gli anni dell'antimafia" (Feltrinelli 1973) e del volume su Mancini (Feltrinelli, 1976).

Massimo Caprara è stato per circa dieci anni segretario di Togliatti e uno dei primi redattori della rivista "Rinascita". Sindaco di Portici e deputato di Napoli per quattro legislature, nel 1969 ha fatto parte del gruppo fondatore del "Manifesto". È stato collaboratore e poi redattore capo del "Mondo" e successivamente inviato speciale dell'«Espresso» e del settimanale "Tempo". È autore del volume "I Gava" (Feltrinelli 1975).


Prima edizione: giugno 1977
Copyright by Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Feltrinelli Editore, 1977 - 293 pagine

Indice

          Pag. 9 Prefazione

13 1. Il partito dei cattolici
          I precursori, 16. I navigatori, 26. I benefattori, 36. I santi in Vaticano, 46

51 2. Le mani nel potere
          Gli enti utilissimi, 51. Il migliore, 63. Il solito Campilli, 73. Gli incompatibili, 79. I parenti, gli amici e gli alleati, 92.

96 3. Le mani nel sacco
          I riformatori, 96. La cassa della DC, 102. Il banchiere di Dio, 108. I saccheggiatori, 114. I risanatori, 119. Evasori di Stato, 125. Una vendetta democristiana, 129. Gli angeli dell'assistenza, 134

141 4. Alla conquista dello Stato
          Oggi non si vola, 144. Banane per una domestica, 157. La peronospera di Trabucchi, 163. "... Non si ruba la crusca ai muli", 166. La manomorta di Bonomi, 169. Un Leone nella giungla dei voti, 176. Tamponare le falle, 182. Intanto la sottosegretaria si traveste, 184

187 5. I baroni ladri
          I taxi di Mattei, 189. La congrega degli elemosinieri, 193. Greggio e pericoloso, 199. Foto con dedica a Cazzaniga, 203. Kefauver all'italiana, 206. Ricevuto quattro miliardi, firmato Carrozzone, 208. La signora cerca casa, 212. Un Bosco a mare, 215. La ronda degli intoccabili, 217. Crepuscolo degli Dèi, 225. I boiardi di buon appetito, 231. Dear Mike, 237. Un Colombo tra gli aerei, 242

246 6. Sempre più in alto
          I filiali sentimenti, 249. Il mangianastri, 250. Tutti gli uomini del presidente, 254. Quel giorno in via della Dataria, 257. Big Boss, 260. Un ciclone scaccia l'altro, 267. Gli incensurabili, 275.

          281 Bibliografia

          283 Indice dei nomi


Prefazione

Questo libro non è il repertorio di tutti gli scandali propagandisticamente imputabili alla DC. Per elencarli uno per uno, quand'anche fosse produttiva un'impresa del genere, oltretutto esposta all'accusa di faziosità, avremmo dovuto dedicarci alla stesura di un'opera monumentale, organizzata a soffietto, qualcosa come un manuale, un'enciclopedia piuttosto che uno strumento informativo.
Questo libro vuole essere invece un sussidio di carattere storico e documentario alla ricerca sul modo di governare della Democrazia cristiana, nei suoi riflessi ideologici, culturali e pratici, sull'uso dei meccanismi istituzionali di controllo dell'economia, sulla loro manomissione e sugli effetti di scollamento, di blocco e di sclerosi, accumulatisi in oltre trent'anni di dominanza politica, di uso disonesto del consenso elettorale. Questo libro, perciò, è innanzitutto una storia di uomini e di fatti dal 1944 in poi, fra loro intrecciati come accade nella dinamica vivente, una storia che gli autori hanno scritto partendo dalla convinzione che il ruolo delle personalità truffaldine, nel mondo, si esercita, in modo particolarmente virulento, entro il quadro di un sistema capitalistico, tanto più se in disgregazione; un sistema che rende possibili gravi storture, non accidentali ma organiche, che a volte le stimola, spesso le incentiva, sempre le riassorbe per autoriprodursi e durare.

Non tutti gli scandali discendono schiettamente dalla DC in quanto tali, essendo assai bastardo e aggrovigliato il ceppo di collusioni, coperture, interessi corporativi di gruppo e di formazioni politiche da cui tali scandali sono stati generati. Abbiamo concentrato la nostra attenzione sul partito democristiano perché vogliamo sottolinearne le responsabilità eccezionali derivanti dal primato che gli compete e che esso di continuo rivendica in quanto chiave di volta e scudo protettivo di un regime.
La compagine di potere che la DC ha messo assieme durante tutti questi anni appare oggi profondamente scossa e rivela le proprie vergogne all'attonito Paese, nonostante il rifiuto del partito di maggioranza relativa di sottoporlo ad equo processo. Non è questo il senso del discorso insolitamente brutale pronunziato dal presidente democristiano Aldo Moro alla Camera durante il dibattito del marzo '77 sul caso Lockheed? Quando egli ha identificato di fatto la DC con lo Stato, ed il suo partito con l'attuale società, ha inteso porre il regime al di sopra di tutto, al di fuori delle accuse e al riparo da qualsiasi intervento della giustizia.
È ovvio che non sempre è facile delimitare con nettezza i confini dello scandalo: nella nostra ricerca abbiamo deciso volutamente di occuparci soltanto di quei casi certi in cui il lucro, futuro od immediato, personale o di gruppo, ha costituito la molla che ha fatto scattare l'interesse politico, lo ha monetizzato e rimunerato coinvolgendolo in un'operazione dolosa. Questo lavoro dunque non offre la cronaca puntuale e compatta di tutto quello che è avvenuto, ma solo l'interpretazione razionale di tutto quello che ha assunto un particolare significato nel quadro dell'occupazione del potere da parte della Democrazia cristiana, e si sforza di mettere in luce anche i guasti complementari, altrettanto profondi, che l'esempio e l'arroganza del partito dominante ha provocato.
Quando era necessario, abbiamo premesso ad ogni capitolo informazioni e giudizi per illustrare le caratteristiche storiche e politiche del momento e seguirne la dinamica, le svolte, le mutazioni via via manifestantesi nei vari settori della vita sociale. Il libro è frutto di una riflessione comune dei due autori. Per gli anni sino al 1960 la stesura è stata fatta da Orazio Barrese, mentre Massimo Caprara ha scritto le pagine che riguardano gli anni successivi, fino ai giorni nostri: di qui la coesistenza, nell'opera, di due stili diversi ma entrambi tesi a stabilire un rapporto diretto col lettore. Nella convinzione che non bastino la denuncia o la sola rivolta morale, la conclusione del libro chiede l'apertura di un dibattito: non sul perché, ma sul come combattere radicalmente, secondo necessità e realismo, l'occupazione democristiana dello Stato, ponendosi senza impazienze, seppur evitando illusorie scorciatoie e colpevoli ritardi, il grave problema della transizione verso un nuovo potere, e una nuova direzione politica.


Il partito dei cattolici

All'indomani della Liberazione, ma già nel corso stesso del suo risalire armato, per tre anni dolorosi, dal Sud al Nord, era andato riassodandosi quel coacervo di interessi interclassisti, scosso e reso diseguale ma non dissolto dalle vicende della guerra e tuttora alla ricerca di un'egemonia unificante, che resse l'Italia della "ricostruzione" del '43/'44 alla sconfitta, dieci anni dopo, nell'aprile del '53, della legge elettorale maggioritaria, la cosiddetta "legge truffa", ed alla fine conseguente della politica dei governi di centro, sanzionata al V Congresso nazionale della DC del 26-30 giugno 1954. Caratteristica di questa alleanza di fatto (rendita fondiaria, piccola proprietà, sezioni meno arcaiche del padronato industriale, ceti commerciali, funzionari dell'apparato pubblico, esponenti della cultura idealista e delle professioni liberali), non ancora erettasi a blocco di potere in senso classico ma già combattivo gruppo di pressione, fu il ricercare ed il ritrovarsi sotto il segno della continuità sociale o, meglio, sotto lo scudo della compatibilita fra certe soluzioni dirigiste del fascismo e la restaurazione dei principi classici dell'economia di mercato. Abbandonate certe forme esasperate e perdenti che apertamente avevano fatto fallimento (il corporativismo repressivo; l'autarchia; la battaglia del grano; la chiusura totalitaria degli scambi), si trattava di mettere in moto una macchina anomala e dissestata, conservandone i valori e la logica classista, evocando personaggi dei passato ed avvicendandone di nuovi alle leve di un sistema tanto meglio accreditabile quanto più indolore. Non solo: ammodernando, senza capovolgerle, le regole fondamentali del gioco statale fondato sulle ineguaglianze sociali, la sovranità padronale in fabbrica, l'emarginazione entro limiti elastici del movimento operaio riorganizzato e mettendole gradatamente al passo dei modelli capitalistici vigenti.
A quest'opera di sarcitura che non è solo restauro ma già intenzione di parziale riforma si accinse non "un partito cattolico" che, richiamandosi alla disciplina morale della Chiesa svolgesse una concreta azione nella società civile in concorrenza con altri partiti cattolici, ma "il partito dei cattolici" chiamato a svolgere la sua funzione politica, con filiale attenzione rivolta al magistero della Santa Sede e instaurando un rapporto originale tra "fede e politica", con una distinzione fra lo spirituale ed il temporale mai antagonista, spesso alternativa. È il frutto dell'incontro-scontro, dal quale nascerà la Democrazia cristiana, tra Alcide De Gasperi (la sua concezione antiutopica, antigiacobina, il suo moderatismo centrista, il retaggio mai ripudiato dall'ex popolarismo guelfo, depurato sia dagli errori di Sturzo e di Papa Ratti sia da quelli primitivi di Remolo Muri) ed il "solidarismo popolare" presente nel gruppo giovanile di Cronache sociali, tutto intriso di cultura ecclesiale francese e vincolato al discorso teologico di Jacques Maritain ed al suo "umanesimo integrale" della nuova cristianità come surrogatrice del comunismo. Non a caso, al I Congresso democristiano di Roma del 24-27 aprile 1946, proprio Giuseppe Dossetti, uno dei fondatori, assieme ad Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Aldo Moro, di Cronache sociali venne eletto ai primi posti, assai prima di Fanfani, settimo, dopo De Gasperi ed Attilio Piccioni, vicesegretario, eletti appaiati al primo posto. La rottura fra le due visioni del mondo postbellico era, però, già nell'aria. Il progetto costituzionale della DC esposto da Guido Gonella, direttore de Il Popolo, a mezza strada tra velleità liberaldemocratiche e dogmatismo socialcristiano, puntava sullo "stato forte e sulla democrazia protetta", su una società civile che si fa Stato e se né impadronisce totalitariamente togliendogli la funzione di arbitrato, sull'indissolubilità del matrimonio e contro la scuola laica, per l'ammissione subordinata dei lavoratori alla partecipazione degli utili, proprio mentre Dossetti proclamava, nettamente, citando il cardinale Suhard, che "l'azione della Chiesa, senza dimenticare nessuno, deve avere per asse la classe operaia". Lo scontro frontale maturò ed esplose sul terreno pratico dei rapporti di governo. Mentre De Gasperi pensava al tripartito tra DC, PSI, PCI come prezzo per il mantenimento dell'ordine nazionale e del suo rientro nell'alveo della "legalità" dopo la Resistenza, per Dossetti e per Cronache si trattava, invece, di allargamento della base popolare del nuovo stato e di "coincidenza pratica, di sforzi concreti tra i partiti del popolo per avviare i primi passi di quelle riforme strutturali, capaci di dare un contenuto integrale alla nostra democrazia"2.

Gli attacchi e le convulsioni della destra interna alla DC (nel consiglio nazionale del 3 maggio furono particolarmente attivi gli ex popolari come Stefano Jacini, Piero Malvestiti, del vecchio gruppo guelfo e Domenico Ravajoli di stretta tradizione murriana), le suggestioni e lo stimolo venuti d'oltre Tevere ("per ordini superiori non è più ammessa la collaborazione con i comunisti", comunicò a De Gasperi un'alta personalità della Curia) e lo scissionismo antisocialista d'oltre Atlantico (dei David Dubinsky e Luigi Antonini, potenti boss dell'ILGWU, sindacato internazionale dell'abbigliamento) puntavano apertamente alla rottura con i comunisti non solo in Italia ma anche in Francia3 ed all'affermazione, pur contrastata, degli orientamenti degasperiani. Che a questo sbocco tendesse la personale formazione di De Gasperi è tanto realistico quanto verificabile non solo se si tenga conto della sua figura di antifascista, che pur avendo detto no al fascismo, pur condannandolo nel quadro dell'Enciclica del '37, finisce col guardarlo in funzione anticomunista: della sua attitudine di intellettuale che alla Chiesa rimane fedele come all'organismo che con il fascismo collabora e del quale deve perciò comprendere, se non giustificare "le compromissioni", ma soprattutto se si ponga mente alla milizia politica da lui vissuta in modo bivalente, "per un verso servizio e dovere civico, per un altro, dissipazione e passione demoniaca, in quanto lotta per il potere, sfida all'ordine delle cose stabilite4."

Non alla sfida, ma al rispetto "dell'ordine delle cose stabilite," la DC tornò con il suo Il Congresso, con un'ovazione a Mario Scelba che attaccò le sinistre come forza estranea, portatrice di violenza sulle piazze, e con un applauso prolungato a De Gasperi che invitò i delegati a cantare in coro l'inno di Mameli, per la prima volta intonato in un'assise confessionale5. L'inno di Mameli, nonostante l'attivismo di giovani conservatori, come l'allora giornalista Franco Evangelisti, non si levò dall'assemblea ma l'esito fu ben più incisivo: la DC scelse definitivamente la sua collocazione di partito di massa che chiede la delega ai cattolici per attuare l'ordine, sottraendo cosi spazio e voti alle destre estreme. Più che De Gasperi sul terreno politico, prevalsero, sul piano strutturale, la preferenza e la scelta tenace della borghesia italiana, la sua ricerca di un partito unico sostitutivo che ne tutelasse le esigenze ed i bisogni, ne calmasse l'insicurezza, ne soddisfacesse la sete storica ed insaziata di danaro pubblico, di favoritismi legislativi e desse mano libera ai propri disegni, la sua domanda di un partito dominante che poggiasse pure sul parassitismo burocratico e sul sottogoverno sistematico come vigna entro la quale far convergere e catturare gli strati fluttuanti del sottoproletariato urbano e rurale6. La grande protagonista di allora, la disoccupazione di massa, diverrà la base, sfruttata, ricattata, blandita, insoddisfatta, l'asse portante del trono di ingiustizie sul quale il malgoverno borghese, gestito dalla DC, costruirà in Italia le sue fortune e le riterrà esenti da ogni censura.

I precursori

Apre la lunga lista dei corrotti e corruttori un monsignore triestino. Quando evase dalla Torre dei Venti, il 3 marzo 1948, Edoardo Prettner Cippico, quarantenne, minutante presso l'Amministrazione dei beni della Santa Sede, era già da sei mesi sotto inchiesta vaticana e sospeso 'ad divinis' per un seguito di falsi e truffe private. Invano monsignor Montini, il futuro papa Paolo VI, allora prosegretario di Stato, e il ministro democristiano dell'Interno onorevole Mario Scelba avevano tentato di impedire che la notizia trapelasse. Una settimana dopo l'evasione, l'Osservatore romano pubblica la notizia dell'arresto di Edoardo Prettner Cippico da parte delle autorità italiane.

Cippico non lavorava in proprio. L'Istituto Opere pie di Religione, la banca del Vaticano, forniva allora la valuta pregiata necessaria per i traffici internazionali. Il cliente depositava la somma in lire e otteneva l'ammontare in dollari nel paese straniero da lui stesso indicato. L'intermediazione, scorrevole e puntuale, fruttava lucro nel cambio calcolato sulle quotazioni del mercato nero e per i premi, che, liberamente, i clienti pagavano per aver potuto senza rischio superare controlli e dogane. Una vera e propria esportazione illegale di valuta, incessante, discreta, clandestina, al di fuori di ogni sportello di istituto specializzato o di banca abilitata, sulla quale Cippico innestò la propria iniziativa di speculazione.

In un opuscolo pubblicato più tardi, dal titolo sarcastico Il giudice ha sempre ragione, il monsignore spiegò che, utilizzando i proventi delle operazioni, nel 1947 aveva costituito una società cinematografica (oltre 200 milioni che erano stati versati da "capitalisti intelligenti" e 120 sottoscritti da "industriali credenti") per produrre un film congeniale alla sua complessa attività: La vita di San Francesco, il santo dei poveri. Informato e consultato per il contenuto e per la forma, il ministro generale dei Francescani, aveva scritto approvando la sceneggiatura, sostenendo che ne sarebbe uscito un film che "oltre ad essere la più splendida apoteosi del Nostro Santo, sarebbe stato non solo per l'Ordine una gran benedizione materiale di Dio."

Un industriale, Alessandro Rossini, lamentando la perdita di alcune centinaia di milioni per i quali il cambio in dollari non era stato depositato, fece inceppare inopinatamente tutto il meccanismo. In un'intervista alla stampa, l'ex minutante aveva spiegato: "La trafila delle conversioni delle lire in dollari era laboriosa. Dovevo servirmi, oltre che di istituti religiosi, di persone di fiducia nel Vaticano, le quali, a loro volta, cercavano di accrescere la loro percentuale di utili effettuando speculazioni nell'intervallo di trenta o quaranta giorni intercorrente tra la consegna delle lire e l'accredito in dollari. "Qualcuna di queste speculazioni", chiariva monsignor Cippico "è andata a rotoli. Sono tuttavia convinto che sarei riuscito a recuperare fino all'ultimo centesimo, se, scoppiato all'improvviso lo scandalo, i responsabili non avessero trovato comodo addossare su di me tutta la colpa". I responsabili non furono infatti mai chiamati in causa e il solo monsignor Cippico viene riconosciuto colpevole, in primo grado, di ben 11 truffe, con una condanna a 9 anni, ridotti a 5 in appello. Riformata in Cassazione, la sentenza non divenne mai definitiva poiché i capi di accusa andarono tutti prescritti nel 1956. Quattro anni dopo egli ottiene la revoca della sospensione 'ad divinis', il reintegro nelle funzioni sacerdotali e si dedica a studi di politica internazionale pubblicando, tra l'altro, un saggio sulla Chiesa negli anni 2000. Ma la classe dirigente politica democristiana era stata posta in stato d'accusa nella persona di alcuni dei suoi "operatori economici" più in vista nel dibattito all'Assemblea costituente provocato dalle accuse dell'onorevole Andrea Finocchiaro Aprile, uno dei capi del separatismo siciliano che le aveva strumentalmente anche se fondatamente imbastite nel quadro della sua polemica anti-centralista.
Nelle sedute del 14, 15 e 17 febbraio 1947, l'onorevole Finocchiaro Aprile scandisce, tra la costernazione dell' Assemblea:

"Gli onorevoli deputati democristiani vanno in cerca affannosa di tutti i posti più largamente retribuiti. Io confido di potere presentare prossimamente all'Assemblea costituente l'elenco dei deputati democratico-cristiani i quali sono direttori di banca, presidenti di istituti, consiglieri d'amministrazione di società e via dicendo e che hanno numeroso e lautissime prebende. Questa è un'indecenza7".
Passando ai particolari, Finocchiaro Aprile continua:
"L'onorevole Scoca è stato nominato avvocato generale dello Stato scavalcando quarantun suoi colleghi, molto più capaci e meritevoli di lui. L'onorevole Proia è presidente dell'Associazione nazionale delle industrie cinematografiche. L'onorevole Paolo Bonomi è presidente della Confederazione nazionale dei coltivatori diretti. L'onorevole Chieffi è amministratore del gruppo delle Aziende dei carboni italiani. L'onorevole Petrilli, un gabinettista che era ineleggibile e che diventò eleggibile cambiando semplicemente di stanza, è stato nominato consigliere di stato. L'onorevole Colonnetti è stato nominato presidente dell'istituto delle ricerche e deputato, benché funzionario di Gabinetto. L'onorevole Rodinò è commissario del Consorzio nazionale per la canapa. Gli onorevoli Arcaini e Balduzzi sono direttori di banca.
Vi è di più. Con decreto 11 gennaio 1947, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 13 febbraio, numero 36, pagina 489 l'Alto commissario Montasti, in 'articulo mortis', ha nominato commissario liquidatore del disciolto ufficio centrale per la distribuzione dei cereali il signor Augusto De Gasperi. Egli, già presidente della Confederazione dei cooperatori italiani, è incaricato del reperimento dell'olio". Rivolto poi a Giovanni Gronchi gli dice: "Quando tu eri sottosegretario di stato di Mussolini eri uno straccione. Oggi hai i milioni".8
Di Ezio Vanoni, Finocchiaro Aprile dice che "nominato commissario della Banca nazionale dell'agricoltura, per undici mesi ha percepito quattro milioni di lire, valuta 1945". E aggiunge: "L'onorevole Vanoni, lasciata la banca, è stato nominato presidente della Ferrobeton". Ma le accuse più pesanti il leader separatista le rivolge al ministro Pietro Campilli: "L'onorevole Campilli è stato uno speculatore... anche speculatore di Borsa. Non importa a me di sapere se abbia fatto bene o male: ma a me pare che l'onorevole Campilli non offra al paese come ministro del Tesoro e delle Finanze sufficienti garanzie". Finocchiaro Aprile precisa quindi che le speculazioni di borsa avvengono in seguito a due telegrammi di Campilli datati 11 e 12 febbraio 1947. È significativo il fatto che Campilli, divenuto ministro del Tesoro il 2 febbraio, adotti a pochi giorni di distanza quei provvedimenti che speculatori di borsa e in particolare Enrico Giammei, che è a capo di una delle più importanti commissionarie di borsa di Roma e che è vicesegretario amministrativo della Democrazia cristiana, avevano invano sollecitato al suo predecessore Giovanni Battista Bertone. Di fronte a queste accuse l'Assemblea costituente approva all'unanimità un ordine del giorno promosso dal comunista Aldo Natoli per la costituzione d'una commissione d'indagine che deve accertare le condizioni finanziarie dei membri della Costituente e in particolare di Vanoni e Campilli.

Davanti a tale organo (la cosiddetta "Commissione degli undici" presieduta dal liberale Alfonso Rubilli) depone il 12 marzo Finocchiaro Aprile che precisa e amplia le precedenti accuse, aggiungendo che Campilli "era giunto rapidamente con un'attività affaristica a un'elevatissima posizione finanziaria formatasi senza ostacoli e successivamente aumentata fino al punto da non potersi riportare a mezzi sempre leciti." A proposito dei provvedimenti dell'11 e del 12 febbraio riguardanti il deposito in contanti del 25 per cento dei titoli negoziati in borsa per consegne differite e la denuncia dei riporti a fine mese, Finocchiaro Aprile dichiara:

"... Sanno tutti, al Ministero del tesoro che al tempo di Bertone alcuni finanzieri, non certo disinteressati, avevano premuto su di lui, perché emettesse i suddetti provvedimenti, ma Bertone ebbe ad opporre un netto diniego, dopo conosciuto il parere del Direttore generale della Banca d'Italia Menichella, il quale si era mostrato contrario per evitare il perturbamento del mercato in un momento difficile e delicato. Il Direttore generale Ventura o fu presente al colloquio Bertone-Menichella o né fu informato. Succeduto Campilli a Bertone, gli stessi finanzieri dovettero tornare alla carica e il Ministro, ben più pratico del predecessore in affari di borsa, non potè non informare il Direttore generale Ventura delle sue idee al riguardo e dei suoi divisamenti che trovarono in questo ultimo un puntuale esecutore. Dei provvedimenti quei tali finanzieri dovettero essere informati e poterono così operare a piacer loro al ribasso, prima che i provvedimenti stessi fossero resi di pubblica ragione, realizzando cospicui guadagni. Soltanto dopo le proteste dei compratori di Milano, Campilli dovette avvertire il pericolo e finì col riversare la colpa sul Ventura, il quale si addossò con una lettera sorprendente la responsabilità dei provvedimenti, lettera alla quale nessuno prestò fiducia, non essendo mai avvenuto al Ministero del tesoro che un Direttore generale abbia preso iniziative del genere e di così gravi conseguenze. così non persuasero alcuno le giustificazioni ad usum delphini addotte dal Campilli e ripetute incontrollatamente dal capo del Governo. Sul terreno politico la responsabilità è dunque di Campilli, e io non ho che a ripetere che, se egli ordinò i provvedimenti, informandone i suoi amici, prima della pubblicazione, perché essi speculassero in borsa, compì opera disonesta; mentre egli è manifestamente un inetto, se i provvedimenti furono presi da altri a sua insaputa.
In quest'ultimo caso egli avrebbe almeno avuto il dovere di destituire il Ventura e non di premiarlo (...).
Nella successiva seduta del 13 marzo Finocchiaro Aprile aggiunge: "Dichiaro che desidero pregare la Commissione di assumere debite informazioni su di un'ingente importazione di zucchero da una compagnia cubana della quale fa parte il fratello dell'onorevole Campilli allora ministro del Commercio estero". La relazione del presidente della Commissione Rubilli è un capolavoro di ipocrisia. È accettabile o no si domanda l'onorevole la spiegazione di Campilli il quale sostiene di avere avuto notizia dei due provvedimenti dal ministro dell'industria, Rodolfo Morandi, solo il 14 febbraio? Osserva Rubilli: non c'è dubbio che "i criteri direttivi per la disciplina delle Borse sono di tale importanza che rappresentano tutto un orientamento politico e personale del ministro". Inoltre, "come è stato riconosciuto e dichiarato anche dall'onorevole Bertone, dall'onorevole Corbino, dall'onorevole Campilli e dallo stesso direttore generale Ventura, non vi è un solo esempio, un solo caso fra i precedenti in cui provvedimenti di tal genere non siano stati adottati esclusivamente dal ministro". Campilli è allora colpevole? Neppure per sogno. Infatti l'onorevole Finocchiaro Aprile
non riferisce circostanze che personalmente gli constino o che siano comunque di sua scienza diretta. Prospetta soltanto delle induzioni, delle possibilità, sulle quali peraltro non offre alcuna prova. E poi non si sente neppure in grado di esprimere un convincimento sicuro e preciso; fa una doppia ipotesi: o l'onorevole Campilli, egli dice, sapeva dei telegrammi, informandone i suoi amici, e in tal modo fece opera disonesta; o li ignorava, perché furono opera di altri, e in questo caso ha dato prova d'inettitudine. Mal si comprende poi perché mai il ministro, volendo adottare provvedimenti borsistici, sia pure anche col proposito di favorire i suoi amici, dovesse nascondersi dietro i propri funzionari.
Il responsabile è allora Ventura che dichiara di avere firmato i telegrammi relativi ai due provvedimenti, pur sapendo che il ministro era all'oscuro di tutto? E chi ha deciso i provvedimenti, chi ha steso materialmente i telegrammi che Ventura firma dopo qualche istante di esitazione? Rubilli non risponde a queste domande: "La Commissione non può occuparsi di quanto riguarda il ministro: ogni altra indagine spetta al Governo". Comunque "tanto l'onorevole Bertone quanto l'onorevole Corbino hanno detto che il direttore generale Ventura è un galantuomo e non potrebbero in alcun modo mettere in dubbio la sua rettitudine". Ma Campilli, almeno, non avrebbe dovuto adottare misure disciplinari nei confronti dei responsabili di un episodio tanto grave? Risponde Rubilli:
Sulla mancanza poi di severi provvedimenti, il Campilli, all'uopo interpellato dalla Commissione, si è giustificato dicendo che, quando nel pomeriggio del 14, dopo le informazioni assunte per telefono, si recò al Ministero, "fece le sue rimostranze al Direttore generale Ventura, ma rapidamente, perché nello stesso tempo fu chiamato all'Assemblea, dove si erano verificate le prime rivelazioni dell'onorevole Finocchiaro Aprile".
E aggiunse che aveva anche in animo, per il fatto dei telegrammi, di "adottare qualche provvedimento, dopo le successive e più insistenti rivelazioni dell'onorevole Finocchiaro Aprile"; era stato questo il suo primo divisamento, ma, consigliandosi all'uopo e nello stesso giorno anche col dottor Menichella e con l'onorevole Siglienti, questi lo dissuasero, dicendogli che non sarebbe stato opportuno in quel momento, poiché poteva anche apparire che egli volesse riversare su altri eventuali sue responsabilità trovò giusto il suggerimento dategli e maggiormente lo segui per sua delicatezza dopo che fu nominata la Commissione d'indagini.
Un minimo di censura è necessaria dopo tanta indulgenza:
le spiegazioni date dall'onorevole Campilli non dispensano peraltro la Commissione dal dover notare che meglio il ministro si sarebbe regolato, adottando provvedimenti immediati nei confronti di coloro che fossero risultati responsabili di quanto si era verificato.
Ma la conclusione è che:
le indagini che sono state fatte con la maggiore diligenza e scrupolosità possibile, ed i risultati ottenuti inducono a ritenere che non è sorto alcun elemento per ammettere che le affermazioni del ministro Campilli in sua difesa non sieno rispondenti a verità.
Non manca un'esercitazione moralizzante che, nel suo gesuitismo, fa un quadro abbastanza realistico della situazione:
certo è che troppe voci corrono, e tutt'altro che favorevoli, specialmente per quei Ministeri dai quali dipendono concessioni più o meno importanti. Può darsi pure che siano voci esagerate, forse anche in gran parte infondate, perché chi non ottiene accoglie troppo facilmente il sospetto che altri, ottenendo, abbia dovuto ricorrere a mezzi tutt'altro che leciti. Ma d'altra parte non si può negare che è assai difficile il controllo su queste voci. Si parla anche troppo per le piazze, per i ritrovi e forse anche nelle redazioni dei giornali, ma quando si è chiamati da organi autorevoli e responsabili, ostinatamente si nega o si sbiadisce ciò che si è detto, fino a distruggerlo. Coloro che veramente sanno, sono poi vincolati al silenzio, perché corruttori e corrotti sono egualmente colpevoli. Forse non vi sono che due mezzi in certo modo efficaci. Prima di ogni altra cosa bisogna vietare rigorosamente che vadano girando per i Ministeri faccendieri o persone non guidate da propri e legittimi interessi, o anche coloro che, privi di ogni carica pubblica, non hanno altra qualità che quella di essere più o meno in vista nei partiti; non può fare buona impressione al pubblico tutta quella gente che ha sempre l'aria di vantare amicizie cospicue e di offrire protezioni non sempre disinteressate.
In secondo luogo, specialmente ora, è indispensabile che ministri e sottosegretari, con la più oculata e personale vigilanza, seguano le pratiche più importanti e specialmente quelle di notevole entità economica.
Affascinato dalla sacralità dei corridoi ministeriali, Rubilli non viene neppure sfiorato dall'idea che corrotti o corruttori possano essere proprio ministri e sottosegretari. Per quel che riguarda l'affare dello zucchero cubano, la commissione dichiara di non essere riuscita a svolgere accertamenti adeguati, "sebbene in materia di concessioni, specialmente se rilevanti, i sospetti non siano sempre infondati". Sempre riferendosi a Campilli, Finocchiaro Aprile aveva denunciato gli incarichi in società ed enti privati. La commissione dà per buone le spiegazioni dell'accusato:
L'onorevole Campilli ha assicurato ancora una volta che non ha avuto mai alcuna parte e alcun interesse nella Società dell'Acqua Marcia e nel Banco di Santo Spirito; che dalla società, di cui era amministratore, si era dimesso prima ancora di presentarsi come candidato alle elezioni politiche e che successivamente aveva vendute integralmente le sue partecipazioni nella società medesima, per avere piena e intera la sua libertà d'azione. Nessun elemento per dubitare di tali dichiarazioni o per essere autorizzati a ritenere che possa trattarsi di dimissioni fittizie.
Liquidato così l'affare Campilli, la commissione si occupa delle somme percepite da Vanoni durante il periodo in cui era commissario alla Banca nazionale dell'agricoltura. Le notizie fornite da Finocchiaro Aprile sono inesatte. Vanoni stette in carica non undici ma sedici mesi e percepì non quattro milioni ma due milioni 761 mila lire. Una somma ugualmente rilevante per l'epoca, corrisposta tenendo conto di quelli che sarebbero stati i parametri dell'amministratore delegato.
Scrive nella sua relazione l'onorevole Rubilli:
"Possono farsi due osservazioni soltanto. È vero che il compenso fu liquidato all'onorevole Vanoni dal Consiglio di amministrazione della Banca all'uopo delegato dall'Assemblea dei soci e nella misura delle percentuali che sarebbero state percepite dall'Amministratore delegato; ma non si può non rimanere assai sorpresi e impressionati da questi speciali sistemi bancari per cui si assegnano emolumenti assai fuori dell'ordinario e in misure veramente eccessive e assai sproporzionate ai guadagni di solito tratti dal proprio lavoro anche dai più elevati funzionari o da insigni professionisti; mentre occorrerebbe un maggiore e più scrupoloso rispetto per il danaro dei soci azionisti e altri interessati nell'azienda bancaria. In secondo luogo va notato che altro è il compenso per un amministratore delegato altro è quello che può spettare, e di solito è assegnato a un Commissario governativo, cui la legge affida una speciale funzione di pubblico interesse. Difatti la Commissione ha accertato che in casi analoghi furono assegnati dal ministro del Tesoro compensi incomparabilmente inferiori: così per la Banca nazionale del lavoro e per il Banco di Roma".
Va anche notato che l'onorevole Vanoni riscosse soltanto una parte del compenso assegnategli e l'altra, la parte maggiore, la fece ritirare da persona rimasta completamente ignota, per conto del suo partito. Occorre però rilevare altresì che quanto si è riferito avveniva e si espletava in un tempo in cui l'onorevole Vanoni non era né ministro né deputato.
Quest'ultima considerazione serve a bilanciare le timide riserve espresse in precedenza. La commissione si limita a registrare, senza entrare nel merito, una percentuale di eccezionale gravità, che Vanoni aveva dovuto pagare alla DC. Nasce, così, e viene per la prima volta esibita alla luce del sole, una stortura destinata a radicalizzarsi: il finanziamento al proprio partito come giustificazione alla distrazione di fondi pubblici. Alzandosi a difendere con aggressivo vigore gli accusati, l'onorevole Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, sorvolerà sul fatto che, per quanto riguarda Vanoni, l'onorario da lui riscosso risulta gonfiato, rispetto alla norma ed a precedenti concreti, proprio dalla quota illegittima destinata alla DC e fonderà la sua difesa sulla implicita liceità di un tale abuso. La relazione Rubilli viene poi approvata a maggioranza dall'Assemblea costituente. Votano contro le destre. Come mai i comunisti, che pure avevano richiesto l'indagine, adesso approvano le singolari conclusioni cui giunge la commissione? Il segretario del PCI, Palmiro Togliatti, interviene il 16 aprile:
"... Non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla realtà che in alcuni settori delle amministrazioni dello Stato vi è qualche cosa che non va, residuo del passato e di un duplice passato. Vi è il passato fascista di corruzione e degenerazione del costume amministrativo italiano; ma vi è anche un passato molto più recente. Sono passati sul nostro territorio e hanno retto tutto il nostro paese eserciti non nazionali. Vi sono state a lungo in tutta Italia amministrazioni straniere e non oserei dire che queste amministrazioni, soprattutto in particolari parti del nostro paese, abbiano contribuito, per il modo come amministravano, a distruggere tra i cittadini italiani l'opinione che il sistema delle mance è un sistema arretrato, incivile, antidemocratico, che deve essere abbandonato. Questo duplice passato di corruzione non lo dobbiamo dimenticare. Esso ha lasciato tracce profonde in fenomeni che dobbiamo combattere con tutte le forze nostre, anche se questo richieda tempo, energia e sacrificio".
Fatta questa premessa, Togliatti così prosegue:
"Vi sono forze politiche le quali sarebbero molto contente che vi fosse in Italia una crisi di governo ogni due o tre mesi perché questo servirebbe soprattutto a screditare la democrazia, e si tratta [...] di gruppi sociali e politici i quali non vogliono che un regime democratico repubblicano si rafforzi, che metta solide radici nella realtà della vita nazionale e nella coscienza del popolo.
Per il futuro Togliatti propone un sistema di controlli democratici più efficiente:
I cosiddetti organismi di controllo sono troppo lontani dal funzionamento immediato delle amministrazioni, e male orientali nel loro lavoro. Vi sono organismi di controllo cosìddetto finanziario che si occupano soltanto di mettere impacci all'attività di quei ministri che vorrebbero amministrare in modo più moderno e prendere le misure richieste dalle condizioni della nostra economia e della nostra finanza. Altri organismi di controllo perdono il loro tempo a rivedere le sentenze di epurazione. Il sistema dei controlli, quindi, non va e sarà questa una delle questioni più gravi che dovremo affrontare in questa assemblea e nelle future assemblee legislative, per stabilire un sistema di controlli sull'amministrazione per cui i cittadini possano acquistare piena coscienza che l'amministrazione è onesta, e avere piena fiducia in essa.
In altri termini, Togliatti si adopera per scongiurare la crisi voluta da destra e che avrebbe sbocchi a destra. Non c'è dubbio però che il prezzo pagato per l'unità è molto alto.11


1 Accenni a questa tematica sono contenuti in PIETRO SCOPPOLA, Appunti sulla questione democristiana, in "Il Mulino", n. 236, novembre-dicembre 1974, pp. 851-866.

2 Un contributo di revisione autocritica dei giudizi della sinistra operaia sulle posizioni dossettiane è contenuto in GIORGIO AMENDOLA, La rottura della coalizione tripartita, maggio 1947, in "Il Mulino", n. 235, settembre/ottobre 1974, pp. 780-798, nel quale è contenuta anche la citazione tratta da Cronache sociali.

3 Il 3 maggio '47 i comunisti francesi escono dal governo Ramadier.

4 ENZO FORCELLA, in Celebrazioni di un ventennio, Le giornate di un bibliotecario, Mondadori, 1974, pp. 153-178.

5 Cfr. GIOVANNI BAGET Bozzo, I motivi della rottura DC, in "Paese sera," 18 maggio 1977, p. 7.

6 Un esame delle posizioni delle sinistre in questa fase è in "Movimento operaio e ricostruzione" di VITTORIO FOA, in Italia 1945-1975 Feltrinelli Milano 1975, pp. 335-345.

7 Assemblea Costituente, Atti parlamentari, discussioni, p. 1270.

9 Assemblea Costituente, Atti parlamentari, Doc. IV, pp. 2 sgg Cfr. nello stesso documento le ulteriori dichiarazioni di Finocchiaro Aprile e la relazione dell'on. Rubilli.

10 Assemblea Costituente, Atti parlamentari, discussioni, p. 2948.

11 A questo punto gli impeti moralizzatori delle destre si spengono. Esse si opporranno a un'indagine riguardante le responsabilità ministeriali in una speculazione annonaria. Tale speculazione era stata denunciata all'autorità giudiziaria, quando ancora PCI e PSI facevano parte del governo, dal comunista Giulio Cerreti, Alto commissario per l'alimentazione. L'intervento del ministero dell'interno retto da Scelba bloccherà l'azione legale. E ciò viene ammesso dallo stesso Scelba (cfr. Atti Ass. Cost., p. 4796).


I navigatori

Quando vengono alla luce i primi scandali, De Gasperi non appare turbato. Si appalesa subito la vera "anima" della DC e tuttavia l'ostentazione non è ancora un fatto di iattanza, ma uno "strumento" propagandistico e aggregante nei confronti degli agrari del Sud e degli imprenditori del Nord, preoccupati della "socialità" della Democrazia cristiana, dei decreti in agricoltura, dei consigli di gestione e, dopo il 2 giugno 1946, della codificazione di nuovi rapporti sociali, che sta portando avanti l'Assemblea costi tuente. È chiaro che questi ceti, che si sono prevalentemente orientati verso i partiti monarchico e liberale e, in Sicilia, anche verso il movimento separatista (paradossalmente monarchico), non si propongono di abbattere la DC, bensì di impedire che il "provvisorio" dei governi d'unità nazionale diventi stabile e di gettare le basi per una svolta a destra. Un disegno restauratore che ha altri due poli: il Vaticano e gli Stati Uniti. Il Vaticano spiega il proprio intervento in Italia con motivi d'ordine spirituale, con la necessità di combattere il comunismo ateo. Ma è noto che vi sono altri interessi, molto più concreti, essendo il Vaticano una potenza economico-finanziaria che ha partecipazioni in varie società non solo italiane e che agisce con lo stesso realismo dei capitani d'industria. Le pressioni degli Stati Uniti per un progetto di restaurazione derivano da varie ragioni complementari tra di loro: strategico-militari, di politica estera, di politica economica internazionale. Il deterioramento dei rapporti con l'Unione sovietica e l'avvio della guerra fredda induce il governo americano ad abbandonare le primitive cautele diplomatiche e ad uscire allo scoperto e a porre come condizione per la concessione di aiuti economici all'Europa l'emarginazione dei partiti comunisti. E così, tra il maggio e il novembre 1947, i comunisti vengono esclusi dai governi della Francia, del Belgio, dell'Austria, dell'Italia. Per l'Italia le condizioni vengono probabilmente dettate nel gennaio 1947 durante la visita di De Gasperi alla Casa Bianca, preparata dall'ottobre precedente. Se in Italia verrà accentuato l'anticomunismo e instaurato un governo "democratico" gli Stati Uniti concederanno un prestito di 100 milioni di dollari in aggiunta a 50 milioni di dollari a titolo di rimborso spese per il mantenimento delle truppe statunitensi nel nostro paese. A De Gasperi, che non ha alcuna obiezione da muovere, gli americani hanno spianato la strada stimolando, anche con interventi finanziari, la scissione del partito socialista, compiuta da Giuseppe Saragat nello stesso mese di gennaio. Poco più di un anno dopo saranno ancora gli americani a dare un generoso contributo, anche finanziario, alla spaccatura dell' unità sindacale, per la quale s'era ovviamente adoperato anche il Vaticano. Come s'è detto, l'atteggiamento della Casa Bianca verso l'Europa è dettato anche da motivi di politica economica. Gli Stati Uniti ancora prima della fine del conflitto puntano allo sviluppo del loro sistema capitalistico e alla sua riorganizzazione su basi imperialistiche. Gli aiuti all'Europa, quasi soltanto in beni per favorire la produzione americana e liberare le industrie dalle eccedenze, rientrano perfettamente nel quadro di questa strategia che, operando a livello mondiale, ha bisogno di supporti esterni efficienti, quali i paesi europei. La ricostruzione e l'espansione economica del vecchio continente sono dunque funzionali all'obiettivo, ovviamente nella misura in cui gli Stati Uniti possano mantenere un ruolo egemone e di condizionamento delle economie dei singoli paesi. E poiché governi a partecipazione comunista non possono dare garanzie per la realizzazione di tali disegni, si rende necessaria l'estromissione dei comunisti. Trent'anni di malgoverno democristiano. L'occupazione del potere, dalla quale deriverà una efficiente "industria" del potere, parte dall'ipotesi integralistica della DC, che, tuttavia, alla forma, in presenza di un forte movimento di sinistra, privilegia la sostanza.
Non v'è quindi alcuna contraddizione tra ideologia e prassi nel fatto che la Democrazia cristiana, pur quando conseguirà la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, associ nelle responsabilità di governo repubblicani, socialdemocratici e liberali e mantenga buoni rapporti che in molte amministrazioni locali sono di alleanza organica con i monarchici e talora anche coi fascisti. Queste torme di collaborazione, infatti, non significano per nulla che la DC spartisca il potere con gli altri partiti. Certo deve concedere loro certi spazi e certe leve, ma si tratta di concessioni che non disturbano rassetto generale che la DC intende dare al paese, ed anzi possono servire da copertura e da alibi per spregiudicate operazioni del partito di maggioranza. Tale situazione offre alla DC il vantaggio di avere alleati in posizione subalterna e consente, per la laicità dei partner, una "facciata" democratica al governo del paese. Senza contare che nella sia pur formale assenza di un indirizzo monocratico è più facile resistere alle pretese più eccessive di alcuni settori della destra economica, dei quali si ricercano appoggi e solidarietà. Il ripudio formale dell'integralismo diventa allora funzionale all'integralismo concreto e comunque può essere finalizzato al potenziamento della DC. È questa la sottile intuizione di Alcide De Gasperi il quale, se distingue nettamente la sfera di partito da quella di governo, lasciando al partito la "cura" dell'ideologia, nella pratica di governo opera per la più vasta occupazione del potere. Per il conseguimento di un tale obiettivo gli stanno bene tutte le forze politiche ed economiche anticomuniste. Ha qualche esitazione verso i fascisti, anche perché egli si prefigge, pur nella continuità dello stato, un assetto liberaldemocratico, assegnando all'interclassismo della DC un ruolo di mediazione fra padronato e ceti medi con l'integrazione delle classi subalterne. Di qui nasce e durerà per vari anni quello che è stato definito "l'asse De Gasperi-Costa", ossia DC-Confindustria, della quale Angelo Costa è il presidente. E chiaro che nei propositi di De Gasperi tale alleanza deve coprirgli le spalle a destra, ma resta il fatto che quella che doveva forse essere soltanto un'azione tattica diventa una scelta strategica, proprio per la grettezza degli interessi di cui Costa si fa portatore.
Quest'uomo, che anni più tardi quale produttore dell'Olio Dante sarà al centro dello scandalo dell'"asino in bottiglia" e protagonista di piratesche operazioni armatoriali ma che già nel 1939 era stato condannato per sofisticazioni alimentari, nel momento in cui si pongono i problemi della ricostruzione e della industrializzazione del paese e insieme della funzione che deve assolvere la classe operaia, non sa vedere al di là dell'utile immediato, di una politica fondata sul contingente, priva di qualsiasi seria prospettiva. Come lui, molti degli altri imprenditori chiamati in questo periodo a fare da interlocutori privilegiati della DC. Nell'aprile 1947 per "spiegare" a comunisti e socialisti la sua pervicace intenzione di fare entrare nel governo i rappresentanti della destra economica, il leader DC declama in consiglio dei ministri: "Oltre ai nostri partiti vi è in Italia un quarto partito che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e di rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l'aumento dei prezzi o le campagne scanidalistiche. L'esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l'Italia senza attrarre nella nuova formazione di governo, in una forma o nell'altra, i rappresentanti di questo quarto partito di coloro che dispongono del denaro e della forza economica". Tutti questi motivi stanno alle spalle della crisi del governo tripartito che De Gasperi apre a metà maggio del 1947 e che si conclude con l'estromissione dei comunisti e dei socialisti e con la formazione di un governo DC-PRI-PLI, allargato nel dicembre successivo ai socialdemocratici. Il disegno restauratore alla cui realizzazione hanno concorso agrari, Confindustria, mafia siciliana, circoli più reazionari americani, e Vaticano verrà consolidato con le elezioni del 18 aprile 1948, svoltesi in un clima di terrorismo ideologico e col ricatto della fame. La DC sfiora il 50 per cento dei voti e consegue la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera.

Nasce un nuovo regime, prodotto da una scelta reciproca: la grande industria punta ormai, convinta dalla tenuta politica e dalla capacità di egemonia interclassista del partito cattolico, sulla DC; la DC elegge a proprio interlocutore privilegiato il quadro dirigente dell' apparato economico che va ricostituendo ed irrobustendo le sue basi di rilancio nel Paese ed a questo fine avanza le sue pretese. Cominciano a venire a scadenza i conti da pagare. In realtà congrui "anticipi" vengono accordati fino dall'estate 1947, dopo la costituzione del primo governo centrista, sulla base di un "ordine di servizio"12 che Angelo Costa trasmette a De Gasperi e che prevede tra l'altro la libertà di licenziamento nelle fabbriche, l'aumento graduale ma rapido dei prezzi del pane, della pasta, dei servizi pubblici, degli affitti, l'abolizione dell'imposta sugli utili di speculazione, sui dividendi, la riduzione della tassa sugli scambi, la piena disponibilità della valuta per gli esportatori13. L'attuazione di taluni di questi punti viene effettuata col massiccio impiego della forza pubblica. Dure repressioni ad esempio vengono programmate dal governo per impedire a Milano il 28 novembre 1947 uno sciopero di protesta contro decine di migliaia di licenziamenti. E poiché De Gasperi e Scelba dubitano che il prefetto Ettore Troilo, uomo della resistenza, dia corso al piano repressivo, decidono di rimuoverlo. Ciò inasprisce la reazione degli operai che occupano non solo numerose fabbriche ma anche la prefettura. Il governo allora proclama lo stato d'assedio che il comandante militare della piazza non esegue. Preferisce essere sostituito, come sarà sostituito Troilo, piuttosto che diventare un nuovo Bava Beccaris.

Altre importanti forme di pagamento dei "debiti" contratti dalla DC riguardano le agevolazioni fiscali al capitale azionario, decise nell'agosto 1948. In Sicilia il Governo regionale abolisce la nominatività dei titoli, con l'obiettivo ufficiale di richiamare capitali nella Sicilia depressa. Una misura d'incentivazione che servirà invece solo alla speculazione, in particolare quella armatoriale.14 In seguito la regione ampliava questo regime di sgravi fiscali usati come incentivi, attraverso la legge regionale 20 marzo 1950 numero 29 che concedeva la registrazione a tassa fissa per gli atti di acquisto di terreni e immobili destinati a nuovi impianti industriali e per la emissione di nuove azioni in aumento del capitale sociale e di obbli'gazioni, in ciò precorrendo le incentivazioni statali per il mezzogiorno. Il grande momento per gli armatori venne quando, con legge del 26 gennaio 1953, la regione siciliana estese, con qualche forzatura indubbiamente, il concetto di "stabilimento industriale", alle navi nuove o provenienti da acquisto all'estero che venissero iscritte nelle matricole dei porti siciliani. Inoltre, il nuovo provvedimento aggiungeva un grossissimo beneficio per le società che avessero approfittato delle agevolazioni nei cinque anni di vigenza della legge: l'esenzione decennale per i redditi dì ricchezza mobile di categoria B. Vi fu, allora, la corsa a portare navi nuove e vecchie (non escluse le "carrette") purché di bandiera estera e nazionalizzate, nelle matricole dei porti isolani e, in pratica, quasi esclusivamente a Palermo, dove le società "siciliane" si andavano installando per essere vicine al governo regionale.15 Il risultato è che in dieci anni il tonnellaggio di bandiera siciliana si moltiplicava facendo di Palermo il maggior porto italiano, ma solo sulla carta di certificati e atti ufficiali. In realtà tutta questa flotta non toccava quasi mai i porti isolani, le società avevano solo un piccolo ufficio a Palermo; pochissime, poi, erano quelle che avevano veramente impiantato nell'isola quella sede principale di armamento che costituiva una delle condizioni per godere dei benefici della legge del 1953. Gli armatori hanno sempre goduto in questo dopoguerra di larghi favori e di generose ricompense. Basti pensare alla svendita di navi militari, la più clamorosa delle quali riguarda probabilmente il cacciatorpediniere " Freccia. " Mediante una singolare e privatissima trattativa il cacciatorpediniere viene ceduto dagli enti governativi nel 1949 per 100 mila lire alla ditta Parodi Fabris che a sua volta lo rivende per 65 milioni. Un caso a sé è quello dell'armatore napoletano Achille Lauro, che nel giugno 1947 riesce a convincere i deputati qualunquisti a sostenere il Governo centrista di De Gasperi. Questo intervento gli viene sollecitato dallo stesso De Gasperi, il quale prende l'iniziativa di inviare a Lauro due emissari d'eccezione come il segretario politico della DC Attilio Piccioni e Paolo Cappa, guarda caso ministro della Marina mercantile. Si è scritto molto di questo incontro e si è affermato che Cappa pose a Lauro un'alternativa ricattatoria: lauta e immediata ricompensa se l'operazione fosse andata in porto, revoca di alcuni contratti marittimi se Lauro non avesse collaborato.
Afferma Percy A. Allum:

Dal punto di vista di Lauro il fatto decisivo in questo episodio fu la presenza ai negoziati del ministro della marina mercantile: contemporaneamente, infatti, furono assegnate a Lauro quattro navi "Liberty" in compenso di quelle perdute in guerra16".
I "compensi" a Lauro, e ve ne saranno tanti, non si limitano al settore marinaro. C'è una grossa operazione editoriale che risale al 1952. L'intreccio, prima ancora che politico, ha un fondamento assai più reale, che poggia su un giro di miliardi. Poco prima, era stato costruito il vero pilastro dell'intrigo Lauro-DC. Asse portante: il Banco di Napoli. Esattamente dieci anni prima, nel 1942, il consigliere nazionale del Partito Fascista, Achille Lauro, aveva ottenuto con 8 milioni di lire il 50 per cento delle azioni della società SEM, editrice dei tre maggiori giornali napoletani, "Il Mattino", "Il Roma", "Il Corriere di Napoli", cui si aggiunsero più tardi "Il Mattino illustrato", "Modella", "Modellino". A vendergliele era stato il direttore generale del Banco di Napoli, Giuseppe Frignani, che nel 1924, incaricato di trovare la "soluzione più adatta" per la stampa napoletana, aveva letteralmente sottratto "Il Mattino" alla famiglia di Eduardo Scarfoglio e Matilde Serao cui apparteneva ed aveva costituito la SEM per gestirlo consumandone l'intero pacchetto azionario. Lauro si era impegnato a sostenere da solo tutte le eventuali passività. Il Banco avrebbe corrisposto 600 mila lire l'anno per la pubblicità su tutti i quotidiani della SEM; i direttori dei giornali sarebbero stati nominati con l'approvazione dei dirigenti dell'istituto. Alla fine della guerra Achille Lauro, uscito dal campo di concentramento di Padula, dove per breve periodo lo aveva internato l'amministrazione militare alleata, momentaneamente impossibilitato ad esporsi politicamente, decide di liberarsi dagli oneri finanziari sostenuti durante il fascismo in cambio di vantaggiose protezioni economiche, e cerca un acquirente che gli subentri nel sostegno delle passività della SEM. Infastidito e incapace di risolvere il problema, Lauro s'era ridotto ad offrire in blocco le sue azioni al prezzo simbolico di una lira. Il Banco di Napoli continuava a rifiutarle. Nel '50, di colpo la scena cambia. Il 31 marzo nasce una nuova società, la CEN, compagnia editrice napoletana con capitale sociale di un milione di lire. Il suo compito è di gestire gli stabilimenti della SEM. Presidente viene nominato uno sconosciuto, il grande ufficiale Enzo Bevilacqua, il cui merito è d'essere cognato dell'onorevole Rodinò, ed a lui viene affidata tutta la manovra. Presidente del Banco è da oltre tre anni l'ingegner Ivo Vanzi. Nuovo vicepresidente è l'avvocato Francesco Selvaggi, già consigliere d'amministrazione. Il 22 maggio '51 entra nel Consiglio un nuovo personaggio, l'avvocato Guido Azzone, segretario provinciale della DC. Il decreto ministeriale che lo insedia reca la firma del mimistro del Tesoro on. Fella. Suo sottosegretario è il senatore Gava, in carica da poco più di un anno, ma già attivissimo. A Napoli monta, nel frattempo, l'ondata monarchica. L'affare SEM ritorna sul tappeto. Il Banco se ne interessa ed il Consiglio di amministrazione, sollecitato dall'avvocato Azzone, riapre le trattative con Lauro. Perché non attenuare lo spirito anti-dc con un dono consistente? Non passa un anno che il dono è confezionato e recapitato. Al posto di una lira simbolica. Lauro ottiene, in cambio del pacchetto azionario della SEM, la somma tonda di 350 milioni versatagli dal Banco. Per soprammercato gli vengono ceduti altri 90 milioni, tant'è valutata la testata del Roma, che da allora diviene l'organo della battaglia laurina. In cambio la DC raggiunge una vecchia, mai soddisfatta aspirazione, tentare, senza peraltro riuscirvi, di avere un proprio quotidiano a Napoli. C'è un periodo in cui le fortune del pittoresco armatore sembrano in ribasso. Siamo nel 1958. Il 4 settembre, Il Mattino racconta ai propri lettori il "grande avvenimento" svoltosi la sera prima a Napoli nel palazzo della duchessa Serra di Cassano, 'dove è stato "reso omaggio alla città con il ritorno, anche se solo per una sera, alla suggestiva atmosfera di un'epoca assai lontana". Un grande ballo raduna rè senza corona, duchi e marchesi e, assieme. Alighiero De Micheli, presidente della Confindustria e portatore in essa della "linea dura", Gianni Agnelli e Gaetano Marzotto, la costellazione industriale venuta a sostenere le sorti dell'astro vacillante Achille Lauro. Alla sua flotta il governo Tambroni concede parte dei 13 miliardi stanziati a titolo di contributo per la sovvenzione e la riparazione di navi mercantili private e dei 23 miliardi previsti nel bilancio statale '60-'61 per sovvenzioni a società di navigazione (rispetto ai complessivi 19 miliardi previsti per l'agricoltura), mentre sono poste in disarmo le due turbonavi dell'armamento pubblico, "Conte Grande" e "Conte Biancamano". A trarre i maggiori benefici da questo disarmo è però Angelo Costa, stavolta nella veste di armatore, che effettua un colpo magistrale ai danni dell'armamento pubblico del gruppo Finmare. Siamo nel 1960 e le rotte per il Sud America fino a quell'anno sono prevalentemente coperte da navi del Lloyd triestino (gruppo Finmare) e da "carrette" di Angelo Costa... Sulle stesse rotte sono però in esercizio due navi di una società francese, la "Provence" e la "Bretagne", la cui gestione è largamente passiva. Angelo Costa decide allora di far fuori la concorrenza puntando proprio sulla situazione di passività e propone al Lloyd triestino l'acquisto in comune delle due navi. Ricevutone un rifiuto l'armatore genovese procede da solo. Acquista la "Provence" a patto che la "Bretagne" venga esclusa dalle linee per il Sud America. A compenso di tale ritiro la società francese chiede 300 milioni che vengono versati per metà da Angelo Costa, per l'altra metà dal Lloyd triestino in considerazione del beneficio derivante dalla mancata concorrenza della "Bretagne" sulle proprie rotte. Senonché, appena firmato l'accordo e intascato il denaro, il presidente della società francese si precipita in Olanda e vende la nave a un armatore greco, che la immette sulle rotte per l'Australia, dove l'armamento pubblico ha una posizione di preminenza. Il Lloyd triestino paga, dunque, per avere una più spietata concorrenza. E per giunta paga molto di più di quanto avrebbe dovuto pagare se effettivamente la "Bretagne" fosse stata ritirata da tutte le rotte alle quali è interessato il Lloyd. Il disarmo del "Conte Grande" e del "Conte Biancamano" aveva modificato, infatti, radicalmente la situazione delle rotte per il Sud America. Prima i quattro quinti erano coperti dal Lloyd triestino, poi invece i quattro quinti sono coperti da Angelo Costa. In base a tale rapporto, quindi, per la mancata concorrenza della "Bretagne", Angelo Costa avrebbe dovuto pagare non 150 milioni, ma 240 e la Finmare 60 milioni. Ma ad un uomo di regime come Costa non si può negare nulla. E così egli può tenere in esercizio navi che dovrebbero andare in disarmo e che costituiscono invece un continuo pericolo per gli equipaggi e i passeggeri, come dimostrano i vari incidenti e naufragi di cui è vittima, negli anni, la sua flotta".


12 Ruggero Orfei parla di "vera direttiva" (cfr. L'occupazione del potere, p. 84).

13 Cfr. A. GAMBINO. Storia del dopoguerra - Dalla liberazione al potere DC, Bari 1975, pp. 321 e segg.

14 Cfr. EMANUELE MACALUSO, I comunisti e la Sicilia, Roma 1970, p. 55.

15 Cfr. "Settegiorni", Roma, 23 giugno 1974.

16 P. A. ALLUM, 'Potere e società a Napoli nel dopoguerra', Torino 1975, p. 351.

17 Significativo, tra i tanti casi, il naufragio della "Bianca C"., avvenuto il 22 ottobre 1961 nel Mar delle Antille. I motori erano stati costruiti nel 1941 e la nave varata nel 1949. Nonostante l'età e l'usura dei motori non si è mai proceduto alle necessarie revisioni per non lasciare ferma la nave. Nei giorni successivi al naufragio della "Bianca C". i giornali riferiscono che un funzionario del Registro italiano di navigazione aveva effettuato nel 1959 un viaggio sulla nave per compiere un'accurata ispezione anche al reparto motori. Le conclusioni, rimesse alla direzione generale, furono contenute in una relazione nella quale si chiedeva il fermo della "Bianca C". e la revisione completa, se non addirittura la sostituzione, di tutto l'apparato motore. Richiesta ovviamente inascoltata, come dimostra lo stato di servizio della nave, acquistata di seconda mano in Francia. Infatti nel 1959, dopo il viaggio inaugurale sotto la bandiera dei Costa, la "Bianca C". compie nove traversate per il Centro America, altre dieci nel 1960 e otto nel 1961. Inoltre effettua altre due crociere ne! Mediterraneo e numerosi viaggi su rotte più brevi.


I benefattori

Al presidente del Consiglio dei ministri e al ministro dell'Interno per conoscere quale sia l'ente morale, sottoposto a vigilanza e controllo dello Stato, che in data 21 gennaio 1951 su un quotidiano di Roma ha fatto inserire in neretto doppio, per meglio far risaltare la richiesta, la seguente offerta di impiego: "Ente morale assume immediatamente segretario-segretaria se parente di importantissima personalità. Dettagliare casella 9 F-Sip Tritone18".
Questa interrogazione parlamentare, presentata dall'on. Raffaele Terranova, DC in scarso odore di santità al punto che sarà espulso dal partito, non ha bisogno di particolari commenti. È questo il clima in cui matura la vicenda di Ebe Roisecco. Moglie di un ricco commerciante genovese, affascinata dai titoli nobiliari tanto da farsi chiamare contessa, abile e spregiudicata donna d'affari, Ebe Roisecco allaccia amicizie e rapporti con i massimi esponenti della DC da Campilli a Scelba, a Cingolani, ad Angela Maria Gotelli, a De Gasperi e successivamente anche con Gonella Ñ dà feste in loro onore, li ospita nella sua casa di Genova, ne circuisce le mogli facendo leva sul loro provincialismo, diventando una delle attiviste di maggior rilievo della DC, e procacciando a questo partito fondi così cospicui che da Piazza del Gesù le attestano ampia riconoscenza. Ebe Roisecco infatti ama esibire una medaglietta d'oro, una sorta di decorazione, con la quale la DC ha inteso ringraziarla "dei favori e dell'interessamento dimostrato". Pur risiedendo a Genova, Ebe Roisecco è di casa a Piazza del Gesù. La stampa dell'epoca riferisce che se qualcuno telefona al quartier generale DC, per chiedere informazioni sul suo conto si sente rispondere: "La contessa Roisecco è perfettamente conosciuta, in questo momento non c'è ma può capitare da un momento all'altro". Con queste amicizie e con quelle di cardinali come Giacomo Lercaro, o di autorevoli esponenti vaticani come il conte Giuseppe Dalla Torre, direttore dell'Osservatore romano, Ebe Roisecco diventa un'eminenza grigia del regime. Può ottenere favori e licenze d'importazione e condurre in porto lucrosi affari sui quali corrisponde adeguate tangenti alla DC. L'ambiente mercantilistico genovese se ha bisogno di far passare una richiesta al Ministero del commercio estero o a quello dell'industria sa che può rivolgersi a Ebe Roisecco. Deve pagare, ma i guadagni sono ingenti. La donna, inoltre, rastrella denaro, assicurando affari o elevati tassi di interesse, per far fronte alle esigenze del suo partito, specie durante le campagne elettorali. Di lei ci si può fidare. Un giornale genovese rivela, ad esempio, che nel 1949 attraverso un'importazione di olio minerale la donna realizza un utile netto di 350 milioni su un importo di un miliardo. E sono noti anche gli affari che si realizzano con l'importazione del grano, che all' estero può essere acquistato a prezzi estremamente vantaggiosi. Il punto è avere la licenza e le coperture per la violazione delle clausole. Le licenze, infatti, sono duplici in quanto il loro rilascio è subordinato alla condizione che l'importazione abbia carattere temporaneo: il grano cioè deve essere riesportato dopo essere stato lavorato in Italia. L'operazione diventa particolarmente lucrosa se la licenza rimane "zoppa", se cioè tutto si conclude nella prima fase, quella dell'importazione. Ed è ciò che Ebe Roisecco fa. I successi e i vantaggi economici conseguiti danno alla testa ad Ebe Roisecco che a un certo punto, pur non trascurando di versare addirittura anticipatamente le tangenti nelle casse della DC, pensa di allargare l'attività a suo maggior profitto personale. Non ha nessuna difficoltà a farsi affidare centinaia di milioni, ma stavolta il gioco è più grande di lei e dei suoi stessi protettori. Le richieste della donna vanno al di là delle pur ampie possibilità di cui dispongono governanti avidi e corrotti. Tenta allora di avere una licenza d'importazione di grano non più attraverso il Ministero per il commercio estero ma attraverso la Pontificia opera d'assistenza, la POA. Non tiene però conto dei tempi tecnici e così prima che la trattativa possa concludersi Ebe Roisecco è travolta dallo scandalo.18 Non sapendo più come far fede ai suoi impegni, la donna ricorre alla truffa ai danni di un compagno di partito, Renato Sacerdoti, presidente dell'Associazione industriali di Roma e dell'associazione sportiva "A.S. Roma". Carpendo la buona fede di un altro amico di partito, il professor Francesco Spinedi, anch'egli invischiato in loschi traffici, la mattina dell'8 febbraio 1953 si presenta con lui da Sacerdoti e gli dice che la DC per l'imminente campagna elettorale ha bisogno di denaro. Sacerdoti deve dare 100 milioni. Nel giro di qualche mese gliene saranno restituiti 120. Sacerdoti, dopo qualche esitazione, consegna la somma. Si ritiene garantito da un assegno di 200 milioni firmato dal grande finanziere della DC, il senatore Teresio Guglielmone, e controfirmato dal segretario del partito Guido Gonella. L'assegno doveva servire appunto come garanzia. Una prassi normale come dichiarerà lo stesso Sacerdoti Ñ quando la DC richiedeva denaro in prestito "ai sostenitori di maggior conto, banchieri, industriali, grossi commercianti". Le firme di Guglielmone e di Gonella sono però false. È la stessa Ebe Roisecco che lo comunica con un biglietto a Francesco Spinedi, annunciandogli anche che si sta recando a Napoli in casa di amici per togliersi la vita. Una mossa teatrale. In realtà la donna va a Napoli ma per ingerire solo qualche pastiglia di sonnifero e qualche analgesico. La messinscena le serve però per evitare la denuncia per truffa. E convinta che il partito metterà tutto a tacere e che arriverà a una transazione con i creditori. I suoi calcoli hanno solide radici. Ne ha avuto la prova qualche mese prima, in dicembre, allorché venne fermata e tradotta in questura. Gli amici della donna sostengono, a torto o a ragione, che l'intervento della polizia fu sollecitato dal presidente della Federconsorzi Paolo Bonomi, preoccupato del fatto che la Roisecco ostentasse sempre più frequentemente i rapporti con lui". Ma se Bonomi è potente, vi sono altri più potenti di lui e il fermo della Roisecco dura pochi minuti. Gli amici, le complicità, gli affari poco puliti condotti per conto della DC, l'imminenza delle elezioni (con la legge truffa) fanno credere alla donna, dunque, di farla franca. E infatti in un primo tempo tutto sembra andare liscio. Renato Sacerdoti non denuncia la truffa perché Ñ spiegherà al magistrato non vuoi dare in mano "alle forze sovversive" argomenti che avrebbero potuto nuocere alla DC durante la campagna elettorale, ma tenta ugualmente di rientrare in possesso dei 100 milioni. Una parte della somma gli viene versata dal professor Spinedi che teme lo scandalo, avendo egli garantito dell'autenticità della firma di Gonella. Il resto conta di averlo dalla DC. Ne parla il 24 marzo col senatore Pier Carlo Restagno, segretario amministrativo del partito, il quale lo tranquillizza. Anzi per meglio tacitarlo, gli fa balenare la possibilità di una candidatura al Senato, che poi sfumerà. Anche Spinedi pensa di rivolgersi alla DC per poter tornare in possesso dei milioni versati a Sacerdoti a parziale risarcimento. Tra la fine di marzo e i primi di aprile s'incontra con l'avvocato Paolo Boitano, legale della segreteria amministrativa della Democrazia cristiana, il quale gli assicura che l'onorevole Pietro Campilli, all'epoca ministro dell'Industria, e il vicesegretario amministrativo Antonio Loi sistemeranno tutta la faccenda. Spinedi si tranquillizza. Ha cognizione diretta dei rapporti che intercorrono tra la Roisecco e lo stato maggiore della DC. Proprio per questo ha garantito sull'autenticità della firma di Gonella. Prima che venga presentato l'assegno a Sacerdoti egli è convocato a Piazza del Gesù per essere presente alla firma di Gonella. Giunge nella sede della DC racconterà al magistrato passa l'anticamera destinata ai postulanti di poco conto, varca quindi l'anticamera riservata alle personalità e qui si vede venire incontro Ebe Roisecco che esce dallo studio di Gonella sventolando rassegno. "Chiunque avrebbe potuto caderci e a maggior ragione io che conoscevo bene di quali amicizie disponeva la signora Roisecco". Dirà ancora Spinedi che egli aveva assistito più volte a telefonate che la donna faceva al numero 849371, corrispondente al numero segreto di Guido Gonella. E poi perché sospettare se importanti e reiterate operazioni commerciali erano state effettuate dalla Roisecco tra il 1948 e il 1953 in virtù delle sue aderenze politiche? "Certi affari rifiutati ad altri venivano concessi alla Roisecco", dichiara Spinedi. "Trassi da questa circostanza il convincimento che l'utile dell'operazione non andasse esclusivamente alla signora Roisecco". Sacerdoti, dunque, non denuncia; Spinedi non denuncia, ma non si rivolge alla magistratura neppure Guido Gonella. Dirà al giudice istruttore: "...nel maggio 1953 fui informato dall'onorevole Restagno dello scandalo Sacerdoti e dell'esistenza dell'assegno con le firme false, ma non ritenni di dovere sporgere denuncia". Gonella dichiara allo stesso magistrato che aveva conosciuto casualmente Ebe Roisecco, che le era stata presentata dall'on. Angela Maria Gotelli, ma che non l'aveva mai autorizzata a compiere operazioni finanziarie per conto della DC. Una conoscenza occasionale e un solo incontro. Non ricorda l'argomento del colloquio. Al processo, Gonella, che intanto è diventato titolare del Ministero di Grazia e giustizia, farà ben altre ammissioni. Dichiarerà cioè che la Roisecco si era recata da lui lamentando il fatto che il ministro Togni aveva rilasciato ad altri e non a coloro con i quali il partito s'era impegnato, la concessione per la costruzione d'una raffineria a Coronata presso Genova. E Gonella promise che se ingiustizia era stata fatta sarebbe stata riparata. Anche questo della raffineria doveva essere un grosso affare per la Roisecco e per la DC, essendo stata concordata con la ditta Parodi concessionaria della raffineria una tangente di 200 milioni. Ma il truffato non è soltanto Renato Sacerdoti. Vi sono numerose altre persone, grossi commercianti soprattutto, che debbono avere centinaia di milioni e che la donna non riesce a tacitare. Costoro, vista l'impossibilità di riavere le somme versate, si rivolgono all'autorità giudiziaria. Dopo le prime esitazioni, alla stessa maniera si comporta adesso Renato Sacerdoti. Ha così inizio l'istruttoria che dura ben cinque anni e si conclude il 17 maggio 1958 col rinvio a giudizio di Ebe Roisecco. Il processo incomincia il 18 novembre 1959 ed è opinione diffusa che si tratti d'una farsa. I reati cadranno in prescrizione l'11 settembre 1960 ed è naturale pensare che, dieci mesi non possano essere sufficienti a percorrere tutti i gradi del giudizio, sino ad arrivare alla sentenza definitiva. Ma si deve parlare di farsa per un'altra ragione. L'indagine infatti si è fermata ad Ebe Roisecco e alle sue truffe e non ha investito il giro d'affari illeciti che la donna aveva compiuto in complicità con esponenti del Governo e della DC o su loro commissione. Vero è che Ebe Roisecco si rifiuta di fare nomi, ma le operazioni commerciali vengono ugualmente a galla e varrebbe quanto meno la pena di tentare di dar loro la paternità politica. Ciò non accade durante l'istruttoria e non accade durante il dibattimento. A cinque giorni dall'inizio del processo, il 23 novembre l'avvocato difensore Anchise De Bernardi comunica ai giudici di avere denunciato alla polizia il furto nel suo studio del dossier Roisecco. Si sono volute far sparire delle prove? Ma, come s'è detto, se non vengono fatti nomi peraltro noti all'opinione pubblica gli affari e le loro modalità sono quotidianamente oggetto, al processo, di interrogatori e di contestazioni.

A questo punto la DC si preoccupa. Non ha altra scelta che scaricare totalmente Ebe Roisecco. Nessun notabile l'ha mai aiutata, nessuna tangente la donna ha mai versato alla DC. Menzogne sfacciate, in contrasto persino con le deposizioni di Sacerdoti e di Spinedi. Ebe Roisecco capisce l'antifona e cerca di correre ai ripari. Rinnegata dalla DC ha una sola possibilità di salvezza: parlare, chiamare in causa i suoi compiici. Se si troverà sulla stessa barca coi potenti, dovranno essere loro ad evitare il naufragio.
E così il 3 marzo 1960, mentre ancora è in corso il processo di primo grado, la donna pubblica su "Il Borghese" un memoriale che vale la pena di rileggere almeno in parte per la luce che getta sul mondo squallido e grottesco del clientelismo de e dei suoi patroni, da Campilli a Togni e Gonella, senza dimenticare il socialdemocratico Ivan Matteo Lombardo.

La prima operazione che feci attraverso le mie conoscenze avvenne fra il 1946 e il 1947, ministro per il Commercio estero Campilli, chiedendo duecento tonnellate di semi di ricino in temporanea importazione a favore della ditta Parodi e Mascazzini di Genova. La ditta Parodi e Mascazzini aveva avuto lo stabilimento distrutto proprio alla fine della guerra. Io, da parte mia, avevo conosciuto l'onorevole Campilli ed altre personalità, tutti presentatimi dalla signora Dalla Vecchia Gozer. L'ingegner Parodi, quindi, ritenne opportuno propormi una collaborazione commerciale, che permettesse a lui di risollevarsi rapidamente; e ciò spiega la continuità dei miei rapporti di lavoro con la ditta che ho nominato. La licenza venne chiesta "in temporanea", in base a suggerimenti avuti, ma per essere trasformata poi in "definitiva". Io chiesi a tale riguardo una assicurazione al ministro; l'assicurazione mi venne data, e, in effetti, tutto andò a buon fine. Per questo favore feci un'offerta alla Signora Dalla Vecchia, per il suo comitato romano, di circa trecentomila lire, per quanto ricordo. Conobbi poi S. E. Scelba, allora Ministro delle Poste e Telegran. Egli venne a Genova con la Dalla Vecchia per un comizio. La signora accompagnava il Ministro nella sua qualità di esponente del comitato DC romano. Il Ministro tenne il suo comizio. Io, con la Dalla Vecchia, organizzai altri due comizi, uno a Genova e l'altro, mi sembra, a Sestri. Poi tutti pranzarono in casa mia, con la signora Scelba e il dottor Villani, segretario di Sua Eccellenza. Oggi tutti costoro smentiscono, tranne l'onorevole Scelba, il quale ha ammesso di essere stato a colazione in casa mia con la signora Dalla Vecchia: e questa ammissione basta a far capire molte cose, anche se l'onorevole Scelba ha aggiunto, come è vero, di non aver trattato affari. Infatti, se non fossi stata con la signora Dalla Vecchia in rapporti tali da giustificare l'invito a Scelba, come avrebbe potuto verificarsi la colazione? In quello stesso periodo conobbi il senatore Cingolani e la signora, ed entrai con loro in ottimi rapporti. In occasione delle celebrazioni del cinquantenario della Contardo Ferrini, l'onorevole Cingolani venne a Genova. Erano presenti, fra gli altri, anche il Conte Dalla Torre, che fu ospite per tre giorni in casa mia, ed io offrIl un grande pranzo, con l'intervento del Prefetto e delle massime autorità di Genova. Tutto ciò avvenne nel 1950. In realtà, con l'onorevole Cingolani, che nel 1950 si trovò alla mia tavola al fianco del Cardinale Lercaro, e che pertanto dovrebbe ricordare bene la cosa, io ero in cordialissimi rapporti fin dal 1946. Ricordo anzi che in quel periodo essendo egli ministro all'Aeronautica, ed avendo io espresso il desiderio di fare un volo, mi mise a disposizione il suo apparecchio. L'aereo si trovava a Torino, ed io partIl da Novi, in compagnia di mio marito. CompIl il viaggio da sola: nella cabina, oltre a me, sedeva soltanto un altro passeggero, di cui non ricordo il nome. Ma sono certa che l'onorevole Cingolani ha buona memoria di questo suo tratto di cortesia. In tempi successivi ebbi a Genova, ospite mia, la signora Cingolani, che tenne una conferenza al Lyceum: ero socia del Lyceum, così come ero vicepresidente della Contardo Ferrini. Ero anche presidente della organizzazione Famiglie dei Caduti, su invito del Cardinale Lercaro e di Monsignor Adrianopoli, direttore del Cittadino di Genova e vicepresidente dell'orfanotrofio di "Padre Umile" di Genova. I miei rapporti con i personaggi politici romani si andavano, così, facendo sempre più stretti. Fui ospite in casa Campilli ad un tè di beneficenza, e conobbi la famiglia. Il dottor Luparello, Capo Gabinetto dell'onorevole Piccioni e Capo della segreteria dell'onorevole Scelba al Ministero dell'interno, mi agevolò molto nella mia attività benefica a favore dei comitati di cui ero patronessa o esponente. Intrecciammo ottimi rapporti: sua figlia era coetanea della mia, e andammo insieme in villeggiatura, e al Santuario di Mondovì. Con il 1948 cominciai ad effettuare operazioni commerciali di maggiore importanza: un'importazione in franco valuta di acidi grassi, sempre per la Parodi e Mascaztini. Se ne occupò l'onorevole De Cocci (al momento non ancora onorevole, ma segretario di Campilli), presso il Commercio estero. Trattai direttamente con l'onorevole, e non ricordo bene quale anello di congiunzione ci fu per arrivare in porto. Nasceva intanto il giornale "La libertà d'Italia" e nel 1949 io entrai in rapporti con il gruppo politico di cui il giornale era espressione. Ciò, grazie alla attività svolta a fianco della signora Dalla Vecchia, che aveva organizzato colonie marine per conto della DC e aveva ricevuto da me notevoli aiuti. Avevo visitato le colonie, ero stata ricevuta come una benefattrice (e, del resto, a buon diritto), avevo avuto le congratulazioni dell'avvocato Mosconi. Inoltre, avevo regalato personalmente alla signora Dalla Vecchia una pelliccia di castorino ed un anello con uno zaffiro. La mia amicizia con Regina nasceva anche dal fatto che spesso organizzavo pranzi, dai quali avrebbe dovuto nascere l'occasione propizia per un matrimonio di quella che consideravo la mia più cara amica, e che era ormai in età matura. Nel 1949, all'Albergo Massimo d'Azeglio di Roma, dove alloggiavo, conobbi il signor Carlo Buriani, legato all'avvocato Barone Caprara. Costui, pur senza avere ufficialmente alcun incarico, era in realtà il rappresentante di Onorino Fragola, editore del giornale. Sempre in quel periodo, con la collaborazione del professor Spinedi, avevo fornito al Consorzio agrario provinciale di Genova (diretto dal dottor Amero, mio lontano parente) cinquemila quintali di zucchero, e mille quintali alla Camera del Lavoro. A tale proposito, mi ha molto meravigliato la dichiarazione del professor Ruggeri, ex Commissario della Federconsorzi, il quale ha affermato di non avermi mai conosciuta. In realtà io lo conobbi, tramite sempre la Dalla Vecchia, e andai da lui proprio per raccomandargli la causa del dottor Amerò. In quella occasione parlai anche di una possibile fornitura di olIl agricoli da parte della Parodi e Mascazzini, e ho conservato tutto l'incartamento, compilato secondo i consigli datimi da un funzionario del professor Ruggeri. Il quale Ruggeri, del resto, mi insegnò una sua massima: "Non pensare al domani; pensa che ieri temevi per oggi". Evidentemente, egli ne ha fatto buon uso. [...] La seconda operazione, una importazione di sacchi, venne condotta a termine sempre d'accordo con Buriani e Caprara, e con il dottor Amerò. Costituii inoltre, con Buriani, la COFOPO (Cooperativa Forniture Popolari) per fornitura di pacchi ENAL, contenenti alimentari, coperte e capi di vestiario. Inutile dire che, a mano a mano che si concludeva un'operazione, La libertà d'Italia riceveva le sue sovvenzioni: e io, del resto, ero più che mai legata alla DC, anche perché nel 1948, in occasione del comizio di De Gasperi a Genova, avevo avuto una parte di primo piano nell'organizzazione dei festeggiamenti, e la stessa signora De Gasperi mi aveva onorato della sua presenza al rinfresco offerto per il partito (di cui, peraltro, non chiesi mai la tessera). Anche in occasione dell'attentato a Togliatti, la mia casa era stata messa a disposizione dell'ispettore Morelli, inviato da Roma in sostituzione del questore Palma, destituito per la situazione creatasi: la Prefettura era circondata, il funzionario non poteva raggiungerla, e, insieme al maggiore Manaccio della PS, decise di far capo a casa mia per tutte le comunicazioni. Arriviamo così alla operazione del 1949, per l'importazione di olio lubrificante in compensazione. Per spiegare questo episodio, debbo premettere che, insieme all'avvocato Spinedi, avevo cercato di concludere, senza peraltro riuscirvi, un'operazione di "pacchi dono", e che in tale occasione avevo conosciuto l'avvocato Crocco, socialdemocratico, figlio del generale Crocco. Quando l'ingegner Parodi mi propose di ottenere una licenza d'importazione per diecimila tonnellate di olii lubrificanti franco valuta, era ministro dell'Industria l'onorevole I. Matteo Lombardo, socialdemocratico, e quindi pensai di rivolgermi all'avvocato Crocco per entrare in rapporti con lui. Infatti, tutto andò secondo le previsioni. L'avvocato interessò il partito, le trattative furono lunghe e laboriose, ma, alla fine, si convenne che l'operazione avrebbe avuto buon esito: cinquemila tonnellate soltanto, con pagamento da parte nostra di un premio al partito socialdemocratico, su una cifra di mezzo miliardo. L'operazione in effetti si concluse, e noi pagammo il dovuto. Proprio in quel periodo conobbi gli onorevoli Ariosto, Vigorelli, D'Aragona, Lami Starnuti e il professor Battara della segreteria socialdemocratica. La compensazione venne effettuata grazie a un accordo che io dovetti concludere con la ditta FURER di Massa Carrara, e che portò alla fornitura in Messico di chiesette prefabbricate. La cosa andò per le lunghe, tanto che io dovetti ottenere più volte il rinnovo della licenza: il senatore Bertone, che ha dichiarato di non conoscermi, dovrebbe ricordare questo particolare, perché fu lui ad agevolarmi in seguito alla presentazione di un suo amico, il commendator Bracco, del Poligrafico. Fra il 1950 e il 1951 si impostò, poi, l'operazione relativa alla raffineria di Genova, di cui ho parlato anche in Tribunale nel corso delle testimonianze rese. Si occuparono della cosa gli onorevoli Campilli e Togni, e infine, a Roma, io conobbi, su presentazione del professor Gozzer, l'onorevole Gonella. Quanto accadde con l'onorevole Gonella è ormai noto, perché tutti i giornali hanno parlato della testimonianza resa dal ministro di Grazia e giustizia. Desidero soltanto far rilevare che fin dall'inizio del processo, alla quinta o sesta udienza, io trasmisi al ministro un memoriale, affidandolo al mio legale, avvocato Funaro, che a sua volta lo trasmise a un Cardinale, per il definitivo recapito. In questo memoriale si esponevano le cose che sarei stata costretta a riferire, dietro pressione dei miei legali, per necessità difensiva. Ora il ministro ha smentito buona parte delle mie affermazioni, ma io mi chiedo: perché mai l'onorevole Gonella, appena ebbe il memoriale, non insorse, stroncando sul nascere quella che egli chiama una mia "speculazione?" Sono convinta che il Tribunale, al quale ho esibito la copia del memoriale, non potrà non avere il medesimo dubbio. E, del resto, perché avrei insistito sul nome di Gonella, volendo fare un falso, andando a infastidire proprio il ministro di Grazia e giustizia? Se avessi voluto inventare, avrei scelto un personaggio meno pericoloso, data la mia delicata posizione21.
Al processo di primo grado che si conclude alla fine di marzo 1960 Ebe Roisecco viene condannata a 10 anni e 8 mesi di reclusione. Non è certo la condanna che sconcerta oltretutto le truffe sono ampiamente provate Ñ bensì quel che accadrà dopo. Il 28 maggio la donna viene tratta in arresto e da quel momento tutto si succede a ritmo vertiginoso. C'erano voluti otto anni per giungere alla sentenza di primo grado e adesso invece la presidenza della Corte d'appello di Genova, prima ancora che scadano i termini per la presentazione dei motivi d'appello, avverte che la prima udienza per il processo di secondo grado sarà tenuta l'11 luglio senza possibilità di rinvii. Si capisce subito che non v'è nessuna speranza di rinnovare sia pure parzialmente il dibattimento. La sentenza d'appello che conferma la condanna a 10 anni e 8 mesi viene pronunciata il 13 luglio 1960, a tré mesi dalla sentenza di primo grado. Ma ancora più impressionante è la celerilà con la quale si giunge al ricorso per Cassazione. Intanto la motivazione della sentenza d'appello è pronta dopo cinque giorni appena, il che costituisce un record senza precedenti. L'8 agosto scadono i termini per la presentazione dei motivi di ricorso e il giorno dopo i difensori vengono avvertiti che la discussione in Cassazione è fissata per il 10 settembre. Ai magistrati della suprema corte basterà poco più di un quarto d'ora per chiudere il caso e le polemiche. Il ricorso viene respinto e la condanna è definitiva. Il giorno dopo, i reati sarebbero caduti in prescrizione.


18 Camera dei deputati, I legislatura. Atti parlamentari Discussioni, p. 29490.

19 Al processo per la truffa che si terrà a Genova a partire dal novembre 1959, viene data lettura di un promemoria che il professor Spinedi aveva preparato per Renato Sacerdoti su indicazione della Roisecco. Le sigle P.B., E.R., e R.S. si riferiscono ai nomi di Paolo Bonomi, Ebe Roisecco e Renato Sacerdoti, come chiarisce la stessa Roisecco a domanda del presidente. Dice il documento: 1. TS. ha imposto che non si effettui alcuna operazione bancaria ordinaria (apertura di credito e fìdejussione) agganciata ai buoni di consegna e ciò per evidenti ragioni di riservatezza. Cade pertanto la possibilità di usare l'apertura di credito ordinaria. 2. L'operazione quindi dovrebbe svolgersi sulla base di questa tecnica. 3. All'atto della firma del contratto tra P.B. ed E.R. fiduciaria con obbligo di P.B. di consegnare buoni di consegna entro dieci giorni dalla firma, bisogna versare a mano di P.B. (che ne rilascia ricevuta in conto di 30 mila quintali di buoni grano) la metà del prezzo, cioè 75 milioni. Tanto il contratto di assegnazione quanto le ricevute debbono essere mostrate a R.S. 4. R.S. con un contributo in contanti da parte di E.R. fornisce il denaro da versare a P.B. ed a garanzia di questa somministrazione riceve in assegno di conto corrente (..).. 5 P.B. si è dichiarato disposto in via eccezionale a rilasciare i buoni consegna per 30 mila quintali a mezzo della fiduciaria E.R. dando dieci giorni di tempo per il pagamento (..).. 6. Questa procedura della durata complessiva di quindici giorni una volta instaurata con il pieno gradimento di P.B. permetterà di ripetere l'operazione medesima con contropartita di primissimo ordine per molte volte, entro il 31 luglio 1953.

20 Tale deposizione venne fatta dal professor Spinedi davanti al tribunale di Genova nell'udienza del 22 novembre 1959.

21 Cfr. "Il Borghese", 3 marzo 1960.


I santi in Vaticano

Che Ebe Roisecco si sia rivolta proprio al Vaticano quando si trovava in difficoltà non è casuale. È la stessa DC infatti, che mantiene ottimi rapporti, intessuti di licenze, sovvenzioni e favori vari, con la Pontificia opera d'assistenza (POA) in cambio dell'aiuto elettorale, che questa le presta, grazie alla sua formidabile rete di " collaboratori volontari", in modo assiduo e costante. La POA, creata da Pio XII, inizia la sua attività assistenziale il 18 aprile 1944 sotto la presidenza di monsignor Ferdinando Baldelli e con il gesuita padre Otto Fallen per i contatti con le autorità tedesche. La sede provvisoria consisteva in una decina di stanze offerte dalla Curia generalizia dei Gesuiti a Borgo Santo Spirito. La sua funzione iniziale, che era quella di contribuire al difficile vettovagliamento della capitale e delle convivenze religiose andò sviluppandosi in numerose altre disparate attribuzioni sopratutto di assistenza ai profughi, ai reduci; di organizzazione di colonie estive per "ragazzi poveri ed abbandonati"; di organizzazione delle Pie Unioni dei pescatori, braccianti, pastori, assegnatari; ai Centri di addestramento professionale ed ai lavoratori artigiani22; meritando il plauso del Papa che di essa parla come "dell'opera sovra ogni altra a Noi cara". Inequivoca, perciò, sin dai primordi, fu la caratteristica della POA, che ormai ha assunto 30 mila dipendenti e 202 mila "collaboratori" come organo dello Stato della Città del Vaticano, sottoposta alla vigilanza di due cardinali, Nicola Canali e Pizzardo, avendo come delegato speciale il conte Enrico Pietro Galeazzi, architetto dei Sacri palazzi apostolici e come membri influenti il Governatore della Città del Vaticano, marchese Serafini, il consigliere generale, principe Carlo Pacelli ed il Consulente emerito, conte Franco Ratti, con la sola eccezione laica del professor Giorgio La Pira. I mezzi della POA provengono, in gran parte, dal governo degli Stati Uniti. La particolarità sta nel fatto che il governo degli Stati Uniti trasmette con abbondanza questi fondi (denaro, viveri, indumenti), non alla POA, bensì al governo italiano che a sua volta, discrezionalmente, li passa alla POA, trasferendo cioè all'estero mezzi destinati all'Italia. Si tratta di 25 milioni di dollari nel 1955; di 26 nel '56; di altrettanto nel 1957. Non soddisfatto di questa sua liberalità, il Governo italiano assicura altre sovvenzioni alla POA attraverso elargizioni dei singoli ministeri che si rifiutano di comunicarne modalità ed ammontare. Nel complesso, la POA ottiene, in un decennio, fondi italiani e stranieri calcolati in oltre 33 milioni di dollari.24 La Pontificia commissione, per suo conto, batte altre strade per arricchire il proprio bilancio. La prima è quella della speculazione sui generi alimentari: polvere d'uovo, latte, farina, burro salato, grano. Nell'immediato dopoguerra un commerciante milanese, Cirillo Piovesana, aveva messo in piedi una fiorente attività, importando polvere d'uovo dagli Stati Uniti. Qualche anno dopo, però, gli affari del Piovesana incominciarono a subire una flessione preoccupante. Il commerciante non sa spiegarselo, dal momento che per scoraggiare ogni concorrenza ha sempre tenuto i prezzi molto bassi. Successivamente, viene a sapere che i suoi concorrenti sono i centri diocesani della POA. Si presenta alla Curia a Borgo Santo Spirito e fa le sue rimostranze all'ente pontificio. Rassicurato, riprende ad importare e tutto fila liscio per alcuni mesi. Nel novembre 1950, però, giungono dagli Stati Uniti 1.200 quintali di polvere d'uovo. La POA in parte effettua una permuta con altre merci, il resto lo rivende alle ditte già clienti del Piovesana. Le vendite del commerciante calano di nuovo e s'interrompono del tutto, allorché si apprende che stanno per arrivare alla POA altri ingenti quantitativi di merce. La polvere d'uovo di Piovesana marcisce nei magazzini mentre la POA arriva addirittura a costituire due società di vendita, la "Fidela" e la "Sicla", che tra il giugno 1951 e il febbraio 1952 ne immettono sul mercato ben 4.500 quintali, corrispondenti all'intero fabbisogno nazionale. Ridotto sull'orlo del fallimento, Cirillo Piovesana torna di nuovo a Roma. Stavolta le sue proteste sono molto più vibrate, si fanno minacciose. Per evitare uno scandalo, i dirigenti della POA fingono di associarlo alla loro impresa, ma in realtà intendono solo tacitarlo, compromettendolo. Ed infatti alcuni mesi dopo, il Piovesana viene liquidato: la POA gli versa 3 milioni e mezzo, a quanto, infatti, ammontano i debiti del commerciante. La Fidela e la Sicla, intanto, hanno realizzato un guadagno di un miliardo tondo. Le speculazioni della POA sono così sfacciate da provocare addirittura proteste diplomatiche degli Stati Uniti nei confronti del governo italiano. Una di queste proteste è del 1958 e a rivelarla è il vaticanista Carlo Falconi: il 20 settembre il weekend dei funzionari dcll'ambasciata degli USA, incaricati della distribuzione dei "doni del popolo americano", fu improvvisamente compromesso da un ordine superiore. In seguito a riunioni e consultazioni era stato deciso, infatti, di preparare per il pomeriggio un "passo riservato" presso il ministero degli esteri italiano: oggetto la richiesta di delucidazioni in merito al cosiddetto scandalo «Molini Biondi-Principe Pacelli-Pontificia opera di assistenza». In che cosa consisteva il nuovo scandalo? Quattro giorni prima l'Unità aveva pubblicato un documento e dati molto circostanziati relativi alla vendita di migliala di quintali di farina americana destinata alla beneficenza da parte della società Molini Biondi con sede a Firenze in via dei Mille. Tale merce, documentava il giornale, proveniente dai magazzini della Pontificia opera di assistenza, incaricata della distribuzione, giungeva abitualmente a Firenze in camion targati Roma oppure in treno, ed era venduta direttamente dalla società, o tramite i suoi rappresentami in Emilia. La gravita delle rivelazioni derivava dall'essere quella farina destinata dal governo degli Stati Uniti ai poveri e alle istituzioni assistenziali italiane con divieto assoluto di vendita o di scambio. Non solo, ma il presidente della società Molini Biondi (la stessa a cui sono associati i Molini Pantanella) è lo stesso principe Don Marcantonio Pacelli, "esente" e cioè colonnello delle Guardie nobili pontificie, nella sua qualità di nipote di Pio XII. Lo scandalo coinvolgeva dunque, assai più della società molinaria, la Pontificia opera di assistenza e la persona d'un parente del papa. L'annuncio dell'Unità non sorprese i funzionari dell'ambasciata USA quanto il silenzio dell'Osservatore romano e dell'ufficio stampa della POA. Quando finalmente, dopo tre giorni, L'Osservatore intervenne, non fu per smentire le accuse, bensì ed esclusivamente per... difendere il papa. Era troppo e l'ambasciata dovette prendere le sue misure...26 La seconda strada battuta dalla Pontificia commissione per arricchire il proprio bilancio è quella della gestione diretta di istituzioni pubbliche cedute alla POA dal governo italiano. Il 5 giugno 1952 viene stipulata tra monsignor Baldelli e l'onorevole Giovanni Elkan commissario nazionale per la Gioventù italiana, una Convenzione ufficiale che trasferisce alla POA la gestione di tutte le colonie climatiche dell'ex GIL per un complesso di 1.330 stabili, 340 palestre, 310 costruzioni sulle spiagge, 296 ex case della GIL, 52 cinema e teatri, 68 campi sportivi per un valore di 160 miliardi. L'onorevole Elkan perfeziona il suo interessamento conducendo, in gestione congiunta con la POA, tutto il consistente apparato edilizio dell'ex GIL, appaltando a basso costo all'Opera pontificia mense scolastiche, forniture di ristoro per convegni, impianti sportivi del Foro italico dove viene ospitata anche la manifestazione americana 'Aqua Parade' (bellezze al bagno). Durante l'Anno Santo del 1950, l'Accademia dell'ex GIL del Foro italico viene, dall'onorevole Elka ceduta in fitto a una società privata, presieduta dal professor Luigi Gedda, fondatore dei Comitati civici. La società v'impianta un albergo, il Felix, che va a rotoli e perde 250 milioni. L'onorevole Elkan ritoma in possesso dei locali, li riaffitta, per 9 anni, al CONI che vi sistema i suoi uffici. Il CONI sborsa 250 milioni, la Gioventù italiana ne intasca solo 50 perché 200 deve darli alla dissestata società Felix che in tal modo riassesta il proprio bilancio".


22 Il 23 marzo 1966 "l'Unità" riproduce la tessera della DC n. 883950, che il bracciante disoccupato di Barletta Vito Menna è stato costretto a prendere. Ha dovuto pagare 200 lire per la tessera e così ha potuto avere il pacco POA.

23 Cfr. CARLO FALCONI, L'assistenza italiana sotto bandiera pontificia, Milano 1957. 24 Cfr. Camera dei Deputati, intervento del deputato Luciana Viviani (PCI) nella seduta del 6 aprile 1954.

25 Cfr. "Vie Nuove", Roma, 4 ottobre 1958.

26 Cfr. "Vie Nuove", 4 ottobre 1958.

27 Le speculazioni vaticane, con o senza POA, non sono cessate, nonostante gli scandali. Anzi le organizzazioni mercantili pontificie sono attrezzate per sfruttare tutte le occasioni e le possibilità offerte dalle legislazioni italiana e straniere e dai regolamenti comunitari. Grande sensazione ha suscitato a tal proposilo l'importazione illegale di burro e zucchero dalla CEE da parte del Vaticano, denunciata nel 1970. È da premettere che le esportazioni delle eccedenze comunitarie verso i "paesi terzi", che non fanno cioè parte della CEE, avvengono a prezzi estremamente bassi. La differenza, ossia l'integrazione del prezzo, viene versata agli esportatori da un organismo comunitario, il FEOGA, finanziato dai sei paesi della comunità, e quindi dai contribuenti. Nel 1970 ad esempio il FEOGA paga agli esportatori di burro verso paesi terzi 120 dollari, pari alla differenza esistente tra il prezzo MEC, che è di 170 dollari, e il prezzo mondiale che è di 50 dollari. Questo meccanismo consente al Vaticano di acquistare ingenti quantitativi di burro a un prezzo di circa 310 lire al chilo, mentre il prezzo normale nel 1970 è di circa sei volte tanto. E sei volte tanto devono pagarlo i consumatori italiani. Il Vaticano può così realizzare lucrosi affari. Tali operazioni inducono il deputato olandese al parlamento europeo Vredeling a presentare alla Commissione delle comunità europee nell'ottobre 1970 un'interrogazione con la quale chiede di conoscere le cifre delle esportazioni comunitarie verso il Vaticano "dal momento dell'entrata in vigore del trattato di Roma," vale a dire dal 1958 in poi. I dirigenti del MEC gli rispondono che è troppo laborioso ottenere i dati dal 1958 e che pertanto le ricerche saranno limitate al 1969.
Una reticenza che non può non suscitare perplessità se si tiene conto che in quell'epoca (giugno 1970-marzo 1972) il presidente della Commissione delle comunità europee è l'italiano Franco Maria Malfatti, attuale ministro della Pubblica istruzione. Vredeling ritorna alla carica nei primi giorni del dicembre 1970: l'esportazione del burro in Vaticano rappresenta nient'altro che un'operazione di contrabbando. Per dare un'idea: se la quantità esportata dovesse essere consumata dai 900 monsignori, ognuno di essi dovrebbe ingoiarne quotidianamente quattro chili e mezzo. Il che è troppo persino per un cardinale. "Siamo larghi aggiunge Vredeling ammettiamo che siano diecimila persone che tra dipendenti laici e religiosi del Vaticano vengano ammessi al consumo del nostro burro. Risulterebbero sempre circa 500 grammi al giorno per ognuno". Dopo una prima smentita, in Vaticano ci si ripensa. È chiaro che prima o poi, nonostante le omertà della commissione Malfatti, la verità verrà pure a galla. E così poche ore più tardi, nella stessa giornata del 10 dicembre 1970, viene diramato il seguente comunicato: "La sala stampa della Santa sede deve, dopo un supplemento d'indagine, precisare che lo stato della Città del Vaticano importa burro oltre che dall'Austria da uno dei paesi del mercato comune, e precisamente dalla Germania. Deve inoltre chiarire che i quantitativi di tale importazione sono inferiori di gran lunga a quelli indicati da fonti giornalistiche e che il prodotto in questione e riservato ai dipendenti della Santa sede e alle loro famiglie".
Una dichiarazione incauta, perché mette in luce un meccanismo ancora più perverso. E cioè: una o più società vaticane con sede in uno dei paesi della CEE esportano il burro in Austria, ricevendo così l'integrazione di prezzo dal FEOGA. A Vienna il burro cambia "nazionalità" e viene inviato in Vaticano, esente da dazi doganali, in virtù degli accordi di porto franco.


Le mani nel potere

Gli enti utilissimi

L'invasione dei centri di potere da parte della DC è antecedente al 18 aprile 1948. Le prime operazioni si hanno subito dopo la Liberazione, ma le grandi manovre incominciano all'indomani della consultazione elettorale del 2 giugno 1946, che dà alla Democrazia cristiana la maggioranza relativa all'Assemblea Costituente. Se ne occupa lo stesso De Gasperi che nel suo secondo gabinetto assieme alla presidenza del Consiglio riserva per sé il Ministero degli interni. In tale veste rimuove quasi tutti i prefetti che erano di nomina politica (Troilo che rimane in carica sino al dicembre '47 è un'eccezione) e li sostituisce con funzionari di carriera che sono divenuti galoppini della DC, ma che non avevano certo "demeritato" durante il fascismo. Ancora una volta viene messa in pratica la tesi degasperiana della superiore "continuità" dello Stato. Continuità tanto più reale in quanto, come nel ventennio, già dalla primavera del '47 con Scelba, nuovo ministro dell' Interno, e ancor più dopo il 18 aprile 1948, s'instaura nel paese un efficiente sistema di persecuzione e di repressione nei confronti delle organizzazioni della sinistra. Si arriva a una specie di epurazione alla rovescia. Nei ministeri, negli enti pubblici, nelle scuole ed anche nelle fabbriche, militanti o simpatizzanti del PCI e del PSI si vedono troncare la carriera, trasferire, licenziare. Oltre ai ministeri, alle prefetture, alle amministrazioni comunali a maggioranza DC, ci sono miriadi di enti e di istituti sui quali si allungano inarrestabili i tentacoli di un'immane piovra. In breve tempo l'occupazione è compiuta. Solo pochissimi posti alcuni anche di rilievo ma gestiti coi metodi de vengono lasciati agli alleati socialdemocratici, repubblicani, liberali e in qualche caso monarchici. Ma sono solo le briciole di un lauto banchetto. Il resto, il pasto vero, è della DC che insedia quasi dovunque notabili, sperimentati speculatori, ex gerarchi fascisti e persino deputati, senatori, ministri in carica, in dispregio alle più elementari norme di incompatibilità. Una ricostruzione del potere DC, così come si è installato tra il 1948 e il 1954, può partire dagli enti, Istituti, associazioni più importanti della giovane Italia repubblicana le cui cariche direttive finiscono, immancabilmente, nelle mani di parlamentari dc.

RAI. Presidente Giuseppe Spataro, che essendo nel contempo ministro delle poste e telecomunicazioni è controllore di se stesso.
Il notabile abruzzese ha anche presidenze "private": quelle della Società imprese edilizie, dell'Industria prodotti agricoli, della Società italiana cinematografica, dell'AGAR. Di Spataro s'era già parlato al tempo dello scandalo Campilli-Vanoni sollevato dall'on. Finocchiaro Aprile. E se ne parlerà a lungo negli anni successivi. Nel corso della prima legislatura, ad esempio, l'on. Ettore Viola fa un riferimento specifico allo studio legale che Spataro aveva ceduto al figlio. Ebbene quello studio aveva la consulenza legale della SIP, che in quell'epoca era la vera proprietaria della RAI. Spataro padre svolge un ruolo determinante per la costruzione, col denaro pubblico, di un porto a Punta Penna in Abruzzo che, se è del tutto inutile e costa nell'immediato dopoguerra una decina di miliardi, costituisce in compenso un ottimo investimento elettorale. L'on. Spataro sarà inoltre implicato, nella sua qualità di vicesegretario amministrativo della DC, nello Scandalo INGIC del quale ci occuperemo in seguito. Spataro sarà ancora alla ribalta della cronaca, dopo il 1954, col caso Montesi. Uno dei principali protagonisti dello scandalo, il marchese affarista Ugo Montagna, nonostante i suoi precedenti penali e le vistose evasioni fiscali, gode di amicizie e protezioni nelle alte sfere della democrazia cristiana ed è socio del figlio di Giuseppe Spataro, l'avvocato Alfonso il quale è a sua volta nel giro della finanza vaticana, come consigliere d'amminis trazione della Banca romana, Credito commerciale e industriale e della Società italiana anticipazioni. La DC mette le mani sulla RAI oltre che con Spataro anche con Salvino Sernesi, che viene collocato alla direzione generale, senza contare la pletora di dirigenti di grado meno elevato. Salvino Sernesi diverrà in seguito direttore generale della Società di navigazione Italia dove acquisirà tali e tanti meriti da potere balzare alla direzione generale dell'IRI. Per illustrare i suoi metodi direttivi, basta ricordare che l'Italia ebbe a subire ingenti danni per l'affondamento dell'"Andrea Doria", avvenuto nella notte tra il 26 e il 27 luglio 1956, in quanto la nave non era stata assicurata per l'effettivo valore.

CONSIGLIO DI STATO. Presidente è Raffaele Pio Petrilli, deputato e ministro in carica. Significativo caso di cumulismo e di incompatibilità. Petrilli è anche amministratore del Consorzio di credito per le opere pubbliche.

AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO. Altro inquietante caso di cumulismo e carrierismo: l'avvocato generale dello Stato è Salvatore Scoca, deputato, ministro in carica, presidente dell'Anonima raffineria oli minerali. Scoca, ebbe a denunciare all'Assemblea costituente l'on. Finocchiaro Aprile, era stato nominato avvocato generale, superando ben 41 magistrati che lo precedevano in graduatoria.

CAMERE DI COMMERCIO. Sono tutti de i presidenti: Giovanni Sartori a Cuneo, Vittorio Minoja a Piacenza, Benedetto Pasquini a Perugia, Giulio Coli a Pesare e Urbino, Tommaso Leonetti a Caserta, Salvatore Mannironi a Nuoro, Carlo De Luca a Viterbo. De Luca, Leonetti e Pasquini fanno inoltre parte del consiglio dell'Unione italiana delle Camere di commercio.

ISTITUTO NAZIONALE DI PREVIDENZA ED ASSISTENZA PER I DIRIGENTI D'AZIENDA. Presidente Giuseppe Togni, ex dirigente dalla Montecatini, che presiede anche la Confederazione dei dirigenti d'azienda. È implicato o coinvolto in alcune significative storie di regime, come quella dell'aeroporto di Fiumicino, della quale ci occuperemo in seguito. Il Ministero dei lavori pubblici, nel periodo in cui è retto da Togni e prepara il codice della strada, è al centro di uno scandalo minore ma a suo modo esemplare. Nel 1959 il testo del codice della strada viene pubblicato da Luigi Somma per l'editore Vito Bianco con venti giorni d'anticipo sulla Gazzetta ufficiale. Un "colpo" editoriale? Certamente. Ma per qualificarlo meglio occorre tenere presente che Luigi Somma è l'addetto stampa del ministro dei Lavori pubblici, Giuseppe Togni.

INAIL. Oltre al vicepresidente Luigi Morelli, vi sono nel consiglio d'amministrazione altri due parlamentari de in carica: l'on. Ferdinando Storchi e il senatore Tiziano Tessitori.

AUTOMOBIL CLUB (di Roma). Presidente Salvatore Foderaro, accusato pubblicamente nel 1953 da Giacomo Mancini di una gestione dell'ente quanto mai disinvolta. Salvatore Foderaro diventerà poi presidente dell'Istituto italiano per l'Africa, succedendo a un altro parlamentare DC, il senatore Teresio Guglielmone, nel quale ci imbatteremo presto. Entrambe le scelte sono infelici, perché negli anni tra il '50 e il '60, quando cioè i paesi africani vanno faticosamente conquistando la loro indipendenza, l'Istituto presieduto prima da Guglielmone poi da Foderare continuerà ad esprimere posizioni ideologicamente colonialiste e persino razziste.

ENTE PER LA MAREMMA E IL FÙCINO. Presidente Giuseppe Medici che presiede anche l'Istituto nazionale di economia agraria. Futuro ministro, consigliere d'amministrazione della società Acilia, Medici è comunque un esperto di problemi agrari. Ciò non impedisce che anche l'Ente Maremma venga investito dagli scandali.

ENPI. Ente nazionale per la prevenzione degli infortuni. Presidente Giorgio Mastino Del Rio, consigliere d'amministrazione della Banca popolare di Roma, fratello minore del sottosegretario Gesumino. L'ente, finanziato col denaro dell'INAIL e quindi dei lavoratori, viene giuridicamente riconosciuto alla vigilia delle elezioni del 1953 e così i suoi dipendenti vengono più facilmente mobilitati a favore della legge truffa. Anche l'ENPI diventa ben presto uno strumento clientelare.
A Giorgio Mastino Del Rio succederà nel 1956 Osvaldo Molinari, che in precedenza rivestiva le funzioni di archivista presso l'Ente di previdenza dei dipendenti degli enti di diritto pubblico, ma che è un attivista de ben protetto. Nel 1958 l'ENPI annovera circa 1500 dipendenti, tutti assunti per "meriti" politici o parentali. V'è per esempio tra i dirigenti Ennio Palmintessa, segretario della DC romana, v'è Amedeo Murgia, che è quasi ai vertici della carriera direttiva e senza avere fatto alcun concorso, ma che in compenso è nipote di Giorgio Mastino Del Rio. Solo 15 dipendenti hanno affrontato il concorso: un funzionario della sede di Roma, uno della sede di Milano e 13 ingegneri.

CONFEDERAZIONE DELLE COOPERATIVE. Presidente Salvatore Aldisio, già Alto commissario per la Sicilia e poi ministro, che annovera fra i suoi capi elettori il mafioso Frank Coppola. Aldisio è affiancato nella presidenza della Confederazione da un altro deputato DC, Palmiro Foresi, toscano, presidente dell'Ente nazionale delle Casse rurali, consigliere dell'Associazione bancaria italiana, dirigente dell'Azione cattolica.

FIERE, MOSTRE, MERCATI. L'elenco è lunghissimo.
Tra i tanti nomi ricordiamo il sottosegretario Tommaso Zerbi, vicepresidente della Fiera di Milano della cui giunta esecutiva fa parte il senatore Edoardo Origlia, anch'egli DC; Mario Saggi presidente della Fiera di Padova; Giuseppe Caronia, prima commissario poi presidente della Fiera di Messina; Edoardo Clerici, presidente della Fiera nazionale del Latte; Albino Donati, presidente della Mostra internazionale del cinema a formato ridotto; Aldo Monticelli, presidente della Mostra mercato nazionale dei vini tipici e pregiati, nonché presidente dell'Ente per lo sviluppo idroelettrico industriale e agricolo delle province di Siena e Grosseto. Italo Greco, vicepresidente della Fiera agrumaria di Reggio Calabria.

ENTE ZOLFI. Presidente Calogero Volpe, futuro sottosegretario, "compare" del capomafia Giuseppe Genco Russo, consigliere politico di don Calogero Vizzini, l'autore della strage di Villalba. In un rapporto inviato al Dipartimento di stato il 27 novembre 1944 dal console generale americano a Palermo Alfred T. Nester si afferma che ad un incontro tra i capi della mafia siciliana e il generale Castellano comandante della divisione 'Aostà di stanza in Sicilia, riunione dedicata agli aiuti che avrebbe dovuto ricevere il movimento separatista, era presente don Calogero Vizzini che "aveva con sé come consigliere il dottor Calogero Nicolò Volpe, medico"1.

ENDI (Ente nazionale per la distribuzione dei soccorsi in Italia). Presidente Edoardo Martino, sottosegretario in carica. Nel comitato direttivo dell'ENDI v'è un altro parlamentare DC in carica, l'ex sottosegretario Giovanni Carignani vicepresidente della Banca Toscana. Vi sono ancora il presidente della Pontificia opera di assistenza monsignor Ferdinando Baldelli e il principe Carlo Pacelli, esponente della finanza vaticana. Carlo Pacelli, nipote del cuore di Pio XII, avvocato rotale, Gentiluomo di Sua Santità, è o diverrà consulente legale dell'Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica, Consigliere generale dello Stato Città del Vaticano, consulente legale dell'amministrazione di Propaganda Fide, membro del consiglio d'amministrazione della Fondazione Pio XII per l'apostolato dei laici, consulente legale della Pontificia opera per le vocazioni religiose, della Congregazione per l'educazione cattolica e di quella per i religiosi, membro della Pontificia commissione per le comunicazioni sociali, e ancora presidente della Unione italiana di riassicurazione e consigliere d'amministrazione di alcune case editrici. Rappresenterà inoltre la Santa Sede nel consiglio d'amministrazione del Fondo di beneficenza e di religione per la città di Roma, che ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi.

UNRRA CASAS. Presidente onorario il ministro dei lavori pubblici, presidente effettivo il senatore Umberto Merli consigliere d'amministrazione della Banca cattolica veneta e della società editrice del quotidiano Il Gazzettino di Venezia, membro dell'Alta Corte per la Sicilia, futuro ministro. L'UNRRA CASAS è composta da due giunte. La prima è presieduta dal deputato de Stanislao Ceschi. Il direttore generale è il senatore de Giovanni Spagnoli, futuro presidente del Senato, che entrerà anch'egli nel mondo finanziario divenendo consigliere d'amministrazione dell'Istituto Trentino-Alto Adige per assicurazioni.
La seconda giunta, che è presieduta dall'ex gerarca di Salò Luigi D'Alessandro trasferitosi alla DC e protetto dall'on. Ludovico Montini, fratello di Giovambattista, futuro papa Paolo VI, ha nel suo consiglio d'amministrazione l'on. Pier Carlo Restagno, uomo di governo, segretario amministrativo della DC, direttore della sede romana dello Istituto bancario San Paolo di Torino, amministratore della società Affidavit, dell'Ente ricostruzione Cassino, della Banca Barbis e Guglielmone di Torino, dell'Ente portuale Torino-Savona, della STES (Società esercizi elettrici e telefonici), della Società Ferrovia Torino-Ciriè-Lanzo.

Ma la rete del potere DC non utilizza solo parlamentari in carica.
Si consolida allora una generazione di uomini di fiducia DC, che sopravviverà a qualsiasi scandalo.

ONMI. Presidente Urbano Cioccetti, avvocato, amministratore delle tenute e degli immobili della nobiltà nera, esponente della finanza vaticana. Figura, infatti, nel consiglio d'amministrazione dell'Istituto centrale finanziario presieduto dal segretario sostituto della Camera apostolica Antonio Rinaldi, nei consigli d'amministrazione della Casa dell'ospitalità romana, della Compagnia tirrena di capitalizzazioni e assicurazioni, della Banca di credito e risparmio in qualità di amministratore delegato, della società Molino centrale che possiede stabilimenti ad Orte e a Viterbo. Inoltre sarà nominato sindaco di una società mineraria sarda, la Luigi Conti-Vecchi il cui consiglio d'amministrazione è presieduto da monsignor Antonio Rinaldi. Sono interessi che Cioccetti potrà meglio curare quando verso la fine degli anni '50 diviene sindaco di Roma, con i voti dei fascisti. A questi dimostra pubblicamente la sua gratitudine rifiutandosi persino di celebrare il 4 giugno 1959 l'anniversario della liberazione di Roma.
Quando Cioccetti diventa sindaco, la speculazione edilizia e immobiliare, che fa capo soprattutto al Vaticano, è in uno stadio avanzatissimo. Il nuovo "primo cittadino" include nel piano regolatore una vasta tenuta dei marchesi di Roccagiovine dei quali è amministratore privato, eleva a sistema la politica degli appalti facili, fa realizzare alla vaticana società Immobiliare decine di miliardi, inaugura l'albergo Hilton a Monte Mario, dietro la cui realizzazione vi sono ancora interessi vaticani. E infatti l'Hilton viene costruito dalla Italo americana Nuovi alberghi, nel cui consiglio d'amministrazione siede il principe Marcantonio Pacelli, nipote di Pio XII. È pienamente meritata quindi la sua nomina, nel 1958, a cameriere d'onore di cappa e spada di Sua Santità.

Questo è l'uomo che va a presiedere l'Opera nazionale maternità e infanzia. Del resto l'ONMI, privatizzata dalla DC, diventa in un rapido volgere di tempo un centro di malversazioni, corruzioni e scandali, a danno degli assistiti e dei contribuenti. E con protagonisti d'eccezione quali Angela Maria Gotelli che ne otterrà la presidenza nazionale per le sue benemerenze di ex deputato e di ex sottosegretario alla Sanità e al lavoro, e Amerigo Petrucci, presidente del comitato romano dell'ente (e in seguito sindaco di Roma), arrestato, processato (e assolto) per la disinvolta amministrazione e per i metodi di gestione clientelare. Lo scandalo dell'ONMI romano non impedirà a Petrucci di essere eletto deputato nel 1972. Anzi la DC lo gratificherà ulteriormente affidandogli nella successiva legislatura l'incarico di sottosegretario alla difesa.

INAM. A presiedere l'INAM viene chiamato Giuseppe Petrilli, un giovane ambizioso, autoritario e promettente che ha grandi qualità e che porta in dote un fratello sacerdote e uno zio notabile DC, quel Raffaele Pio Petrilli che abbiamo già incontrato nella contemporanea veste di deputato, ministro e presidente del consiglio di stato.
Al giovane Petrilli, che in seguito diventerà presidente dell'IRI, oltre alla presidenza dell'INAM viene riservato un posto nel consiglio di amministrazione dell' INAIL, accanto al vicepresidente Luigi Morelli, deputato de in carica e consigliere della Labor Immobiliare.
Vicepresidente dell'INAM è Dionigi Coppo, futuro ministro del lavoro e della previdenza sociale. Del consiglio d'amministrazione fanno parte diversi notabili de tra i quali l'on. Giovanni Battista Migliori, deputato della prima, della terza e della quarta legislatura, dirigente di varie imprese cattoliche, presidente del Cattolico collegio San Carlo di Milano, consigliere d'amministrazione della Ardor Industria cave e miniere, e in seguito presidente della potentissima Compagnia tirrena di capitalizzarioni e assicurazioni, membro del Centro nazionale prevenzione e difesa sociale.

CASSA NAZIONALE DI ASSISTENZA PER GLI IMPIEGATI AGRICOLI e FORESTALI.
Tra i tanti notabili de che l'amministrano merita di essere particolarmente ricordato il consigliere di amministrazione Attico Tabacchi, ex gerarca fascista.
In breve Tabacchi diviene assessore al Comune di Roma e contemporaneamente membro della "bonomiana" provinciale, vicepresidente della federazione nazionale della mutua dei coltivatori diretti e presidente della federazione provinciale della stessa, consigliere d'amministrazione dei molini e pastifici "Agro pontino" con sede a Latina, membro della giunta della Camera di commercio, vicepresidente della commissione permanente agricoltura, foreste ed economia romana, consigliere della Associazione sportiva Roma e persino esperto per la mezzadria presso la Corte d'appello di Roma.
Un assessore infaticabile, dunque, tanto che accetta di far parte del consiglio d'amministrazione del consorzio laziale del latte, una società che raccoglie il latte dai contadini e lo porta alla Centrale. Naturalmente Tabacchi non ha il tempo di accorgersi dell'incompatibiilità politica e morale tra la carica di assessore comunale e quella di amministratore di una società monopolistica privata che ha diretti rapporti di interessi con un'azienda comunale come la Centrale del latte. Nè lo turba il fatto che il trasporto del latte costa alla Centrale otto lire al litro, contro le quattro che erano state giudicate congrue da organi ufficiali e da società private. Sono quattro lire in più che vanno al consorzio laziale del latte, di cui è amministratore, il che comporta un maggiore utile di oltre un miliardo all'anno. A pagare sono i consumatori romani. Non v'è da meravigliarsi allora se Tabacchi, assieme agli altri colleghi di giunta, respinge la richiesta della Centrale del latte per la municipalizzazione del servizio di raccolta e trasporto.

ENTE FIERA DI ROMA. Fondato dal deputato DC calabrese Gennaro Cassiani, in seguito sottosegretario e ministro. La presidenza viene affidata a Salvatore Rebecchini, presidente delle Assicurazioni d'Italia, interessato alle Felix di Roma, membro del consiglio d'amministrazione dell'Istituto nazionale di credito per il lavoro all'estero e dell'Istituto di credito per le opere pubbliche di Roma. Salvatore Rebecchini diventerà sindaco di Roma, anzi il sindaco della speculazione immobiliare e dello scempio urbanistico della capitale. OVS. L'Opera per la valorizzazione della Sila è sin dall'inizio strettamente controllata dalla DC. Il primo presidente è il professor Vincenzo Caglioti che diverrà presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Tra i membri del consiglio d'amministrazione dell'OVS siedono, tra gli altri, aristocratici latifondisti come Leonardo Mario Larussa, il futuro deputato de Vito Sanso, in rappresentanza del Ministero dei lavori pubblici, Dario Antoniozzi, Ernesto Pucci.
Dario Antoniozzi si rivela candidandosi alle politiche del 1953 e riportando un frastornante 'successo elettorale. Trentenne, totalmente sconosciuto nella regione (il solo "titolo" che può vantare è di essere figlio del direttore della Cassa di risparmio di Calabria e Lucania), Antoniozzi con 62.430 preferenze risulta secondo eletto dopo il capolista Gennaro Cassiani, capo riconosciuto della DC calabrese e sottosegretario in carica. E distanzia di molte lunghezze parlamentari notissimi come Salvatore Foderaro, Domenico Larussa, Vittorio Pugliese.
Sugli scandalosi retroscena di tale elezione Francesco Spezzano presenta un'interpellanza che viene discussa al Senato il 2 dicembre 1953, mentre non sarà discussa alla Camera e decadrà per fine legislatura un'analoga interpellanza di Mancini. Spezzano ricorda innanzitutto che, durante la campagna elettorale, "tutti gli agenti" della Cassa di risparmio e "molti impiegati" vennero mobilitati a favore del figlio del direttore, i telefoni furono usati per la propaganda e le operazioni di banca "vennero utilizzate a scopo elettorale". Il senatore comunista illustra quindi l'antefatto della candidatura di Antoniozzi aggiungendo che quanto egli afferma, "con termini meno moderati dei miei, è stato detto pubblicamente dall'onorevole Giacomo Mancini, socialista, in un pubblico comizio nella piazza della stazione di Cosenza", senza che vi fosse una protesta o una smentita.
Nel suo discorso Mancini aveva affermato tra l'altro che per le politiche del '53 uno dei candidati più quotati della DC sembrava dovesse essere l'avvocato Alfio Pisani che però veniva improvvisamente escluso. Pisani allora avrebbe minacciato di rivelare fatti compromettenti per il gruppo dirigente DC. Di qui la necessità di tacitarlo lautamente con la presidenza della Cassa di risparmio, che si trasforma in uno strumento elettorale al servizio di Dario Antoniozzi.

Rispetto a quella di Antoniozzi, la carriera di Ernesto Pucci è più opaca, ma sempre folgorante se si tiene conto delle sue "doti" di politico. Deputato dal 1958, poi sottosegretario, quindi segretario amministrativo della DC, Pucci ha tra i suoi obiettivi primari quello di salvaguardare i suoi interessi personali e di valorizzare al massimo i suoi possedimenti terrieri in provincia di Catanzaro, coadiuvato in ciò dal fratello Francesco, sindaco di quella città. L'azione svolta dai due fratelli comporta, secondo la magistratura, un vistoso danno per il Comune sicché il Procuratore della Repubblica di Catanzaro inizia nei loro confronti nell'aprile 1970 un procedimento giudiziario. Tra i vari reati contestati v'è l'interesse privato continuato in atti d'ufficio.

CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA. Il presidente è un oscuro insegnante di scuola media, un certo professor Giuseppe Sala, approdato a Roma da Alcamo in provincia di Trapani, per il suo straordinario attivismo politico Poco importa che non si sia mai occupato di cinema. Suo fratello, in compenso, è critico cinematografico del "Il Popolo", organo della DC. Tra le tante vicende nelle quali saranno impelagati i dirigenti del Centro sperimentale, vai la pena ricordare quella che ha per protagonista il direttore Michele Lacalamita, esponente dell'intellettualità democristiana, collaboratore del Popolo e stretto parente di uno dei "padri" del partito, l'on. Attilio Piccioni.
Nel 1959 Michele Lacalamita vince il premio Viareggio "opera prima" di saggistica con un'opera stimolante, "La civiltà contadina". L'opera non è sua ma del professor Sandro Fé D'Ostiani, che l'ha già pubblicata in dispense, col titolo "La cultura contadina". Lacalamita ha modificato, anche nel testo, il termine "cultura" col termine "civiltà". Troppo poco per attribuirsi la paternità del libro e aver diritto di intascare le 500 mila lire del premio. Sembra che il furto (in questo caso non si può parlare di plagio) Lacalamita l'abbia compiuto per acquisire fama di specialista e studioso e potersi così candidare a poltrone ben più importanti, quale la presidenza della Cassa per il Mezzogiorno. In tal modo si può spiegare anche il fatto che egli ripeta i furti.
Non molto tempo dopo l'assegnazione del "Viareggio", infatti, egli pubblica sul Popolo due articoli: "Il costo del denaro" e "La sprovincializzazione del mercato finanziario", presi pari pari dalla rivista Il Mulino di Bologna che li aveva pubblicati nell'aprile precedente in una nota dal titolo "Mercato finanziario e costo del denaro in Italia". Lacalamita, allorché sarà scoperto e svergognato, dichiarerà per giustificarsi: "Ho resistito al fascino delle dive, ma non sono riuscito a resistere alla tentazione di copiare". Il che indurrà il presidente del "Viareggio" Leonida Repaci a commentare: "Non ha resistito dove doveva e ha invece resistito dove non doveva". Travolto dallo scandalo, Lacalamita è costretto a dimettersi dal Centro sperimentale di cinematografia, a rinunciare al miraggio della poltrona di presidente della Cassa per il Mezzogiorno o di direttore generale del teatro, e a restituire il premio.

TEATRO DELL'OPERA DI ROMA. Sovrintendente è l'ignoto musicologo Salviucci, di professione funzionario della Pontificia opera di assistenza, figlio di un impiegato vaticano. Salviucci viene preferito a Victor De Sabata e a Mario Labroca.

ENAOLI (Ente nazionale per l'assistenza agli orfani dei lavoratori italiani). Prima commissario poi presidente dell'ENAOLI è il professor Emilio Giaccone, che preferisce tenere il suo ufficio non presso la sede dell'ente, ma nei locali dell'Azione cattolica di via della Conciliazione. A Giaccone succederà il deputato Giorgio Mastino Del Rio, anch'egli ovviamente DC.
L'ENAOLI è uno dei tanti carrozzoni clientelari che, affidandola in appalto a trattativa privata, eroga l'«assistenza» sì e no alla metà degli orfani dei lavoratori. Lesinando su tutto meno che sui dirigenti (i quali fanno continui viaggi per il mondo, dalla Spagna al Messico, dall'Austria alla Norvegia) riesce addirittura ad avere un bilancio attivo: 15 miliardi nel 1975, quindici miliardi sottratti all'assistenza.

COMITATO DI ATTUAZIONE DEL PIANO DI COSTRUZIONE DI CASE PER LAVORATORI.
Istituito con legge del 28 febbraio 1949 ha come presidente l'ingegnere Filiberto Guala, esponente della finanza vaticana. Per conto del Vaticano egli viene a trovarsi nel consiglio d'amministrazione della Società condotta acque potabili, proprietaria degli acquedotti di Torino, Acqui, Cairo Montenotte, Chieti e nel consiglio d'amministrazione dell'Acquedotto del Monferrato che serve 103 comuni. La presenza di Filiberto Guala alla testa del Comitato di attuazione del piano di case per lavoratori è tanto più grave in quanto il Vaticano, attraverso sia l'Immobiliare sia l'Italcementi, ha interessi diretti. Nel consiglio d'amministrazione del comitato sono democristiani di ferro. Vale la pena ricordare tra tutti l'ingegnere Ivo Vanzi, che, essendo amico personale di De Gasperi, è stato posto alla presidenza del Banco di Napoli.

CASSA PER IL MEZZOGIORNO. Istituita nel 1950 è sempre retta da presidenti DC o al servizio della DC, da Ferdinando Rocco a Gabriele Pescatore, che ha battuto ogni primato restando in carica per circa 23 anni, ad Alberto Servidio. A maggioranza democristiana sono sempre stati i consigli d'amministrazione e così anche i funzionari e gli impiegati, assunti quasi sempre a chiamata diretta. Tali metodi di assunzione, in realtà, sono stati inaugurati fin dall'inizio sotto l'alto patrocinio di Pietro Campilli che apre la serie dei ministri per il Mezzogiorno e che impone alla direzione generale della Cassa un suo parente, l'avvocato Scaglioni. Delle malversazioni e degli sperperi della Cassa, su cui torneremo più avanti, sono però responsabili non solo i DC ma anche i loro alleati socialdemocratici e repubblicani.


1 "Il Borghese", 4 giugno 1972.


Il migliore

Per gli scandali legati al suo nome Pier Carlo Restagno merita forse la palma di "migliore" nell'elenco dei corrotti DC. Il suo esordio è legato a un grosso affare privato, quello dell'ERICAS, "l'Ente per la ricostruzione del Cassinate" costituito a Roma il 2 gennaio 1948. La prima fase è costituita dall'emanazione di un decreto legge presidenziale, pubblicato il 2 aprile 1948 dalla Gazzetta ufficiale, ossia 12 giorni prima delle elezioni, col quale si prevede la concessione ad enti privati di lavori di pubblica utilità, ovviamente finanziati dallo Stato; il secondo atto è la convenzione con la quale il Ministero dei lavori pubblici dove Restagno è stato sottosegretario sino al 31 maggio 1947 assegna all'ERICAS, che ha un capitale di 12 mila lire, la ricostruzione delle opere pubbliche distrutte dagli eventi bellici in 42 comuni del Cassinate, per un importo di dieci miliardi. Stando alla convenzione tale somma deve essere anticipata dall'ERICAS, che ha un capitale di appena 12 mila lire, e che deve iniziare i lavori nel 1949 e portarli a compimento nel 1951. Lo stato si impegna a restituire i dieci miliardi in trenta annualità concedendo all'ente, oltre a un interesse composto e a una quota d'ammortamento del 5,50 per cento, un ulteriore 14 per cento a compenso delle spese di gestione e di progettazione. L'affare diventa a questo punto largamente vantaggioso. Ma lo è ancor più se si tiene conto che i progetti vengono privatamente elaborati e valutati autonomamente dall'ERICAS. Come se non bastasse vi sono i ribassi d'asta che lo stesso ERICAS indica nella misura del 19,36 per cento e altre clausole che fanno diminuire notevolmente la mole dei 'lavori'. Un esempio tra i tanti riguarda il ripristino dei nove chilometri di strada tra Cassino e l'abbazia di Montecassino. Stavolta il progetto è del genio civile e prevede una spesa di 30 milioni. E' previsto anche che i lavori vengano affidati all'impresa che offre il maggiore sconto. La strada potrebbe essere ricostruita, quindi, con una spesa tra i 20 e i 25 milioni. L'ERICAS invece presenta un suo progetto per 80 milioni, con una nota suppletiva per altri 10 milioni e tutto viene approvato tranquillamente. I lavori vengono assegnati all'ERICAS, che si serve di un ristretto gruppo di imprese costruttrici. Tenuto conto di tutto questo, non appare poi tanto azzardato il calcolo preventivo fatto nell'agosto 1949 dal giornale napoletano "Risorgimento" secondo cui l'importo dei lavori indicato in 10 miliardi sarebbe stato in realtà di 3 miliardi e 345 milioni. È da notare, poi, che l'ERICAS anziché incominciare i lavori nel 1949, li incomincia nel 1951, pur percependo dal 1949 gli interessi e le quote d'ammortamento del capitale. C'è da aggiungere che essendo l'ERICAS una società cooperativa riceve prestiti a bassissimo tasso d'interesse. Del resto i suoi soci non hanno difficoltà a procurarsi il denaro, perché rispondono ai nomi di Pier Carlo Restagno e di uomini legati alla finanza e alle imprese vaticane come Loris Corbi, Settimio Nappi, Foscolo Bargoni ed altri ancora.

Ancora Pier Carlo Restagno, insieme al ministro Spataro e al deputato de Vincenzo Bavaro, è tra i principali protagonisti dello scandalo INGIC. Attraverso una capillare opera di corruzione, l'INGIC (Istituto nazionale per la gestione delle imposte di consumo), presieduto da Bavaro conquista una posizione di quasi assoluto monopolio. Il suo compito è quello di riscuotere per conto dei comuni le imposte di consumo. In cambio ha un adeguato aggio. Versando a partiti, uomini politici, amministratori comunali tangenti, sovvenzioni e regalìe che tra il 1949 e il 1954 arrivano a circa 750 milioni, l'INGIC non soltanto si assicura il "servizio" in 1.800 comuni, ma lo ottiene a condizioni particolarmente vantaggiose. Altre imprese erano disposte e disponibili per effettuare la riscossione con aggi più bassi di quelli dell'INGIC ma evidentemente non avevano la stessa forza di corruzione, se addirittura molti comuni rinunciano alla gestione diretta.

Delle indagini giudiziarie si ha notizia nell'estate del 1954. L'istruttoria fiume porta all'incriminazione di 1.163 imputati, quattordici dei quali sono parlamentari in carica. Altri lo diverranno nelle successive legislature. Se nella stragrande maggioranza gli imputati, parlamentari e non sono DC, vi sono anche missini, socialdemocratici, socialisti, e comunisti. Il PCI e il PSI non negano la possibilità di qualche caso di corruzione fra gli amministratori comunisti e socialisti, ma negano recisamente che vi siano coinvolti i partiti. D'altra parte c'è da vedere sostengono se l'INGIC per dilatare al massimo la sua presenza e mettere fuori gioco i concorrenti non abbia praticato condizioni vantaggiose per le amministrazioni di sinistra. Naturalmente questo è un discorso che può valere anche per gli imputati di altri partiti; l'Unità denuncia la persecuzione che viene messa in atto contro gli imputati di sinistra, mentre gli imputati democristiani sono lasciati indisturbati. Parlamentari socialisti e comunisti tra cui Davide Lajolo, nella sua qualità di membro della Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI-TV, denunciano con interrogazioni al governo i silenzi e le censure sullo scandalo da parte dell'ente radiotelevisivo. E non è senza significato che presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sia il senatore DC, Onofrio Jannuzzi, il quale figura nella lunga lista dei denunciati. Le richieste di autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari vengono sistematicamente respinte. Solo nel luglio 1974, a distanza di venticinque anni dai primi episodi di corruzione, la Camera concede l'autorizzazione a procedere nei confronti dei deputati Donato De Leonardis, Luigi Ciglia, Giuseppe La Loggia e Rodolfo Vicentini, DC; Mauro Ferri, socialdemocratico, socialista all'epoca dei fatti; Ernesto De Marzio e Michele Cassano, missini; Attilio Ferrari, socialista. Nel frattempo sono deceduti molti degli imputati, compreso l'artefice della corruzione, il DC Vincenzo Bavaro. La vicenda non ha avuto ancora una conclusione definitiva e quindi, anche per l'alto numero degli imputati, è difficile "contabilizzare" le responsabilità dei vari personaggi. Quel che è fuori discussione è che il corruttore è il DC Bavaro e i principali "padrini" i colleghi DC Spataro e Restagno. I rapporti tra Bavaro e Restagno incominciano nel 1949. Il presidente dell'INGIC si lamenta col segretario amministrativo della DC del fatto che il comune partito sostiene una ditta concorrente, quale la società Trezza. Restagno risponde che il partito è disposto a trasferire le sue simpatie all'INGIC se tali simpatie sono "corrisposte". In denaro, naturalmente. Bavaro accetta la "profferta" e in varie riprese fino all'ottobre 1953 versa a Restagno almeno 56,5 milioni, senza contare somme minori consegnate varie volte brevi manu. Sovvenzioni e tangenti vengono inoltre corrisposte agli uffici periferici della DC e agli amministratori comunali. Risulta dagli atti processuali che dei 56,5 milioni, due sono versati per l'organizzazionc del Congresso de di Roma del 1952, dieci per la conferma dell'appalto di Piacenza, un milione e mezzo per l'acquisizione dell'appalto di Cassino nel periodo in cui è sindaco Restagno, dieci per l'acquisizione dell'appalto di Venezia dove fino al 1952 il servizio era gestito direttamente dal Comune e così via. Pier Carlo Restagno non nega di avere ricevuto somme ingenti. Si giustifica però affermando di avere agito in buona fede. Riteneva cioè che si trattasse di sovvenzioni per il partito, "così come accadeva per molti altri enti i quali consegnavano anche forti somme a tale scopo". Senza alcuna contropartita. Inoltre nega di avere ricevuto le somme più forti, corrisposte da Bavaro "in occasione e in dipendenza di rinnovi o di acquisizioni di appalti". Ma a smantellare l'autoritratto di un Restagno angelico ed ingenuo vi sono elementi ben precisi: egli non rilascia ricevute, pretende denaro contante e quando non può averlo, fa intestare gli assegni a nomi fittizi. Altre erogazioni vengono fatte da Bavaro a Giuseppe Spataro che nell'ottobre 1953 succede a Restagno nella carica di segretario amministrativo della DC. Anche Spataro, depone'ndo davanti al giudice istruttore di Firenze, ammette di avere ricevuto somme da Bavaro. Nega però che si trattasse di somme di provenienza INGIC. In altri termini le elargizioni per spese del partito erano fatte da Bavaro non nella sua qualità di presidente dell'INGIC, bensì come deputato DC, e ciò in accoglimento dell'invito di De Gasperi ai parlamentari, perché contribuissero con sovvenzioni personali alle esigenze della Democrazia cristiana.
Bavaro, invece, confessa la vera finalità delle sovvenzioni. Se non le avesse effettuate l'INGIC non avrebbe potuto conseguire le posizioni di preminenza rispetto alle ditte che operavano nello stesso settore.

Lo scandalo più noto nel quale è implicato Restagno riguarda il Poligrafico dello Stato al cui vertice sta ininterrottamente dal 1946 al 31 gennaio 1953 prima come commissario, poi come Presidente, quindi di nuovo come commissario, Claudio Cavalcabò Fratta. Il suo più stretto collaboratore è Luigi Francia che nel 1949 riveste la carica di nuova istituzione di direttore generale. Nell'agosto 1952 Claudio Cavalcabò Fratta viene affiancato da due vice commissari, Lauro Laurenti e Giuseppe Marchesi. Quest'ultimo non tarda ad accorgersi di varie irregolarità di gestione e le denuncia al sottosegretario al Tesoro, provocando così una inchiesta ministeriale. Altri illeciti vengono scoperti da Giuseppe Marchesi quando, scaduto l'incarico a Cavalcabò Fratta, viene nominato coin. missario. L'inchiesta ministeriale, intanto, va per le lunghe. La prima relazione della Commissione viene presentata al ministero 'nel gennaio 1954 e non deve essere soddisfacente se viene insediata un'altra commissione che conclude i suoi lavori nel febbraio 1955. Di fronte a queste lungaggini e per cautelarsi penalmente il 31 ottobre 1953, allo scadere del mandato di coni. missario straordinario, Giuseppe Marchesi informa la magistratura dell'inchiesta amministrativa in corso. La Procura della repubblica avvia le indagini e scopre che il senatore Pier Carlo Restagno ha ottenuto dal Poligrafico, tramite alcuni prestanome, ingenti quantitativi di carta "a prezzo inferiore a quello di mercato e spesso a credito anziché a contanti, 'nonostante la disastrosa situazione di tesoreria dell'istituto stesso". A decidere la vendita, che a privati è consentita in casi eccezionali per modeste quantità e solo se autorizzata dal comitato permanente del Poligrafico, sono stati Claudio Cavalcabò Fratta e Luigi Francia. In base alle risultanze acquisite il 22 novembre 1955 il Procuratore della repubblica di Roma, Angelo Sigurani, invia al presidente del senato richiesta di autorizzazione a procedere contro Pier Carlo Restagno. I dettagli delle varie operazioni sono descritti in tale documento.2

Le ditte Vespucci, Mais, Frair, Policommerciale "avanzarono al Poligrafico richieste di carta agendo quali prestanome dell'onorevole Restagno che a sua volta fece gli acquisti per le necessità del Partito democratico cristiano di cui allora era segretario amministrativo". Così a Pietro Ochetto, titolare della ditta Vespucci, vengono assegnati il 19 gennaio 1951, 296 quintali di carta da giornali in bobina a lire 80 al chilogrammo, e 450 quintali di carta da giornali in piano a lire 85, quando il prezzo di mercato è 143 lire. Ochetto riceve inoltre l'assegnazione di 500 quintali di carta da imballo al prezzo di 100 lire, che poi viene ridotto a 80. La riduzione è effettuata quando i prezzo di mercato di questo tipo di carta non diminuisce ma aumenta, passando dalle 106 lire a 141 lire al chilo. In favore della ditta Mais, il 5 giugno 1951 viene deliberata la vendita di 600 quintali di carta a 120 lire al chilo. La carta è di tre diversi tipi, ognuno dei quali ha rispettivamente una quotazione di 210-230 lire, 240-250 lire, 280-330 lire al chilo. Il prezzo di 120 lire era quindi di palese favore e ciò nonostante

venne poi ridotto a lire 110 e lo stesso Restagno riconosce di avere ottenuto egli stesso tale riduzione. Nella partita venduta vi era un tipo di carta speciale (usata per la stampa dell'Enciclopedia italiana) che in parte fu ceduta gratuitamente, come si asserisce, dal Restagno a monsignor Barbieri, zio del Francia Luigi, per la rivista "Idea" che veniva stampata a cura del Poligrafico, il quale fino all'aprile aveva addebitato tale carta al Barbieri a lire 210 al chilogrammo.
Il 10 aprile 1951 vengono ceduti alla ditta Frair a 80 lire al chilo 625 quintali di carta quotata tra le 240 e le 260 lire. Infine altri 150 quintali di carta vennero ritirati con una differenza di prezzo di almeno 40 lire al chilo nel maggio 1951 dalla Policommerciale. Luigi Francia scrive il magistrato nella sua richiesta di autorizzazione a procedere contro Restagno si giustifica asserendo che le cessioni riguardavano giacenze di magazzino di vario tipo per le quali era difficile il realizzo. Ma è una spiegazione che non regge di fronte alle risultanze istruttorie. Del resto "coeve forniture ad altre ditte, come la ditta Abete, per vere piccole giacenze di magazzino vennero effettuate a prezzo superiore variante da lire 155 a lire 195". Risulta ancora
per ammissione del Restagno e dei suoi intermediari, che parte della carta così acquistata venne ceduta gratuitamente o venduta ad altri, mentre nei confronti del Poligrafico si lasciò uno scoperto di 12 milioni non ancora eliminato, quando il Restagno stesso lasciò la carica di segretario amministrativo del partito.
Il procuratore Sigurani osserva quindi che i prestanonon entrarono in scena nella fase esecutiva, quando già Restagno s'era messo d'accordo con Francia: il loro compito è quindi di natura politica, non dovendosi sapere che gli acquisti sono stati effettuati dalla Democrazia cristiana: "E' sintomatico il rilievo che i prezzi non venivano neppure discussi [...] ma fissati unilateralmente dal Poligrafico come dichiarato dall'Ochetto; tanto era noto alle parti che queste cessioni avvenivano a condizioni del tutto eccezionali". Il magistrato si occupa quindi dei rapporti tra Restagno, il Poligrafico e la casa editrice Vallecchi che danno luogo ad un'altra scandalosa operazione.
Anche a questa ditta vennero cedute notevoli partite di carta a condizioni pregiudizievoli per l'Istituto poligrafico sia per il basso prezzo di vendita e sia per la cessione a credito quando la Vallecchi aveva una forte esposizione debitoria verso l'Istituto e questo a sua volta versava in una grave situazione di tesoreria costretto ad attingere alle Banche con un onere di interessi del 10 per cento annuo. Qui interessa far parola della cessione di quintali 2.634,30 di carta per la quale si interpose l'onorevole Restagno. Si tratta di carta che necessitava alla ditta per la stampa del volume 'Elenco dei correntisti postali' che le era stata commessa dal Ministero delle poste e delle telecomunicazioni. Fra le ditte interpellate dalla suddetta amministrazione, le condizioni più vantaggiose vennero offerte dall'istituto grafico Bertello che chiese lire 750 per ogni copia del volume contro lire 850 della ditta Vallecchi, la quale in definitiva ottenne la fornitura avendo ridotto la richiesta a lire 745, inferiore a quella dell'Istituto grafico Bertello che però non venne nuovamente interpellato su una eventuale riduzione del prezzo già richiesto e di quello della Vallecchi stessa. Risulta dagli atti e perfino da lettere ufficiali della Vallecchi al Poligrafico che la ditta era stata appoggiata dall'onorevole Restagno per farle ottenere la fornitura. Va qui segnalato che pochi giorni prima dell'invito alle ditte private summenzionate, analogo invito l'Amministrazione delle poste e telegrafi aveva rivolto all'Istituto poligrafico dello Stato che con nota del 19 dicembre 1950 a firma Francia aveva rifiutato l'offerta della fornitura perché gravato da eccessiva mole di lavoro, nonostante che lo stesso Poligrafico nel dicembre 1949 avesse inviato il preventivo per il lavoro e si fosse dichiarato disposto ad eseguirlo...
Oltre che verso l'amministrazione delle poste Restagno "fece anche pressione verso il Poligrafico onde fosse ceduta alla Vallecchi la carta necessaria per la nota fornitura... E ciò rende legittimo il sospetto che il rifiuto del Poligrafico scaturisca da un'intesa preventiva con la Vallecchi". Il Poligrafico cede quindi un'ingente quantità di carta per un importo, a condizioni di favore, di 45 milioni, nonostante "le difficoltà di fabbricazione in cui si trovava". Con questa fornitura "la Vallecchi, società con capitale di lire 37 milioni, che aveva già uno scoperto di alcune decine di milioni verso il Poligrafico, portava la sua esposizione debitoria a ben 91 milioni di lire alla data del 30 giugno 1952". In questi fatti la procura ravvisa il reato di peculato e quindi chiede al senato l'autorizzazione a procedere nei confronti di Pier Carlo Restagno. I giornali dell'epoca danno altri ragguagli sulle operazioni del Poligrafico. Scrivono ad esempio che Restagno impone un accordo in base al quale la cartiera di Foggia, diretta da un cognato dell'on. Fella, cede al Consorzio editoriale italiano un'ingente quantità di carta a 80 lire al chilo, quando il costo di produzione era di 90 lire e il costo di mercato 140. La carta di questo consorzio viene destinata a una catena di giornali de quali Il Momento di Roma, La voce adriatica di Ancona, 77 tempo di Milano, 77 corriere di Modena, Il pomeriggio di Bologna, L'Umbria di Perugia, Il mattino d'Abruzzo di Pescara, Sicilia del popolo di Palermo, Corriere di Sicilia di Catania. Un collaboratore di Pella, un certo ingegner Cordone di Biella, viene implicato nella cessione di 700 quintali da carta alla Pontificia accademia romana al prezzo di 70 lire, mentre il prezzo sul mercato è di 190 lire. Quando la richiesta di autorizzazione a procedere contro Restagno perviene alla Commissione del senato, la DC da subito il via alle operazioni di insabbiamento. E così passano circa due anni prima che la Commissione si pronunci. Le relazioni di maggioranza e di minoranza vengono infatti trasmesse alla presidenza del senato il 19 ottobre 1957. Strabiliante è la relazione di maggioranza3 firmata dal dc Antonio Monni: il colpevole sembra essere il dottor Giuseppe Marchesi, che ha provocato l'inchiesta al Poligrafico, e non il senatore Restagno. Scrive infatti il senatore Monni che intanto non era necessario che Marchesi si rivolgesse all'autorità giudiziaria, "in quanto si era già ben cautelato ricorrendo alle Superiori Autorità, provocando la prima inchiesta e separando perciò la propria responsabilità da quella del commissario Fratta Cavalcabò e del direttore generale Francia". D'altra parte "non risulta che l'altro vice commissario dottor Laurenti, abbia corso alcun rischio per non essersi cautelato alla maniera del dottor Marchesi", ricorrendo cioè alla magistratura. Inoltre il dottor Marchesi "ben poteva, se aveva ulteriori elementi da fornire, inviarli alla Commissione d'inchiesta". Prosegue candidamente la relazione: "È chiaro che il dottor Marchesi, così facendo, negava fiducia alla Commissione d'inchiesta nominata dal Ministero del tesoro". Passando all'analisi della posizione dell'imputato, il senatore Monni sostiene intanto che Restagno agì non per tornaconto personale, ma come segretario amministrativo della DC. In tale veste si procurò "giacenze di carta di qualità scadente" del Poligrafico, tramite i prestanome Pietro Ochetto, Paolo Merenda, Corrado Palladini e Renato Parisi, da utilizzare per le elezioni amministrative del 1951-52. A favore di Restagno va poi sottolineato il fatto secondo la relazione di maggioranza "che il Poligrafico, all'epoca, non patì crisi di produzione delle varie cartiere". Passando all'operazione a favore di Vallecchi, il senatore Monni giunge addirittura a negare l'intervento del segretario amministrativo della DC. Fu il ministro delle Poste "a dare disposizioni perché fosse accettata l'offerta della Vallecchi".; Ora che il ministro delle Poste, il ben noto Giuseppe Spataro, abbia avuto un ruolo notevole nell'affare è fuori discussione. Ma Monni non lo chiama in ballo per accusare lui e scagionare Restagno. Sa bene che contro Spataro non v'è alcuna richiesta d'autorizzazione a procedere e che, se vi fosse per i ministri, è prevista una lunga e particolare procedura. Essendo Spataro al sicuro, lo si può tranquillamente adoperare come scudo. Aggiunge Monni:
Dell'onorevole Restagno risulta che con un semplice biglietto da visita, rinvenuto nel dossier della pratica Vallecchi, egli segnalò così al Poligrafico dello stato la ditta stessa: "Pier Carlo Restagno, segretario amministrativo della Democrazia cristiana, con viva preghiera. Roma (senza firma) Piazza del Gesù, 46". Questo intervento e questo appoggio troverebbero conferma ne fatto che la ditta Vallecchi, sollecitando e trattando la fornitura, scrisse al Poligrafico (esattamente con lettera 6 febbraio 1951 diretta al commendator Francia, pagina 3, volume V) in questi termini: "Lei rammenterà che io venni a parlarle della carta per un lavoro del ministero delle Poste e precisamente per la stampa dell'Annuario dei correntisti postali, cui si interessò anche il comune amico Eccellenza Restagno che ci ha autorevolmente aiutato a ottenere questa fornitura". Questa affermazione della ditta Vallecchi è apparsa grave e compromettente. Infatti l'aiuto e l'appogio spiegati dall'onorevole Restagno sono in concreto rappresentati dal citato biglietto di raccomandazione. Non fa meraviglia che la ditta Vallecchi nel trattare col Poligrafico si dica amica "dell'Eccellenza Restagno" per ottenere riguardo". Nessun parlamentare - osserva in una sua lettera al giudice istruttore il senatore Restagno - si libererà mai dai tanti postulanti che chiedono biglietti di presentazione e raccomandazione".
Per Monni, dunque, la Vallecchi si servì indebitamente del nome di Restagno. Il quale
non è nella causa un privato, ma il senatore Restagno, il parlamentare amministratore di un partito. Se ne ha conferma, prosegue Monni, nella campagna di stampa all'epoca in cui le accuse sorsero [...]. Tanto ciò mi par vero quando nel quotidiano l'Unità del 29 dicembre 1955 leggo testualmente: "Dovrebbe essere fuor di dubbio che il senatore Restagno non ha agito per proprio tornaconto ma nell'interesse del suo partito."...
Singolare argomentazione. Se operazioni illecite vengono compiute per conto della Democrazia cristiana non si è punibili. Monni quindi a nome della maggioranza della commissione propone di respingere la richiesta di autorizzazione a procedere. E così farà il Senato, sottraendo al giudizio della magistratura Pier Carlo Restagno. A pagare e duramente come avremo occasione di vedere in seguito, è il magistrato che ha osato portare avanti l'indagine, il dottor Salvatore Giallombardo, che viene rimosso prima di potere completare l'inchiesta.


2 Senato della repubblica, Il legislatura. Disegni di legge e relazioni - Documenti, n. C III.

3 Senato della Repubblica, Il legislatura, Disegni di legge e relazioni - Documenti, n. CIII A.


Il solito Campilli

A Restagno non manca una "spalla" di qualità. È Antonio Loi, un uomo che ha costruito le sue fortune sulle amicizie politiche e di curia. Da modesto impiegato della ditta Costa qual'era nel 1945, infatti, riesce ad entrare nelle grazie del cardinale Siri e di Paolo Emilio Taviani. L'attesa in sala d'aspetto non è lunga. L'11 gennaio 1949 al termine del III° Congresso DC che si tiene a Venezia, Taviani diventa segretario politico della DC, succedendo ad Attilio Piccioni, e chiama a Roma Antonio Loi mettendolo al fianco di Restagno: Restagno segretario amministrativo, Loi "vice". In tale veste l'ex travet della ditta Costa ha bisogno di un titolo conveniente o di una adeguata onorificenza da esibire sul biglietto da visita ed ecco spuntare a sinistra del nome un "Grand'Uff." conseguito sul campo. Nel contempo il cardinale Siri si adopera per fare ottenere al suo pupillo la nomina di «cameriere segreto di cappa e spada» di papa Pacelli. Bisogna riconoscere che la fiducia posta in Antonio Loi non è ingiustificata. Attivissimo e maneggione, fa parte della immobiliare "Nuova Laurentina" dietro la quale la DC porta avanti una grossa operazione di speculazione edilizia. Ritroviamo Loi nel caso Roisecco quando tra il marzo e l'aprile 1953 s'adopera per mettere a tacere lo scandalo della "signora mezzomiliardo". Con tali referenze e con un altro incarico di fiducia, quello di amministratore del quotidiano Il popolo, organo della DC, Antonio Loi non trova ostacoli per la sua privata attività speculativa, che incomincia nella primavera del 1952 allorché con un capitale di un milione e 250 mila lire viene costituita la società Sfiar, con la finalità dichiarata di costruire acquedotti. In realtà la Sfiar si avventura in audaci operazioni di borsa, il che è più che comprensibile dal momento che tre dei cinque membri del consiglio d'ammi'nistrazione, Orfeo Succi, Rinaldo De Ferrari e Giovambattista Gualco, sono agenti di cambio. Gli altri due amministratori sono l'avvocato Gustavo Lanzillotti e il grand'ufficiale Antonio Loi. Nel 1953 i cinque personaggi progettano di impadronirsi della Nicolay, un'antica e solida società che gestisce uno degli acquedotti di Genova. Grazie alle cosìddette operazioni di riporto, Succi, De Ferrar! e Gualco hanno già convogliato sulla Sfiar 90 mila delle 396 mila azioni della Nicolay, che ovviamente non bastano. Per ottenere la maggioranza del pacchetto azionario si stabilisce dì acquistare altre 110 mila azioni. Naturalmente occorre del denaro, vaà non è un problema tenuto conto delle aderenze di L01 e compari. Gualco soprattutto. E infatti la sede genovese de Banco di Sicilia elargisce un prestito di 500 milioni, e cos1, si può procedere all'acquisto. La successiva mossa è altrettanto naturale. Decade il vecchio consiglio d'amministrazione della Nicolay e vi subentrano i cinque soci. A questo punto viene dato il via a manovre pirotecniche di aumenti d'annacquamenti di capitale e di giochi al rialzo in borsa. Vengono infatti immesse sul mercato, e la vendita affidata ad alcuni funzionari genovesi del Banco di Sicilia, 248.800 azioni da mille lire, metà delle quali però devono essere riservate a Loi e compagni. V'è un'altra clausola: le azioni debbono essere vendute ad un prezzo altissimo. E poiché questa condizione comporta particolari difficoltà essendo necessaria, assieme all'abilità del venditore, anche la convinzione dell'acquirente di fare un buon affare, si procede a una sapiente campagna propagandistica. Si fa sapere cioè che la Sfiar sta per ottenere l'appalto dell'acquedotto dell' Entelle per il rifornimento di acqua potabile della Riviera del Levante e che inoltre finanzierà la costruzione di due zuccherifici, uno a Racconigi, un altro nel Sannio. Per quest'ultimo sono anzi pronti sia il terreno che le sovvenzioni della Cassa per il Mezzogiorno e dell'Isveimer. In effetti le notizie relative all'acquedotto del Sannio non sono del tutto inventate. Una donna, Laura Feola, figlia di un commerciante di vini, che si spaccia per titolata e che negli ambienti genovesi è conosciuta ed utilizzata per aderenze politiche, si sta dando da fare. Nonostante le pendenze penali e una condanna del Tribunale di Imperia per contrabbando, "Donna" Laura Feola è in ottimi rapporti con Raffaele De Caro il ministro liberale che il 10 marzo 1954 s'era preoccupato di tenere ben fermi i coperchi sulle pentole DC dello scandalo Montesi, tentando di rafforzare il discorso col fatto che a 71 anni d'età e con 34 anni di vita pubblica sulle spalle non poteva mettere a repentaglio il suo "onore politico". La Sfiar, dunque, chiede un finanziamento di un miliardo e mezzo alla Cassa per la costruzione di uno zuccherificio a San Salvatore Telesino nel Sannio e Laura Feola si adopera per ottenerlo pretendendo una tangente di 100 milioni. E infatti interessa il ministro De Caro il quale è ben lieto di assumersi la paternità dell'iniziativa in quanto il comune di San Salvatore Telesino ricade nel suo collegio elettorale, anzi incomincia col suonare la grancassa per cosa fatta l'impianto dello zuccherifìcio. Scriverà l'Avanti! il 15 settembre 1956:

Agli inizi, prima dello scandalo si scrisse e si disse che mercé l'interessamento di autorevoli uomini politici quali l'onorevole De Caro e l'avvocato Vincenzo Cardone, di professione segretario particolare di sua eccellenza, una pioggia di miliardi sarebbe venuta a rendere fertile e ricca la zona e a dare pane e lavoro ai disoccupati. I sindaci di San Salvatore Telesino e di Telese vennero interessati e sollecitati alla cosa; e vi fu persino la richiesta e la deliberazione di concessione del suolo per rimpianto. La Camera di commercio, bontà sua, espresse anche il proprio plauso mercé il suo presidente, e cioè lo stesso avvocato Vincenzo Cardone.
L'onorevole De Caro si rivolge quindi al "recidivo" Pietro Campilli, suo collega di governo e ministro per gli Interventi nel Mezzogiorno. E gli presenta quattro dei cinque dirigenti della Nicolay-Sfiar: Lanzillotti, Succi, Gualco e De Ferrari. Per Loi non c'è bisogno di presentazioni. Egli sa a chi rivolgersi nella DC, il che consente di operare su due fronti. L'intervento di De Caro verrà confermato da Campilli:
"A metà del 1954 il ministro De Caro, in qualità di deputato della provincia di Benevento, mi informò del progetto per l'impianto dello zuccherificio nel comune di San Salvatore Telesino, iniziativa alla quale egli si interessava per il fatto che si sarebbe potuto così creare una notevole possibilità di lavoro in una zona particolarmente depressa. In un secondo tempo vennero nel mio studio i promotori dell'iniziativa, accompagnati dai rappresentanti degli enti economici di Benevento e dallo stesso ministro De Caro".
Questa dichiarazione fa parte di una lettera di precisazione che Campilli manda all'Unità, che la pubblica il 6 settembre 1956.
Campilli scrive anche di aver visto con simpatia l'iniziativa dello zuccherificio ma di aver precisato che "il giudizio sull'accoglimento o meno delle richieste di finanziamento è di esclusiva competenza e responsabilità degli appositi istituti di credito". Come se non fosse un preciso dovere del potere politico quello di decidere prima degli organi tecnici d'intervento! Il secondo incontro dimostra che per il finanziamento dello zuccherificio v'era un assenso del governo, quanto meno di massima. Ed è su questa base che si svolge l'azione di propaganda per la vendita delle 248.800 azioni. L'offerta appare così allettante che le azioni del valore nominale di mille lire vengono acquistate nella prima fase del lancio fino a 5.570 lire e saliranno ulteriormente sino a 15mila lire. È chiaro il doping, eppure le cosìddette autorità permettono che la truffa si compia sino in fondo, anziché intervenire per bloccare la manovra speculativa. Evidentemente Loi e soci hanno ben "legato i cani". Venduta a prezzi tanto gonfiati la prima metà delle azioni, i cinque amministratori lucrano circa settecento milioni coi quali possono pagare il debito contratto col Banco di Sicilia e acquistare a mille lire l'altra metà. Divengono così proprietari del pacchetto di maggioranza assoluta della Nicolay senza sborsare una sola lira, anzi guadagnandoci. Ma ecco il colpo di scena. Si è nell'estate del 1956. Pietro Campilli, nonostante le precedenti promesse, dirama un comunicato il cui senso è che la Cassa per il Mezzogiorno non finanzierà la costruzione dello zuccherificio. I motivi della retromarcia non sono del tutto chiari. Si afferma che non vi sono fondi in quanto gli Stati Uniti hanno rifiutato un prestito di 70 milioni di dollari da destinare all'industrializzazione del Mezzogiorno, ma alla luce della successiva operazione speculativa tale spiegazione appare scarsamente convincente. Appena si diffonde la notizia che lo zuccherificio non si farà, gli acquirenti delle azioni Nicolay-Sfiar sono presi da panico. Loi e compagni cercano di resistere ma non durano a lungo. Le banche riversano sul mercato le azioni in loro possesso, che crollano a 600 lire. E v'è chi riesce a farle calare ancora, a 460 lire. È la Società italiana condotte d'acqua, presieduta dal marchese Giovambattista Sacchetti, che è anche presidente del Banco di Santo Spirito, membro del consiglio d'amministrazione dell'Immobiliare, e che fa parte della ristrettissima cerchia otto in tutto dei camerieri segreti di cappa e spada partecipanti di Sua Santità : uno dei maggiori dirigenti della finanza vaticana. Per la Condotte d'acqua si tratta di un grosso affare. Le azioni valgono, infatti, molto di più delle 460 lire, in quanto restano in piedi i beni patrimoniali della Nicolay che il quintetto diretto da Loi non è riuscito ad alienare. In questo gioco al ribasso si inseriscono alcuni tragici episodi. A Saluzzo una donna, Gisetta Racca, muore di crepacuore nell'apprendere di avere perduto 25 milioni incautamente investiti nell'affare Nicolay-Sfiar e un commerciante si toglie la vita. Un altro commerciante genovese, Valentino Gattorno, si uccide mentre è in villeggiatura e altri due pensionati si ammazzano quasi contemporaneamente. Il primo "lotto" di speculatori viene arrestato nell'agosto 1956. Si tratta dei cinque amministratori e dei funzionari del Banco di Sicilia implicati nella vendita delle azioni. Laura Feola viene invece tratta in arresto nel settembre in un albergo romano. Afferma il mandato di cattura che "millantava credito presso i ministri De Caro e Campilli ed otteneva così 100 milioni, dati dal costituendo zuccherificio del Sannio, quale premio per la mediazione da lei svolta presso la Cassa per il Mezzogiorno". Al momento dell'arresto la donna aveva nella borsetta un biglietto aereo di sola andata per Madrid e un passaporto rilasciatele direttamente dal ministero degli Esteri. Uno "strumento di lavoro" molto utile per chi, come Laura Feola, aveva strani commerci anche a Tangeri. Il suo giro di amicizie politiche era dunque più ampio di quanto non apparisse a prima vista, e infatti si apprenderà in seguito che la donna aveva fatto riavere alla ditta Salvatore Orlando di Genova, importatrice di pesci salati dalla Norvegia, la licenza d'importazione che l'autorità giudiziaria milanese aveva fatto revocare. Eppure Laura Feola viene accusata di millantato credito. Resta da capire il comportamento di Campilli sui cui affidamenti Loi e soci imbastiscono la loro speculazione che frutta più di quanto non appaia negli atti giudiziari, se è vero che hanno fatto in tempo a mettere al riparo presso la Banca mercantile di Lugano un gruzzolo di due miliardi. Nessuno crede alla spiegazione che Campilli non tiene fede agli impegni assunti perché è venuto meno il prestito americano, e si pensa invece a un suo interesse privato. Si ipotizza cioè che il ministro per il Mezzogiorno da ottimo esperto di borsa, quale si è conosciuto al tempo dello scandalo sollevato da Finocchiaro Aprile, abbia voluto, con l'improvviso rifiuto del finanziamento per lo zuccherificio, far crollare le azioni Nicolay, in modo da farle finire a prezzo irrisorio in mano alla società vaticana "Condotte d'acqua". Alcuni giornali anzi scrivono che Campilli è azionista di tale società. La smentita del ministro è pronta. Aveva avuto sì delle azioni della Condotte d'acqua ma se n'era disfatto da diversi anni. Anche qui viene dato scarso credito alla smentita, perché ricalca un antico ritornello. Già nel '47 in seguito alla denuncia di Finocchiaro Aprile aveva sostenuto di avere venduto le sue partecipazioni a una società dopo la sua elezione a deputato. In quell'occasione aveva anche negato di avere interessi nella società Acqua marcia, anch'essa vaticana. Come mai in seguito aveva acquistato azioni della Condotte d'acqua che pur essendo una società diversa dall'Acqua marcia ha con essa un'ampia osmosi sotto la cupola di San Pietro? D'altra parte l'avere ceduto le azioni significa ben poco. Intanto possono esservi dei prestanome, ma in ogni caso Campilli è legato alla finanza vaticana sin dal tempo del fascismo, quando il futuro cardinale Clemente Micara lo pose sotto la sua protezione e lo fece lavorare presso la Santa Sede. Sulla base di queste considerazioni a due anni dallo scandalo e dalla smentita, il deputato comunista Assennato affermerà in Parlamento4:
Il fatto più importante e definitivo che suggella e da significazione all'episodio intero è che quelle azioni Nicolay, gira e volta, sono andate a finire nelle paterne braccia dell'Acqua marcia, non sbiadita conoscenza dell'on. Campilli.
E sosterrà anzi un rapporto di causa ed effetto, "un rapporto causale", tra il finanziamento di mezzo miliardo del Banco di Sicilia e "la caduta delle azioni in braccio all'Acqua marcia".


4 Camera dei deputati, III legislatura. Atti parlamentari Discussioni, P. 887.


Gli incompatibili

Rosso in volto, in preda all'ira, il senatore DC Teresio Guglielmone compie sforzi immani per non dare in escandescenze. Si è nell'agosto 1950 ed è stato sollevato al Senato il problema delle incompatibilità parlamentari posto dai comunisti all'Assemblea costituente fino dal 1947. Troppi uomini della DC sono presenti, infatti, nei centri del potere economico. Se ne parla nei corridoi di Palazzo Madama, alla buvette, nelle sedi dei gruppi parlamentari. I senatori comunisti prendono di mira in quei giorni proprio Teresio Guglielmone e ben si comprende, quindi, perché il pover'uomo sia fuori di sé. Ma intende controllarsi, toccare le corde del sentimento. E così, con tono tra risentito e piagnucoloso, tra l'offeso e il suadente, dice agli avversari: "Se voi aveste una famiglia numerosa come la mia non insistereste tanto su questa storia delle incompatibilità". Ora l'indennità parlamentare pur non essendo rilevante non è certo così esigua da costringere alla fame. Guglielmone però ritiene che quello della famiglia numerosa è un argomento di fronte al quale nessuno può restare insensibile. C'è però qualche insignificante dettaglio.

Teresio Guglielmone, senatore del collegio di Torino, ha qualche incarico privato che contrasta col suo mandato pubblico. Egli è infatti soltanto presidente della Cogne, del Lloyd Mediterraneo-Società navigazione marittima e fluviale, della Cogla-Commercio gas liquidi e attrezzature, del Credito mobiliare fiorentino, della Liquigas, dell' Incom Inc-Industrie cortometraggi importazione noleggio cinespettacoli, della Banca torinese Balbis & Guglielmone, della Banca di credito e risparmio di Torino, della società editrice torinese Popolo nuovo, della Banca Lamberti e Mainardi, della Samis-Società azionaria magnesie italiane Sulcis, dell'Ente portuale Torino-Savona; vicepresidente della Società fornaci riunite; consigliere d'amministrazione della Cei-Incom, del'l'Icle-Istituto italiano di credito per il lavoro italiano all'estero, della Stet-Società torinese esercizi telefonici, della Torino esposizioni, dell'Anic, della Società mutua assicurazioni Torino. Guglielmone ha ancora interessi nei quotidiani "Il momento" di Roma e "Gazzetta del popolo" e "Gazzetta sera" di Torino, è membro del consiglio nazionale della DC e presiede giustamente la Commissione economico-finanziaria di tale partito. Come rappresentante delle famiglie numerose, il senatore pensa che sia giusto avere anche la presidenza dell'Istituto italiano per l'Africa e, tanto per gradire, pure la presidenza onoraria del circolo della stampa romana. Quando Guglielmone implora l'opposizione di sinistra a non disturbarlo nelle sue attività di parlamentare e di finanziere, ossia a lasciargli fare in parlamento il rappresentante della grande speculazione privata, sono circa 50 i senatori e i deputati DC che siedono in importanti consigli d'amministrazione di banche, società finanziarie, elettriche, metallurgiche, edilizie, chimiche, minerarie, meccaniche e così via. Ecco un altro elenco di "incompatibili" suddivisi secondo le regioni dove sono stati eletti il 18 aprile 1948.

Piemonte

GIOVAMBATTISTA BERTONE, senatore, ministro per il commercio estero e, ad interim, de'll'industria e commercio nel 1959, vice presidente del Senato nel 1951, presidente della Società idroelettrica piemontese, della Società nazionale industria commercio automezzi macchinari, della Ceramica Italiana, della Gondrand trasporti.

GIOVANNI BOVETTI, deputato, già presidente della deputazione provinciale di Torino, sottosegretario ai trasporti nell'estate 1953 all'inizio della seconda legislatura, consigliere dei consorzi portuali di Savona ed Imperia, consigliere della società Gestione cinema teatri televisione, sindaco della società Molini Dora.

GIUSEPPE FELLA, deputato, ministro del tesoro e del bilancio, amministratore unico della società Tenuta la Malpensa, amministratore della società finanziaria SAFI, sindaco dell'Anonima Predazzo di Biella, consigliere della Società tessuti italiani Soltez-Saltis, dell'Anonima immobiliare mercerizzati e tinti, dell'immobiliare San Paolo di Biella. Il 17 agosto 1953 Fella assume la presidenza del consiglio.

GIOVANNI SARTORI, senatore, sindaco di Bra, presidente della Camera di commercio di Cuneo e dell'Unione industriali della stessa provincia, presidente e consigliere di varie società tra le quali la Tannini del Mugello, la Tannini di Calabria, la Fabbrica nazionale estratti tannici, la Società italiana prodotti Schering.

ALBINO OTTAVIO STELLA, deputato, presidente della "Fossanese" (prodotti chimici per l'agricoltura), vice presidente della Prodotti chimici superfosfati, consigliere della Carlo Fino e dell'ente piemontese di frutticoltura "Alberto Geisser", presidente del consorzio agrario di Torino e della Federazione provinciale dei coltivatori diretti di Torino, membro del consiglio direttivo della federazione nazionale.

ANTONIO TOSELLI, senatore, consigliere della Piemonte centrale di elettricità.

Lombardia

GIUSEPPE ARCAINI, deputato, sottosegretario al tesoro in alcuni governi della seconda legislatura, direttore della sede di Lodi della Banca provinciale lombarda, sindaco della società Polenghi Lombardo, consigliere d'amministrazione della Compagnia editrice napoletana Il Mattino S.p.A., la cui proprietà è per il 48 per cento della società Affidavit di Roma e per il 52 per cento del Banco di Napoli, coinvolto in una serie di scandali finanziari DC, quale quello dell'Italcasse.

ENNIO AVANZINI, deputato, sottosegretario, consigliere d'amministrazione della Cassa di risparmio lombarda, coinvolto nello scandalo della dispersione degli aiuti per il Polesine alluvionato.

VINCENZO BAVARO, deputato, sindaco della Società emiliana esercizi elettrici e della Società elettrica bresciana, presidente dell'Istituto nazionale gestione imposte di consumo, il famigerato INGIC che è al centro di uno dei più clamorosi scandali del dopoguerra.

STEFANO BAZOLI, deputato, presidente della società Jura.

PIETRO BELLORA, senatore, proprietario del cotonificio Bellora, presidente dell'Associazione cotoniera italiana, membro della giunta esecutiva della Confindustria.

GIUSEPPE BRUSASCA, deputato, sottosegretario, presidente della Società forme e fustelle Antonio Ferrari e figli, sindaco della Società Pellami e Presbitero.

PIETRO BULLONI, deputato, consigliere d'amministrazione della Banca di San Paolo.

EDGARDO CASTELLI, deputato, sottosegretario nella prima e nella seconda legislatura, sindaco della Società Bracci e Manzini e della società Compagnia libraria italiana.

ANTONIO CAVALLI, deputato, sindaco della Società Ferro-metalli-carbone.

EDOARDO CLERICI, deputato, presidente della Commerciaelectro consigliere d'amministrazione dell'Electron-Impianti elettrici e telecomunicazioni e del Cartificio Ermolli, vice presidente della Editrice prò famiglia, consigliere dell'Editrice "Il Popolo" di Milano, presidente della Fiera nazionale del latte.

GIOVANNI MARIA CORNAGGIA MEDICI, senatore, dirigente di Azione cattolica, consigliere d'amministrazione della Pibigas-Idrocarburi e affini, della società Aeroporto di Busto, dell'Alfa Romeo, del collegio San Carlo.

ENRICO FALCK, senatore, presidente del Credito commerciale di Milano, della Società nazionale Ferro-metalli-carbone, dell'Adriatica ferramenta e metalli, consigliere dell' EFI, della Banca di Legnano, della Società italiana spettacoli. Assieme al fratello Giovanni è proprietario delle Acciaierie e ferriere Falck, con un capitale effettivo nel 1950 di 10 miliardi, 24 stabilimenti in Italia, 26 mila dipendenti. I fratelli Falck sono inoltre azionisti della Cirio di Napoli e della Società elettrica Orobica e proprietari di vaste tenute in Romagna e nel Veneto. Poiché gli interessi dei due fratelli coincidono e il patrimonio è in gran parte comune è opportuno ricordare che Giovanni Faick è presidente del Credito commerciale, consigliere della Banca provinciale di depositi e sconti, della Riunione Adriatica di sicurtà, della CGE (Compagnia Generale di Elettricità) e della Rinascente.

PIETRO FERRERI, deputato, amministratore unico della Anonima lavori edilizi immobiliari di Pavia, presidente del collegio dei sindaci dell'Anonima Caser, presidente della Federazione provinciale pavese dei coltivatori diretti e membro del consiglio nazionale della stessa confederazione, vice presidente del consorzio agrario di Pavia.

STEFANO JACINI, senatore, presidente della Cassa di risparmio delle province lombarde e dell'Associazione tra le Casse di risparmio italiane, vice presidente dell'Istituto di credito per il lavoro italiano al'l'estero.

ACHILLE MARAZZA, deputato, ministro, presidente della Confederazione della municipalizzazione, consigliere della Banca lombarda depositi e C.C., e della società Impianti tipografici lombardi.

MARIO MARTINELLI, deputato, sottosegretario nella prima legislatura, ministro nella seconda, consigliere dell' ICLE (Istituto nazionale di credito per il lavoro italiano all'estero), amministratore unico della Finimenti tessili di Milano, presidente della Manifattura tessile lombarda.

LUIGI MEDA, deputato, sottosegretario nella 1a legislatura, vice presidente della Manifattura del Po, consigliere d'amministrazione della "Ercole Marelli" s.p.a., dell'Alfa Romeo, della SIAM (società italiana arredamenti metallici), dell'Immobiliare Casteldelfino, del cotonificio Carminati, della Chatillo vice presidente degli Esercizi aeroportuali Malpensa e Linate, presidente della Anonima cooperativa alberghi popolari.

LUDOVICO MONTINI, deputato, fratello dell'arcivescovo di Milano (il futuro papa Paolo VI), consigliere d'amministrazione del Banco di Roma, della Banca S. Paolo idi Brescia, della Telemeccanica elettrica Amati, dell'Istituto italiano di credito, della Società generale 'lavori di pubblica utilità, presidente dell'Amministrazione aiuti internazionali.

MARIANO ROSATI, senatore, presidente della Molini Lario, consigliere di amministrazione delle Autovie lariane e delle Cementerie di Merone.

ENRICO TOSI, deputato, sindaco della Cassa lombarda, della Tessitura di Gallarate, dell'OM Luigi Erba, della Innocente Riganti, della Raimondi, comproprietario della ditta Tosi Daniele e figli, fiduciario dell'alto clero. Presiede infatti il collegio sindacale dell'Istituto di cultura di Saronno, che ha scuole a Saronno, Desio e Tradate e il cui consiglio d'amministrazione è composto da soli sacerdoti.

FERDINANDO TRUZZI, deputato, consigliere d'amministrazione delle Saccherie agricole-SASA, presidente del Consorzio agrario provinciale di Mantova e della Federazione provinciale coltivatori diretti, membro della "Commissione provinciale per gli affittuari coltivatori diretti per la perequazione dei canoni d'affitto dei fondi rustici".

ENNIO ZELIGLI, senatore, consigliere della Banca provinciale lombarda, presidente del consorzio provinciale per la lotta contro i tumori di Verona, della Giunta diocesana, consigliere centrale della Società San Vincenzo de' Paoli.

TOMMASO ZERBI, deputato, sottosegretario nel VI ministero De Gasperi, vice presidente della Fiera di Milano, consigliere della Montecatini, presidente del collegio sindacale della Metro-Roma.

Veneto

CELESTE BASTIANETTO, senatore, presidente della società Cantieri navali del Quarnaro, consigliere d'amministrazione dell'ICLE-Istituto di credito per il lavoro italiano all'estero.

GUIDO CORBELLINI, senatore nella prima e seconda legislatura, consigliere della Società Utenti energia elettrica.

PIERO MENTASTI, senatore, consigliere della società editrice San Marco e dell'editrice de Il Gazzettino di Venezia.

FRANCESCO MORO, deputato, azionista del Cotonificio Lonigo S.A.

MARIO SAGGIN, deputato. Alto commissario aggiunto per l'alimentazione del terzo gabinetto De Gasperi, presidente dell'Istituto italiano dell'imballaggio, presidente del Comitato nazionale rappresentanza e difesa degli ordini e collegi dei liberi professionisti, presidente della Fiera di Padova.

FERDINANDO STORCHI, deputato, presidente delle ACLI, presidente centrale della Gioventù cattolica, consigliere nazionale della DC, consigliere dell'Istituto di credito per il lavoro italiano all'estero.

GIUSTINO VALMARANA, senatore, sottosegretario al tesoro nel 1° gabinetto Fanfani, membro dell'Associazione laureati cattolici, vice presidente della Banca cattolica del Veneto.

Trentino-Alto Adige

ANGELO MOTT, senatore, sottosegretario nella prima e nella seconda legislatura, consigliere della Finanziaria trentina.

Friuli-Venezia Giulia

GIUSEPPE GARLATO, deputato, presidente del Comitato zona destra ragliamento del Friuli e direttore del locale consorzio di bonifica, presidente delle Autovie venete.

GUGLIELMO SCHIRATTI, deputato, consigliere d'amministrazione della Banca cattolica del Veneto, della Cooperativa perfosfati sabretini, delle Saccherie agricole, della Federconsorzi, delle Tramvie del Friuli, amministratore delegato dell'istituto assicurativo FATA.

TIZIANO TESSITORI, senatore, sottosegretario, presidente delle Aziende conserviere italiane di Sicilia, consigliere di amministrazione della Veneta concimi e prodotti chimici.

Emilia Romagna

GIACOMO CASONI, deputato, presidente della Cassa di risparmio di Imola, commissario al Consorzio nazionale canapa.

FRANCESCO MARENGHI, deputato, presidente della Società italiana sementi, consigliere d'amministrazione della Esportazione Polenghi Lombardo, presidente dell'Associazione laureati in scienze agrarie, membro della Federazione provinciale coltivatori diretti di Piacenza e del Comitato regionale Emilia-Romagna, consigliere della Federconsorzi.

RAFFAELE OTTANI, senatore, presidente della Società per l'esercizio delle distillerie Luigi Sarti e figli, consigliere d'amministrazione del credito romagnolo e del Lloyd siciliano, presidente della Confederazione generale traffico e trasporti.

GIOVANNI POLLASTRELLI, senatore, presidente del Consorzio nazionale per il credito agrario di miglioramento, dell'istituto di assicurazioni Fiumeter, consigliere dell'Istituto di credito della Cassa di risparmio d'Italia, dell' Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità, del Consorzio delle opere pubbliche dell'Emilia, della Cassa di risparmio di Piacenza, presidente dell'Ente nazionale agricoltura meccanica, e dell'Associazione nazionale tecnici dell'Agricoltura.

ADONE ZOLI, senatore, ministro (diventerà presidente del consiglio il 19 maggio 1957), presidente della DC, consigliere d'amministrazione della Banca di Toscana e del Fabbricone-Lanificio italiano.

Toscana

ARMANDO ANGELINI, deputato, ministro, presidente dell'Unione generale industriali del marmo apuano, della società Archi-Cirm di Roma, consigliere della Società anonima tramvie Alta Versilia, della Società anonima Giorgio Maggi di Seravezza, della società anonima "Medicea" di Pisa, della Compagnia mercantile commissionaria italiana di Roma, dell'Istituto finanziario ricostruzioni immobiliari di Roma, della Società imprese marittime di Roma, della Società cantieri di Viareggio, della Fabbrica italiana tubi metallici di Torino, della Jonassan profumi, dell'Autocamionale della CISA, presidente dell'Ordine degli avvocati di Massa e Carrara.

ALDO PASCETTI, deputato, presidente dell'IRI, comproprietario e maggiore azionista della "Frigorifera Tendi e Pascetti", azionista della società "Leda" per la lavorazione e la conservazione della carne, già presidente della deputazione provinciale di Pisa e quindi commissario straordinario all'ONMI provinciale e al consorzio antitubercolare.

GIOVANNI GRONCHI, deputato, presidente della Camera, presidente e principale azionista della RESIA-Resine sintetiche ed affini.

ARRIGO PAGANELLI, deputato, molto vicino agli interessi finanziari vaticani, presidente della CIT e della TETI, la grande società telefonica controllata dal gruppo STET.

Umbria

IVO COCCIA, deputato, vice presidente della Casa editrice Atlantica, vice presidente dell'Associazione dietetica italiana, già presidente della deputazione provinciale di Rieti. Alla fedina penale di Ivo Coccia, l'Unità dedica il 22 maggio 1953 un lungo servizio.

BENEDETTO PASQUINI, senatore, consigliere d'amministrazione di varie società tra cui le Fratelli Pozzo Salvati Gros Monti & C., presidente dell'Associazione proprietà edilizia di Roma e provincia, presidente del'la Cassa artigiana e rurale di Foligno, presidente della Camera di Commercio di Perugia, presidente della Commissione turismo dell'Unione nazionale delle Camere di commercio, presidente dell'Istituto zooprofilattico di Perugia, presidente del Rotary club di Perugia.

Marche

GIULIO COLI, deputato, consigliere d'amministrazione del Lloyd triestino, della Banca popolare di Pesare, sindaco della società Molini albani, presidente della Camera di commercio di Pesaro e Urbino.

DANILO DE COCCI, deputato, amministratore unico della Società scambi con l'estero.

AMOR TARTUFOLI, senatore, presidente idell'Industriale carburo, dell'Associazione italiana produttori semi e bachi, consigliere della Banca nazionale dell'Agricoltura, presidente della Federazione coltivatori diretti di Milano e del Consorzio agrario di Como, vice presidente della SASA.

Lazio

EMILIO BATTISTA, senatore, sottosegretario nella prima e seconda legislatura, presidente della Società ravennate del metano, dell'Italcostruzioni, consigliere d'amministrazione della Società napoletana per l'imbottigliamento delle bevande gassate, dell'Ente metano, membro del Comitato per la ricostruzione, presidente dell'Assooiazione nazionale ingegneri ed architetti.

PAOLO BONOMI, deputato, presidente della Federazione coltivatori diretti, della Federconsorzi, della Prodotti chimici superfosfati, della impresa assicurativa FATA, consigliere d'amministrazione della Banca nazionale dell'agricoltura.

PIETRO CAMPILLI, deputato, ministro, presidente della Società valori immobiliari, della sezione italiana della Camera di commercio internazionale, proprietario di vaste tenute, azionista della Società Condotte d'acqua, latifondista legato alla finanza vaticana, consigliere d'amministrazione della Società fornaci tiberine.

GIUSEPPE CARONIA, deputato, presidente della Autotrasporti Tri'nacria, della Fiera campionaria internazionale di Messina e dell'Istituto Eastan consigliere della Società di navigazione siciliana.

GIOVANNI CARRARA, senatore, presidente del Tribunale di prima istanza della Città del Vaticano, presidente della Federazione nazionale della mezzadria, consigliere d'amministrazione della Casa dell'ospitalità romana e dell'Istituto centrale finanziario presieduto da monsignor Antonio Rinaldi segretario sostituto della Camera Apostolica.

VINCENZO CECCONI, deputato, consigliere delle Ferrovie Roma-Nord e dell'Ardor.

MARIO CINGOLANI, senatore, presidente del gruppo de del Senato, ministro della difesa nel 1947 dimissionario nel mese di dicembre per far posto a Randolfo Pacciardi, già Alto commissario aggiunto per l'avocazione allo stato dei profitti di regime, membro della direzione DC, consigliere dell'Istituto di credito fondiario, delle Assicurazioni generali, della Film Universalia.

CAMILLO CORSANEGO, deputato, presidente dell'Istituto fiduciario di ricostruzione immobiliare, della SpA Stella Maris, della FATI-Fabbrica aerei treni impianti, della Società autoservizi liguri.

ALBERTO DE MARTINO, deputato, presidente della SIL-Società italiana legnami, presidente del'l'Opera nazionale pensionati d'Italia.

FRANCESCO MARIA DOMINEDñ, deputato, sottosegretario, presidente dell'Istituto cooperativo italiano.

PIETRO GERMANI, deputato, presidente delle Distillerie agricole SADA, delle Bonifiche Germano, consigliere della "Maccarese", commissario dell'Associazione italiana bieticoltori.

CAMILLO ORLANDO, deputato, già presidente della Camera di commercio di Latina, consigliere del Lloyd siciliano.

Campania

CARMINE DE MARTINO, deputato, amministratore della Società agricola industriale meridionale, presidente della Società edile costruzioni e ricostruzioni, presidente della cooperativa tra commercianti di Salerno, sindaco della "Rinaldo molini e pastifici", dell'Anonima laterizi, presidente della Magazzini generali-porto, della Compagnia grafica meridionale, proprietario di vaste piantagioni di tabacco.
De Martino, capo della corrente DC di destra detta dei "vespisti", sottosegretario nel 1957, sarà protagonista assieme al ministro de Giuseppe Trabucchi dello scandalo del tabacco messicano del quale ci occuperemo in seguito.

GIUSEPPE FIRRAO, deputato, consigliere delle Manifatture cotoniere meridionali, dell'Ente autonomo Volturno, amministratore della Ferrovia cumana, presidente del Consorzio per l'istruzione tecnica di Napoli.

TOMMASO LEONETTI, deputato, guardia nobile di Sua Santità, consigliere d'amministrazione del Banco di Napoli, commissario della sede di Caserta della Banca d'Italia, presidente della Camera di commercio di Caserta, della S.A. Centrali agricole meridionali e della Società Agnano-Villa Glori.

CRESCENZO MAZZA, deputato, nella DC dal 1947 dopo essere stato eletto all'Assemblea costituente nelle liste dell' «Uomo qualunque», consigliere d'amministrazione della Banca di credito popolare.

Puglia

NICOLA ANGELINI, senatore, presidente della Cassa di Risparmio di Puglia.

GIULIO ITALO CAIATI, deputato, consigliere d'amministrazione del Banco di Napoli. Quest'uomo nel 1972, all'età di 56 anni, avrà la soddisfazione di vedersi inventare e attribuire dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti il «Ministero per la gioventù», un dicastero che, dopo Caiati, non esisterà più.

GASPARE PIGNATELLI, deputato, consigliere dell'Anonima romana cave e miniere, dell'Anonima cave e concessioni di Milano, della compagnia commerciale internazionale, della Banca nazionale dell'agricoltura, vicepresidente della Società editrice "Il giornale d'Italia", e infine presidente dell'Ente italo-boliviano per il potenziamento agricolo-industriale.

RAFFAELE RESTA, deputato, vice presidente della società Metro Roma.

Calabria

DOMENICO LARUSSA, deputato, ammilustratore della Pier Bussetti-Viaggi e crociere, presidente della Pakistan Italian Development Limited (import-export), amministratore unico della Società romana autopullma presidente della Fiera campionaria della Calabria e dell'Associazione italiani in USA.

Sicilia

GIOVAMBATTISTA ADONNINO, deputato, sindaco della Carbonìtal-Compagnia italiana carboni, consigliere d'amministrazione dell'Associazione nazionale banche popolari.

FORTUNATO CALCAGNO, deputato, presidente dell'Editoriale siciliana, consigliere d'amministrazione dell'Ente siciliano d'elettricità.

GIUSEPPE TUDISCO, deputato, vice direttore del Banco di Sicilia, ispettore per la Sicilia dell'Associazione nazionale casse rurali.

VINICIO SIINO, senatore, sottosegretario, presidente dell'Unione industriali di Messina.

Sardegna

ENRICO CARBONI, senatore, presidente della società Bianchi e C. di Roma.

FRANCESCO CHIEFFI, deputato, presidente della Società mineraria carbonifera sarda, amministratore delegato delle Ferrovie meridionali sarde, consigliere delegato della Azienda carboni italiana, e della Carbonifera ARSA, consigliere d'amministrazione dell'Italcable, della Rateazioni autoveicoli-Sara e della Sara-Assiourazioni rischi automobili, presidente del Consiglio superiore delle miniere.

SALVATORE MANNIRONI, deputato, sottosegretario nella seconda legislatura, presidente Unione nazionale armentari, consigliere della Società Alto Flumendosa, presidente della Camera di commercio di Nuoro.

GESUMINO MASTINO, deputato, sottosegretario, presidente del consorzio per la bonifica integrale di Villacidro, presidente delle Ferrovie complementari sarde.


I parenti, gli amici e gli alleati

La mappa certo incompleta per difetto della presenza di parlamentari DC nelle istituzioni dello Stato repubblicano non può non richiamare la contemporanea massiccia occupazione dei centri del potere economico da parte della folla di parenti, amici, alleati del partito di governo.

AUGUSTO DE GASPERI, fratello del presidente del consiglio, è, ad esempio, presidente della Banca di Trento e Bolzano, del Sindacato agricolo industriale di Trento, della Finanziaria trentina; consigliere d'amministrazione della Eletrocarbonium e della Società strumenti di misura CGS, dell'ASTER-Associate carbonifere termoimpianti, dell'Editoriale San Marco, sindaco della Società pasta di legno Monteponente e ancora presidente della Pergeo-Perforazioni ricerche geologiche sfruttamento del sottosuolo.

GIORDANO DELL'AMORE, che diverrà senatore nella quarta legislatura, è presidente della Cassa di risparmio per le provincie lombarde, dell'Associazione tra le Casse di risparmio italiane, del Medio credito regionale lombardo, della Banca immobiliare italiana, della Lever Gibbs, della Lanerossi; consigliere d'amministrazione della società Domus ambrosiana e dell'Assicuratrice italiana; sindaco della Ponteggi tubolari Dalmine Innocenti, della Trentina d'elettricità, della Società partecipazioni aziende industriali di Milano, del Banco di Bovisio, della Mediobanca, della Motomeccanica, della Banca Manusardi, della Società lombarda per la distribuzione di energia elettrica, della Siderurgica commerciale italiana. Strettamente legato alla DC, Giordano Dell'Amore, pur senza essere parlamentare, viene nominato ministro del Commercio con l'estero nel 1° gabinetto Pantani che dura venti giorni, dal 18 gennaio all'8 febbraio 1954, in quanto non ottiene la fiducia del parlamento.

VITTORINO VERONESE, presidente del Consorzio di credito per le opere pubbliche, dell'Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità, vice presidente della Banca cattolica del Veneto, consigliere d'amministrazione dell'Istituto entrale finanziario, del Banco di Roma, della STET, della Casa dell'ospitalità romana, della Alvi Almagià e Vianini-lavori marittimi, è un dignitario vaticano. Presidente della Fondazione Pio XIl per l'apostolato dei laici, consigliere della pontificia commissione per la cinematografia, la radio e la televisione, Vittorino Veronese è cameriere soprannumerario di cappa e spada di Pio XII, commendatore del'l'Ordine piano, grand'ufficiale dell'Ordine di Isabella la cattolica, cavaliere del Sovrano ordine militare di Malta.

FRANCESCO SANTORO PASSARELLI, è presidente delle Cartiere Fabriano, consigliere d'amministrazione delle Assicurazioni d'Italia e dell'Istituto nazionale delle assicurazioni, consigliere d'amministrazione della Società finanziaria industriale.

ADRIO CASATI, presidente del consiglio provinciale di Milano, è consigliere d'amministrazione della STET, presidente dell'autostrada Serravalle-Milano-Ponte Chiasso, consigliere dell'autocamionale della Cisa.

ROBERTO BRACCO è presidente della Banca Toscana, dell'Istituto di credito agrario per la Toscana, dei Monti dei Paschi di Siena, della SAGI-Gestioni immobiliari, dell'Istituto nazionale delle assicurazioni, dell'Istituto nazionale fiduciario, della Fiumeter; vice presidente della Compagnia di Roma riassicurazioni e partecipazioni assicurative; consigliere della Fiume-Società assicurazioni e riassicurazioni, dell'Ente finanziamenti industriali, della Finmare, dell'Associazione nazionale idrogenazione combustibili, della compagnia nazionale artigiana, della Praevidentia, dell' IMI.

SILVIO GOLZIO è presidente dell'ILTE Industria libraria tipografica editrice e della Fiume-assicurazioni e riassicurazioni, nonché consigliere d'amministrazione dell' Istituto nazionale di assicurazione, della Società idroelettrica Piemonte, dell'Istituto centrale finanziario, della RAI-TV, vice presidente della società Vizzola.

DANTE GRAZIOSI, deputato nella seconda legislatura, è presidente del Consorzio agrario di Novara e della federazione provinciale dei coltivatori diretti, nonché consigliere d'amministrazione della Società prodotti chimici superfosfati.

IVO VANZI, amico di De Gasperi, è presidente del Banco di Napoli e dei Cantieri riuniti risanamento Laziale SpA.

GIUSEPPE FRIGNANI, già sottosegretario di stato con Mussolini che lo pose alla direzione del Banco di Napoli, cambiato l'orbace e divenuto uomo di fiducia della DC, è amministratore delegato e poi presidente della Banca dei comuni vesuviani, consigliere del Miglioramento agricolo industriale del Mezzogiorno e della Fondiaria vita, sindaco della Compagnia grafica meridionale, e sul finire delia prima legislatura direttore dell'ISVEIMER, carica che mantiene per un decennio.

E si potrebbe continuare con i fratelli PAGELLI (uno di essi, Marcantonio, è presidente delle Linee aeree italiane), con l'industriale del cemento CARLO PESENTI, con ATTILIO MONTI e molti altri.

Nella corsa agli incarichi e alle prebende i partiti alleati di governo della DC non stanno certo in disparte. E così troviamo un IVAN MATTEO LOMBARDO, socialdemocratico, e ministro dell'Industria, alla presidenza della Compagnia nazionale artigiana.

ANGELO CORSI, socialdemocratico, è vicepresidente dell' Istituto di credito per il lavoro italiano all'estero, amministratore dell'Istituto di credito per imprese di pubblica utilità, del Consorzio di credito per le opere pubbliche, dell' Azienda mineraria metallurgici italiani, dell'AGIP e ancora presidente del Fondo finanziamenti industria meccanica.

CESARE MERZAGORA, indipendente eletto nelle liste della DC, è nella prima legislatura presidente dell'Ente finanziamenti industriali, presidente della Banca popolare di Milano e consigliere della Pirelli3


3. L'intreccio tra interessi politici ed economici spiega anche l'inceppo, tuttora in atto, della legge sull'incompatibilità parlamentare, varata faticosamente, dopo anni di rinvio, il 15 febbraio 1953. I suoi nove articoli stabiliscono il divieto assoluto "per i membri del parlamento di ricoprire cariche o uffici di qualsiasi specie di enti pubblici o privati", per l'evidente necessità di impedire che i controllati siano, al tempo stesso, controllori di se stessi.
All'atto della proclamazione, ogni deputato riceve una scheda ufficiale da riempire, intestata al Servizio Prerogative ed Immunità, nella quale dichiarare i propri incarichi. "Molti deputati non compilano le schede di dichiarazione delie cariche e difficilmente vengono segnalate al presidente della Camera le nuove funzioni assunte dai parlamentari stessi in corso di legislatura". Raccogliendo questa denuncia dell "onorevole Luigi Scalfaro, presidente democristiano della giunta delle elezioni, il presidente della Camera, Sandro Pertini, rivolse un invito scritto, il 30 maggio del '73, ad ogni singolo deputato, per impegnarlo a superare il ritardo, a riempire e consegnare immediatamente la scheda.
Circa la metà dei membri dell'assemblea, 310 deputali su 630, non aveva fornito la risposta ancora due anni dopo. Il nuovo regolamento, approvato nel 1971, stabilire al suo articolo 17 che la giunta delle elezioni deve riferire all'assemblea sulle cause di ineleggibilità non oltre 18 mesi dalla consultazione elettorale, cioè entro il novembre 1973. Nel maggio 1975, il termine, ampiamente scaduto, non era stato rispettato. La verità è che fattuale fase di sviluppo e di proliferazione di centri di intervento pubblico al di fuori, e spesso al di sopra, delle assemblee elettive consente al parlamentare della maggioranza di esercitare un doppio potere: quello di votare leggi a Montecitorio e quello dì violarle altrove, senza subire sanzione adeguata oppure essere dichiarato fuorilegge, come prescrive l'articolo 75 della Costituzione repubblicana.


Le mani nel sacco

I riformatori

Nel 1952 viene presentato alle Camere un disegno di legge,la cosiddetta "'legge truffa", che prevede l'assegnazione dei due terzi dei seggi parlamentari a quei gruppo di liste alleate che consegua il 50 per cento più uno dei voti. Con tale maggioranza non solo l'opposizione non avrebbe alcun ruolo efficace ed effettivo, ma addirittura potrebbe essere modificata la Costituzione, ossia "la trappola" come la chiama Scelba. La legge truffa è sostenuta anche da socialdemocratici, repubblicani e liberali. "Saragat", dice Andreotti, "era convinto che i socialdemocratici avrebbero ottenuto un grosso successo e per questo voleva la legge maggioritaria a tutti i costi".' Per far passare la legge, la DC e i suoi alleati ricorrono a ogni tipo di brogli, alla violazione del regolamento della Camera, alla aggressività più tracotante. Dichiara, infatti, La Malfa: "Col regolamento o contro il regolamento, senza colpo di stato o col colpo di stato, la legge deve passare e passerà". Sublime impegno, che Oreste Lizzadri giudica così: "Si riproduceva la vecchia posizione del servo più cattivo del padrone".2 Comunque la legge viene approvata, con la complicità del presidente della Repubblica Luigi Einaudi, che non solo non tiene conto delle proteste di uomini che certo comunisti non sono, come Ettore Viola3, Epicarmo Corbino, Raffaele Terranova, Fausto Nitti, ma addirittura avalla le falsificazioni del voto. Figurano infatti come votanti parlamentari assenti, e come favorevoli alla "legge truffa" parlamentari comunisti. Nel paese però non scatta il meccanismo della legge. Alle politiche del 1953, infatti, la DC, il PSDI, il PRI e il PLI insieme non riescono a raggiungere il 50 per cento più uno dei voti. Incomincia così la crisi del centrismo. La sconfitta dei "ladri di Pisa" (la definizione è di Pietro Nenni) dimostra che, nonostante le difficoltà in cui opera l'opposizione di sinistra, v'è nel paese una forte coscienza democratica, un grosso potenziale di lotta. Tale potenziale del resto s'è manifestato ampiamente negli anni precedenti con gli scioperi e le manifestazioni operaie contro i licenziamenti e la smobilitazione delle fabbriche e con le occupazioni delle terre incolte da parte dei contalini. Affrontare il problema della riforma agraria è un compito tu.tt'altro che facile per un governo che è espressione anche del privilegio parassitario. In Sicilia, ad esempio, si tratta di intaccare le prerogative dei baroni che dopo il 18 aprile 1948, abbandonando le posizioni separatiste e liberali, si arroccano attorno alla DC, ricostituendo il blocco agrario all'ombra dei governi regionali presieduti da Franco Restivo; in Calabria il latifondo ha i nomi dei Berlingeri e dei Baracco; in Sardegna dei Segni o dei Colonna; al Nord dei capitani d'industria, dei grandi finanzieri. Un esempio del dominio capitalistico della terra si ha nel Delta padano. I contadini scoprono che la società Mesa, proprietaria di interi paesi del Delta, fa capo a gruppi industriali e finanziari piemontesi; che il villaggio di Gorino Veneto a Porto Tolle appartiene alla Cassa di risparmio lombarda, che sulle lagune chiuse s'affacciano con le curie venete i Crespi e i Marzotto, che la Fiat fa capolino sui ventimila ettari della SBTF-Società bonifiche terreni ferraresi". È una situazione che la DC ha ben presente quando tra l'aprile e l'ottobre 1950 vara la legge Sila e la legge stralcio di riforma agraria cui faranno seguito nel dicembre la legge di riforma agraria per la Sicilia con l'istituzione dell' ERAS, decisa dal parlamento regionale, e nel 1951 l'istituzione degli enti per la colonizzazione del Delta padano, della Maremma tosco-laziale, del Fucino. I provvedimenti sono infatti inadeguati e tuttavia l'introduzione di un limite alla proprietà terriera e di obblighi di miglioramento pena l'esproprio viene a rompere uno schema secolare. Si tratta allora di rallentare per quanto possibile le misure di riforma, di ridurre al minimo il malcontento "di principio" dei proprietari terrieri e di gestire i nuovi strumenti in chiave elettorale e clientelare. La riforma agraria deve avere cioè, come osserva Manlio Rossi Doria, anche una funzione anticomunista. Per tutte queste ragioni lo scorporo dev'essere intanto ridotto al minimo. Ecco allora che migliala e migliaia di ettari di terra abbandonati vengono considerati ben coltivati e i proprietari esonerati dall'esproprio. E poiché ciò riduce la disponibilità di terra da assegnare ai contadini si ricorre al sistema di espropriare gli stessi contadini. È ciò che fa, ad esempio, l'Opera valorizzazione Sila o l'Ente Delta che, per favorire grandi agrari e gruppi monopolistici come l'Eridania, decreta lo scorporo di 2.652 ettari di proprietà delle cooperative agricole romagnole. Le grandi proteste contadine riusciranno comunque a far revocare questi provvedimenti che corrispondono a una logica politica precisa: promozione dell'azienda familiare e quindi, in sostanza, rispetto della proprietà privata, in antitesi all'azienda cooperativa propugnata da sinistra. In questa direzione si colloca un'altra manovra del governo. Ai proprietari è offerta la possibilità di vendere i terreni che potrebbero essere sottoposti ad esproprio.

Naturalmente a pagare sono in tal modo i contadini acquirenti, quelli stessi che avrebbero dovuto essere i maggiori beneficiari del riformismo governativo. I prezzi della terra salgono alle stelle, e ciò nonostante i contadini fanno a gara a chi compra per primo. Invano comunisti e socialisti ammoniscono a non comprare: chi ha possibilità, anche se tiene la tessera comunista o socialista in tasca, è disposto ad accettare qualunque condizione pur di avere il possesso di un pezzo di terra.5
Le conseguenze sono di duplice ordine. Da un lato si rinsaldano i buoni rapporti coi proprietari terrieri che fanno affari d'oro e che rastrellano centinaia di miliardi investendoli in azioni e titoli o nella speculazione edilizia, dall'altro si indebolisce il movimento contadino in quanto il contadino che ha comperato si trova su posizioni diverse da colui che ha avuto assegnato un lotto o spera di averlo. Senza contare che questa operazione procrastina i tempi della riforma e delle quotizzazioni, che verranno poi effettuate con criteri discriminatorii. Nell'assegnazione delle quote, in generale terreni di pessima qualità, vengono preferiti i contadini che non militano nelle organizzazioni di sinistra e saranno necessarie nuove lotte per arginare gli abusi. Su queste basi "ideologiche" operano gli enti di colonizzazione, l'Ente Sila, e soprattutto l'ERAS (Ente riforma Agraria siciliana). La nascita dell'ERAS, che subentra al vecchio ente di colonizzazione, è annunciata dalla Gazzetta ufficiale della Regione siciliana il 27 dicembre 1950. Alla sua testa viene posto il dottor Pietro Corona che dal 1947 reggeva l'ente di colonizzazione e che recluta ben presto un esercito di dipendenti: dai trecento che erano nel disciolto ente si passa a tremila, naturalmente tutti raccomandati e galoppini DC. Di riforma agraria però neppure l'ombra. Essa viene apertamente sabotata e la legge disattesa per cinque anni.
Fu scatenata dagli agrari siciliani un'"offensiva della carta bollata" per bloccare l'attuazione della legge. Ma quell'offensiva potè avere successo perché il Governo regionale presieduto dall'on. Restivo fu ben lieto di assecondare la manovra degli agrari e dei loro avvocati. Intanto gli avvocati degli agrari erano noti esponenti della Democrazia cristiana siciliana, come il prof. Gioacchino Scaduto (allora sindaco di Palermo); il prof. Pietro Virga (allora assessore ai lavori pubblici del comune di Palermo); il prof. Lauro Chiazzese, rettore dell'Università, presidente della Cassa di risparmio Vittorio Emanuele per le provincie siciliane, e segretario regionale amministrativo della DC; il prof. Orlando Cascio, uomo di fiducia del ministro Mattarella. Presentando i ricorsi degli agrari queste personalità erano in grado di influenzare fortemente l'attività dell'assessorato regionale all'agricoltura e dell'ente di riforma agraria. Il personale dell'assessorato all'agricoltura e quello dell'ente di riforma agraria, d'altro canto, era stato assunto con i peggiori metodi del clientelismo privilegiando alcuni rampolli delle più note famiglie mafiose. Le connivenze, pertanto, diventano un fatto normale".6
La riforma agraria viene fatta a tavolino, negli uffici dell'ERAS e lì, scrive il giornalista Aldo Costa, "si procedette allo 'scorporo' del teatro greco di Siracusa, del camposanto di Melilli e a reperire alcune terre da espropriare che dalle mappe risultavano ubicate nell'isola ma che non si trovarono mai. Si scoprì poi che erano stati 'scorporati' alcuni tratti del Mediterraneo e del Tirreno".7 Il 1° dicembre 1953 l'onorevole Mario Ovazza denuncia all'Assemblea regionale siciliana una situazione che l'assessore al'l'Agricoltura è costretto a confermare. L'ERAS, il cui compito è di intervenire per eliminare gli affitti parassitari, ha effettuato alcuni scorpori e ha incominciato a cedere le quote non ai contadini aventi diritto ma agli ex proprietari, a gabelloti, a campieri. Il danno per i contadini è tanto più grave in quanto già hanno incominciato a pagare, per le quote di cui non sono ancora venuti in possesso, le rate del prezzo, le imposte, i contributi di bonifica. Per giunta, essendo ufficialmente gli assegnatari, vengono cancellati dagli elenchi anagrafici e perdono il diritto all'assistenza. La disinvolta gestione non cambia neppure quando nel dicembre 1955, a cinque anni dalla legge istitutiva, viene rimosso il commissario Corona e nominati all'ERAS un presidente e un direttore generale, rispettivamente il professore Emilio Zanini e l'avvocato Arcangelo Cammarata, entrambi esponenti della DC. Appena insediati i due dirigenti dell'ERAS convocano una conferenza stampa per annunciare che la riforma agraria è da considerarsi realizzata e che quindi si procederà rapidamente al ridimensionamento dell'ente. E per ridimensionare l'ente a neppure due mesi di distanza, il 18 febbraio 1956, Zanini e Cammarata decidono di costruire una nuova sede per l'ERAS: un palazzo di otto piani e 400 stanze in viale della Libertà, la strada più prestigiosa di Palermo. Il 9 aprile presso il notaio Giuseppe Angilella di Palermo si incontrano Emilio Zanini, Arcangelo Cammarata e un venditore di articoli casalinghi, Paolo Zanelli che, guarda caso, si occupa anche di edilizia. Il notaio stila un atto col quale Paolo Zanelli s'impegna a vendere all'ERAS per la somma di 80 milioni di lire 2.242 metri quadrati di terreno, sito in viale della Libertà. L'ERAS si addossa non solo le spese di tale "affare", ma persino le spese dell'atto col quale lo Zanelli ha acquistato nel precedente mese di gennaio il terreno adesso rivenduto. Sono clausole che comportano per l'ente una maggiore spesa di circa 15 milioni. La seconda operazione redatta dal notaio Angilella riguarda il conferimento dell'appalto per la costruzione della sede ERAS. Si conviene che Paolo Zanelli, sul terreno poco prima venduto, costruirà per un prezzo complessivo di 450 milioni un palazzo ad otto elevazioni più il piano attico, e che i pagamenti verranno effettuati in base all'avanzamento dei lavori. Tutto avviene, dunque, a trattativa privata, il che impedisce all'ERAS di poter godere di tutta una serie di agevolazioni e facilitazioni alle quali si avrebbe diritto nel caso in cui si procedesse ad una regolare gara di appalto. Come se non bastasse, l'ente si addossa tutte le ulteriori spese, perfino l'imposta di consumo sul materiale edilizio. Paolo Zanelli nomina una ditta che possa eventualmente sostituirlo nell'edificazione del palazzo. E non è ancora finita. All'indomani dell'aggiudicazione dell'«appalto», Paolo Zanelli riscuote un mandato di 50 milioni di lire per il primo stadio di avanzamento, riguardante "i lavori al di sotto del piano scantinato, gli scavi di sbancamento in roccia, gli scavi e il getto dei pilastri di fondazione in cemento armato" e così via. E' ovvio che tutto questo non può essere stato fatto in una sola notte. I lavori sono iniziati da un pezzo e la presenza di Zanini, Cammarata e Zanelli davanti al notaio Angilella, quindi, serve a dare valore legale a precedenti accordi. Eppure quello della sede non è lo scandalo più grave dell'ERAS. Di fronte a una serie di operazioni spericolate la Regione decide di nominare una Commissione di inchiesta, presieduta dal prefetto Pietro Merra e insediata dal governo Milazzo il 15 gennaio 1969. Nella relazione della Commissione, si citano casi di persone che, pur non possedendo un solo palmo di terra, offrono centinaia di ettari all'ERAS, pattuiscono il prezzo e poi acquistano a prezzi inferiori i fondi da vendere. Una di queste operazioni riguarda anzi un membro del consiglio d'amministrazione dell'ente. Un'altra viene addirittura condotta dal carcere di Sciacca dal detenuto Paolo Manzullo, con un curriculum di tutto rispetto: omicidio volontario, duplice rapina, falsità materiale e così via. Dal carcere, Manzullo riesce ad offrire all'ERAS le terre che non ha e che acquisterà quando è ormai certo che l'affare può andare in porto.
Il 27 agosto 1958, infatti, il notaio Eduardo Vetrano, autorizzato dal procuratore della Repubblica, si reca nel carcere di Sciacca dove il "comparente" Paolo Manzullo
costituisce e nomina suo procuratore speciale il signor Martorana Melchiorre, industriale, nato a Cianciana il 13 dicembre 1909, domiciliato a Cianciana, affinchè in nome, conto, interesse e vece di esso mandante acquisti da podere dei signori Ferrara Giovanna vedova Maggiore e Maggiore Rosolino e dottor Giuseppe, nonché delle sorelle Carmela e Rosalia, domiciliate in Palermo, le terre di loro proprietà site nella contrada Sinapa, agro di Casteltermini, dell'estensione complessiva di ettari 135, are 33, centiare 35 circa. Contemporaneamente faculta lo stesso nominato procuratore a vendere le terre stesse a chicchessia, sia persona fisica che ente pubblico o morale, per quel prezzo che riterrà conveniente e in epoca successiva alla compra e conseguentemente con atto separato... 9
È significativo il fatto che Paolo Manzullo rilasci una procura nella quale si prevede sia l'acquisto sia la rivendita dei terreni. Ciò vuoi dire che la trattativa con l'ERAS è ormai conclusa nella sostanza. E infatti secondo la valutazione di ufficio le terre in questione sono di proprietà del Manzullo alla data del 26 marzo, laddove la procura per l'acquisto è di ben cinque mesi dopo.


1 GIULIO ANDREOTTI, Intervista su De Gasperi, a cura di Antonio Gambino 1977, p. 124.

2 ORESTE LIZZADRI, Il socialismo italiano dal frontismo al centro sinistra, cit., p. 275.

3 L'on. Viola, deputato indipendente eletto nelle liste DC, medaglia d'oro con decreto firmato da De Gasperi, il 7 maggio 1953 viene destituito dalla carica di presidente dell'Associazione nazionale combattenti e reduci, in quanto a nome di "quei combattenti e reduci che hanno sempre difeso con la patria le sue libere istituzioni" aveva inviato a Luigi Einaudi un telegramma di protesta contro la "legge truffa".

4 Cfr. "Rinascita", Roma, dicembre 1955, p. 745.

5 FRANCESCO RENDA, Il movimento contadino in Sicilia, Bari 1976, p. 75.

6 Relazione di minoranza del PCI alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia in Camera dei deputati, VI legislatura, doc. XXIIl n. 2, p. 576.

7 Cfr. "L'Ora", Palermo. 14 gennaio 1959.

8 Assemblea regionale siciliana, Il legislatura, Atti parlamentari Discussioni, pp. 7162 sgg.

9 Cfr. "L'Ora", Palermo, 23 gennaio 1959.


La cassa della DC

Fino dal primo dopoguerra la Democrazia cristiana può attingere a piene mani all'Italcasse, l'Istituto centrale di credito delle Casse di risparmio che negli anni '50 ha una disponibilità finanziaria superiore ai 250 miliardi. Un grande istituto bancario, quindi, alla cui direzione generale la DC pone subito un suo uomo di fiducia, Costantino Tessarolo, il quale avvia una spericolata politica di finanziamento a enti e persone amiche. La Minerva Film, nella persona dell'amministratore unico Antonio Mosco, ottiene un prestito di 5 miliardi, che non torneranno mai all'Italcasse, essendo la società cinematografica fallita nel 1956. Si scoprirà che per un altro prestito di ottanta milioni di lire Mosco aveva dato in garanzia a Tessarolo alcuni quadri, rivelatisi poi falsi. Altre gravi falle per una decina di miliardi sono provocate all'Italcasse dal fallimento del conte Mario Vaselli, costruttore. Solo che Tessarolo non dava i soldi a Vaselli perché fossero destinati ad attività edilizie. C'è una lettera scritta da Vaselli al direttore generale dell'Italcasse, nella quale viene indicata l'effettiva destinazione di una grossa somma: "45 milioni al 'Secolo d'Italia,' 30 milioni al Movimento sociale italiano, 40 milioni alla Palermo calcio, 130 milioni alle Stamperie meridionali, 550 milioni alla Società sportiva Lazio, 465 milioni alla Diana cinematografica, 64 milioni all'operazione gioielli, 550 milioni alla Minerva film".10
Tessarolo non si limita ad imbarcare l'Italcasse in queste operazioni, ma consente attraverso finanziamenti senza garanzie anche le più spericolate gestioni delle Casse di risparmio locali, dove a comandare sono quasi sempre uomini legati alla DC. Vi sono tanti esempi, ma per i particolari meccanismi messi in atto, vai la pena riferire in dettaglio sullo scandalo della Cassa di risparmio di Latina che scoppia nell'estate 1956.

I principali protagonisti sono il presidente Gaetano Aiuti, ex assessore comunale e membro del comitato provinciale della DC, consigliere d'amministrazione dell'ISVEIMER, membro del comitato tecnico per la concessione dei finanziamenti alle industrie dell'agro pontino; il direttore generale della Cassa di Risparmio Enrico D'Errico, il finanziere Gennaro Grossi (precedenti per assegni a vuoto e concorso in truffa); Giuseppe Volpari direttore della Cassa rurale e artigiana Madonna delle Grazie di Alatri; il proprietario di una lussuosa clinica di Formia Vito Cusumano che è genero del segretario generale dell'associazione industriali del Lazio.
Aiuti è di Sezze. Gode della luce riflessa di Vittorio Cervone, deputato DC e futuro sottosegretario e di Giulio Andreotti ministro delle finanze; ed ha l'appoggio del del solito Campilli che fa depositare alla Cassa di Risparmio di Latina 300 milioni dalla Cassa del Mezzogiorno Benestante di provincia, proprietario di 130 ettari di terra, Aiuti avvia un'attività speculativa nel mondo del cinema costituendo la Pontinia Film, le cui azioni sono detenute in gran parte dalle mogli di affaristi de. La società fallisce dopo aver prodotto alcuni film di mediocre livello dei quali è sceneggiatore il presidente de della provincia di Latina Gaetano Loffredo. Sulle ceneri della Pontinia Film nasce e muore l'Italica vox film. Per i suoi affari privati Aiuti attinge alla banca di cui è presidente. E così, come rileverà il giudice istruttore Ugo Niutta, nel 1955 passano per gli sportelli della Cassa di Risparmio di Latina assegni di Aiuti per 296 milioni che "egli traeva frequentemente allo scoperto di valuta [...] assegni alla copertura dei quali per così dire provvedeva con il versamento di altri assegni pure allo scoperto su banche diverse al fine di assicurare la copertura fittizia del conto". Senza il consenso del direttore D'Errico evidentemente le operazioni del presidente non sarebbero state possibili. Il fatto è che tra i due uomini si è stabilita una sorta di non interferenza, per cui ognuno agisce come se la Cassa di risparmio fosse proprietà privata. Anche D'Errico entra quindi nel giro di assegni a vuoto. Si ricorre allora ad un espediente: la costituzione di un conto corrente reciproco tra la Cassa di Risparmio di Latina e la Cassa rurale e artigiana di Alatri, della quale è stato fatto diventare cliente Gennaro Grossi. Tale accordo dice il giudice istruttore "servì per lo sconto delle cambiali il cui netto ricavato doveva andare all'ammortamento delle esposizioni di assegni già concretatesi e a nuovi finanziamenti.
E cioè: "Alatri" trascriviamo dalla sentenza "che non aveva il denaro per pagare in contanti il ricavato dello sconto, accreditava sul conto corrente acceso dal Grossi quella Cassa rurale l'importo dello sconto stesso. Il Grossi traeva assegni sul predetto conto corrente di Alatr quindi negoziava a Latina quegli assegni ottenendone il corrispondente in denaro contante. La Cassa di Latina, 'ambiati gli assegni del Grossi, addebitava immediatamente i relativi importi sul conto corrente reciproco intrattenuto con la Rurale di Alatri. Alatri a soddisfazione del debito che aveva così assunto con Latina, inviava a quella Cassa il pacco di cambiali presentate dal Grosso. Con questo ingegnoso sistema osserva il magistrato Ñ contabilmente i conti tornavano pari, ma sostanzialmente, a fronte del denaro sborsato dalla Cassa di Latina, la Cassa stessa riceveva semplicemente pezzi di carta, cioè quegli effetti cambiari che il Grossi aveva presentato per lo sconto alla Rurale di Alatri. Quindi, la Cassa di Latina dava immediatamente al Grossi denaro contante contro carta di comodo a scadenza futura indefinitamente rinnovata per un ingente ammontare che sfiorò a fine 1955 la punta massima del miliardo".11
Nell'agosto 1955 un funzionario della Banca commerciale italiana informa Aiuti che gli sono pervenute segnalazioni di mancato pagamento di assegni per oltre 130 milioni. Il funzionario probabilmente non immagina il ruolo di Aiuti nella vicenda. Il quale continua, e a ragione, a ritenersi al sicuro. Una perizia disposta dal giudice istruttore rileva infatti che la Cassa di Risparmio di Latina ha con l'Istituto di Credito delle Casse di risparmio, l'Italcasse, un debito di un miliardo e 440 milioni, contro una garanzia di appena 14 milioni in titoli di Stato. Osserva il perito: "A noi sembra incredibile come l'Istituto di credito delle Casse di risparmio italiane non abbia reagito di fronte a una siffatta situazione debitoria, persistentemente cresciuta nel tempo". Ma v'è di più. La Banca d'italia, che ha notato le strane manovre, invia il 15 dicembre 1955 due ispettori del servizio di vigilanza. Essi non hanno difficoltà a riscontrare le enormità della Cassa di risparmio e della Cassa rurale di Alatri la quale arriva "allo sconto di effetti per la iperbolica cifra di due miliardi e 400 milioni". Alla magistratura che pure chiede notizie la Banca d'Italia non dà alcun ragguaglio. L'ispezione viene chiusa ufficialmente il 26 marzo 1956, ma neppure adesso si interviene. La relazione viene alla luce più tardi "apparente mente rimessa dagli ispettori ai loro organi direttivi Ñ osserva il giudice istruttore il 26 maggio 1956. " La data è significativa. Il 27 maggio si tengono le elezioni amministrative. Si è voluto rinviare per ragioni politiche. E il commissario straordinario viene nominato il 17 luglio 1956. Su questi rinvIl ecco il commento del giudice istruttore: "Se si fosse giunti allo scioglimento del consiglio d'amministrazione e alla istituzione del commissario straordinario nel gennaio 1956 anziché nell'inoltrato mese di luglio, il rilevantissimo danno economico inferto alla Cassa di risparmio di Latina sarebbe stato di dimensioni notevolmente inferiori [...]. Poiché dal gennaio al giugno fuoriuscì attraverso operazioni irregolari, delle dimensioni di alcuni miliardi, la 'metà del denaro distratto, devesi concludere che la tempestiva denuncia avrebbe quasi salvato il cinquanta per cento.".. A conclusione del processo di primo grado il 3 aprile 1958 Aiuti viene condannato a 3 anni e un mese, D'Errico a 4 anni e 9 mesi. La pena più alta è quella di Gennaro Grossi: 8 anni e 9 mesi. Nei confronti della DC v'è però una ancor più significativa donazione dell'Italcasse, denunciata su "Paese Sera" nell'aprile 1958 da Felice Chilanti. Afferma Chilanti Ñ e le sue rivelazioni troveranno puntuale conferma Ñ che in vista delle elezioni del 1953, l'Italcasse apre un conto corrente, dietro versamento di 100 milioni, a favore della "Attività sviluppo Italia", dietro la quale si nasconde la DC. In appena 24 ore il deposito di 100 milioni è prosciugato e il conto va in rosso.12
Nel 1956 lo scoperto supera i 600 milioni, nel 1958 si arriva a circa 900 milioni, che l'Italcasse intende mettere nella voce delle perdite. Nel succesivo mese di giugno, Chilanti viene in possesso di un rapporto sull'Italcasse, redatto dal dottor Girolamo Castello del servizio di vigilanza della Banca d'Italia sugli istituti di credito. C'è nel rapporto la prova documentale delle rivelazioni di Chilanti. E vi sono altri dettagli che il giornalista pubblica. A questo punto si muove un magistrato. Ma non contro Tessarolo, che intanto è stato rimosso non per le speculazioni sbagliate bensì per far posto all'ex sottosegretario al tesoro Giuseppe Arcaini.
Gli agenti di polizia vanno, invece, in casa del giornalista per sequestrare il documento che ormai è di pubblico dominio.

L'affare Italcasse viene sollevato alla Camera il 30 luglio 1958, all'inizio della IIl legislatura, dal deputato comunista Mario Assennato. La DC prima si è appropriata di 900 milioni, adesso intende liquidare la faccenda e per questo ha mandato alla direzione generale delll'Istituto l'ex sottosegretario Giuseppe Arcaini, già "distintosi" per lo scandalo Nicolay. "E questa", dice Assennato, "è ancor più grave responsabilità politica del ministro del tesoro" Giulio Andreotti. Lo scambio di battute tra il parlamentare comunista e il ministro merita di essere ricordato.

ASSENNATO:.. Voi ve ne venite qui coi 'piani K', noi qui ce la vediamo con le vostre cambiali in sofferenza. Queste ultime sono cose serie. Voi venite qui con gli uomini mascherati ,noi veniamo con le società che sono le mascherine della Democrazia cristiana e coi 900 milioni della Democrazia cristiana in sofferenza [...]. Supponiamo che la DC arrivi ormai financo a pagare il debito...

ANDREOTTI: Lo deve pagare.

ASSENNATO: Ma lo sa che al 'cittadino X', a me, per una cambiale in protesto mandano l'usciere. Scusi, onorevole ministro, mi vuoi fare scontare una cambiale di un altro partito? [...]

ANDREOTTI: L'Italcasse è una società a responsabilità limitata.

ASSENNATO: No, è un istituto a irresponsabilità illimitata. È denaro della collettività controllato dallo stato.13

Andreotti tenta di eludere il problema, ma è costretto ad assumere l'impegno che la DC pagherà. Non risulta che ciò sia stato fatto. Nove anni dopo, infatti, Felice Chilanti ritorna alla carica con un'altra inchiesta sulle "casseforti" della DC e rivela che la DC ha restituito solo 30 milioni su 900. Afferma anche che Arcaini non era riuscito che a recuperare solo 3 miliardi e mezzo dei 25 miliardi lasciati "in sospeso" da Tessarolo.14


10 Cfr. "L'Espresso", 6 luglio 1958.

11 Cfr".Paese sera", 15 gennaio 1958.

12 Cfr. "Paese Sera". id.

13 Cfr. Camera dei Deputati, III legislatura. Atti parlamentari, Discussioni, pp. 888-889.

14 Cfr. "Paese Sera", cit., 14, 15 e 19 febbraio 1967.


Il banchiere di Dio

La tempestosa tregua politica di transizione post-degasperiana, uscita dal Congresso di Napoli del giugno '54 (tramonto dei vecchi quadri "popolari" ed avvento della seconda generazione), entra definitivamente m crisi meno di cinque anni dopo, tanto dura l'impervio passaggio dal centrismo, formula senza più avvenire, "ali'apertura a sinistra", nuova frontiera innestata sul vecchio tronco del giolittismo nazionale. "Gli anni difficili ma non sterili", come Fanfani chiamerà la Il legislatura repubblicana dal '53 al '58, confermano, da una parte, l'unanime sentimento di allarme d'innanzi al rischio generale di riflusso nel dialogo tra i tre partiti maggiori, DC, PSI, PCI, che assieme hanno voluto la Carta costituzionale ma non ne ottengono l'applicazione sostanziale, dall'altra denunciano la pericolosa stasi istituzionale e il senso d'impotenza nella ricerca di strumenti per governare ritmi e direzione del decollo economico che dal '58 si farà impetuoso. La classe politica tradizionale, nel suo complesso, avverte che la guida del paese sfugge di mano ai partiti, 'impegnati in una complessa ridefinizione strategica (XX congresso del PCUS; tensione nei rapporti tra PCI e PSI, combinazione milazziana in Sicilia) per trasferirsi nell'arena dove si confrontano 'le forze reali della società: un padronato passato aggressivamente al contrattacco e che nelle sue frange più moderne e razionalizzatrici vagheggia e disquisisce sulla possibilità di dedicare i margini del profitto alla lotta contro la rendita, una classe operaia costretta temporaneamente a segnare LI passo ma nella quale già matura la consapevole esigenza autocritica di abbandonare il rivendicazionismo quantitativo e perequativo per unanuova normativa ed una diversa organizzazione del lavoro in fabbrica. Nella Democrazia cristiana, il segno del disagio ed il tentativo di esorcizzarlo si sviluppano nella riunione del 14 marzo 1959 nel convento delle suore dorotee alla Domus Mariae, durante la quale Iniziativa democratica, il gruppo di maggioranza si spacca e dalla propria costola estrae 'la nuova corrente dei dorotei. Espressi dall'esigenza pratica di far fronte alla crisi d'identità del partito, non più degasperiano ne dossettiano e non ancora sufficientemente fanfaniano, i dorotei, proprio in alternativa all'attivismo fanfaniano, rimanendo ben ancorati sul terreno del pragmatismo, non ostacolano ne accelerano la svolta a sinistra, che è nelle spinte tendenziali della società e nel quadro dell'evoluzione socialista e designano a nuovo segretario, in sostituzione di Fanfani, proprio l'onorevole Moro, candidatura considerata da alcuna provvisoria, di fatto durata ininterrottamente per oltre sei anni e concretamente decisiva per tutta la tessitura politica di questo trentennio.

Quel che risulta importante è che, in contrasto con la ricchezza linguistica e la raffinatezza semantica dell'elaborazione morotea tutta rivolta al futuro, proprio la concezione degasperiana dello stato rimane intatta, su quel ricorso ai fattori portanti del vecchio ordine burocratico, giudiziario, poliziesco e militare per sostenere il sistema dominante, soddisfarne le richieste di servizio che esso presenta in termini di dotazioni finanziarie, garanzie d'ori dine, e di apertura formale, ma chiusura sostanziale contro il comunismo. Proprio su questo schema e con questa mediazione, i dorotei costruiranno la loro intrinseca concezione del potere e dello Stato come luogo di occupazione e di soddisfazione di interessi particolaristici, settoriali e di categoria, come sistema stellare di emirati e di sceiccati locali che, irradiandosi da Roma, distribuiscono alla periferia favori eterogenei, vi proteggono lo sperpero, gonfiano i settori meno produttivi e più arcaici ed il pubblico impiego terziario, coniugando il rispetto della gerarchia ecclesiastica con l'uso dell'influenza pastorale nella raccolta dei voti.
Quaranta giorni prima di cessare dal suo mandato, Fanfani, come presidente del Consiglio, assieme all'onorevole Luigi Preti, ministro delle Finanze in carica ed all'onorevole Giulio Andreotti, ministro delle Finanze nel precedente governo del senatore Zoli, è al centro di una complessa rappresentazione ecclesiastico-finanziario-poliziesca, in cui entrano come comparse alti prelati e clero di campagna, generali ed appuntati della guardia di finanza, ministri e cardinali, confidenti e giornalisti-spia, in cui il personaggio chiave è Giovanni Battista Giuffré che la stampa immediatamente definisce come il "banchiere di Dio".

Sollecitata dall'opposizione, non sgradita da una parte della maggioranza democristiana che intende servirsene per faide interne, la legge 18 ottobre 1958, n. 943 istituisce una Commissione parlamentare di inchiesta sulla cosiddetta "anonima banchieri". Presidente della commissione è il senatore a vita Giuseppe Paratore che fu membro del governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando e che si accinge con solerzia al difficile accertamento delle vicende che gravano attorno a Giuffré. Gli occhi tondi e roteanti, la fronte bombata, la barba bianca, il profilo pesante, a volte ammiccante, del contadino fine ed astuto, Giuffré riceve a letto i membri della delegazione della Commissione di inchiesta che si recano a Sant'Arcangelo di Romagna per interrogarlo e percorrono il gelido viale del convento, una mattina del gelido novembre 1958. Una suora della comunità che ospita Giuffré si affaccenda a sprimacciare le piume dell'alto guanciale dove egli affonda il viso, distratto, balbettante, mentre declina le sue generalità al senatore Giacinto Bosco capo della delegazione ed al colonnello Bernard della Guardia di finanza, incaricato di verbalizzare. Professione? "Ex cassiere dell'Istituto di credito di Imola per oltre dieci anni". Ed ora? "La bontà di Dio e la fiducia degli uomini mi hanno chiamato ad amministrare numerose province monasticne, a ricostruire conventi ed asili, ad amministrare beni di diocesi, parrocchie, istituti religiosi", risponde Giuffré. La Commissione d'inchiesta gli contesta una circostanza specifica, replica il capo della delegazione parlamentare. "Voi avete ricevuto e non restituito 2 miliardi e 12 milioni di lire ricevuti in amministrazione, 745 milioni di contributi maturati non corrisposti, altri 740 milioni di contributi passati a capitalizzazione. Siete debitore verso enti religiosi e privati dell'Emilia, delle Marche, del Veneto di altri 3 miliardi e 497 milioni. Come giustificate questo traffico di tipo bancario che non ne ha né l'autorizzazione né rispetta le norme governative?"
"Sono 200", replica, come divagando, Giuffré.
"Che cosa sono 200?"
"Sono 200 le opere da me costruite", risponde Giuffré. "Ciononostante, le somme da voi raccolte risultano di gran lunga superiori, entrano ed escono da un traffico di cui il Parlamento vuole conoscere i modi e i tempi. Come spiegate che per ogni milione a voi affidato e non utilizzato nelle opere di cui avete parlato, voi eravate in grado di corrispondere, in molti casi a favore di enti religiosi determinati, interessi pari al 70 od anche al cento per cento delle somme conferite? La percentuale risulta accertata dal colonnello Formosa del comando della Guardia di finanza di Bologna. La confermate?"
La domanda non stupisce né interessa il "banchiere di Dio". Egli volge appena gli occhi al cielo, poi afferra ed estrae dalle pieghe del cuscino un foglio appena sgualcito ed in silenzio lo tende al colonnello della Guardia di fipianza che verbalizza le risposte.
Il colonnello legge impacciato: "Opere dell'apostolato laico, edifici sacri, istituti religiosi e case per lavoratori sorti nella città e diocesi di Cesena per la munificenza del Commendatore Giovanni Battista Giuffré, Cesena, settembre 1956. Il Mammona iniquitatis del Vangelo, cioè il danaro ed i mezzi materiali sono stati da lui trasformati, secondo il suggerimento di Cristo, in moneta amica e meritoria per l'eternità", conclude il documento. Giuffré annuisce ed invita il colonnello a leggere le firme del testo, tutte autorevoli ed insospettate. Il loro elenco risuona nella stanzetta del convento: "Abate dei monaci benedettini di Cesena; Padre Elia, guardiano dei Cappuccini di Cesena; Abbadessa delle monache cappuccine di Cesena; monsignor Antonio Chiesa, Prevosto del Capitolo della cattedrale di Cesena; Canonico dottore professore don Pio Vicini; Canonico don Leo Bagnoli; don Alfeo Guidi, segretario vescovile di Cesena; don Marino Fabbri, vice Cancelliere della Curia vescovile di Cesena; don Adamo Carloni; don Giuseppe Montalti".15
Il banchiere non intende fornire nessuna spiegazione oltre questo sacro attestato. Ma insomma, intervengono ancora i membri della Commissione d'inchiesta, come potete far funzionare un meccanismo del genere, senza avere neppure un apparato come quello tradizionale delle banche? Il priore del convento che vi ospita ha dato a voi, signor Giuffré, una somma di 3 milioni e mezzo nel 1953 ed ha ricevuto da voi, nel 1955, 5 milioni di soli interessi. Da dove provengono?
Giuffré guarda ripetutamente in alto, abbassa gli occhi alternativamente sulla suora e sul colonnello, sembra leggermente infastidito dall' incredulità petulante degli inquirenti, poi esclama: "Sanno tutto le persone che stanno dietro ad ogni mia cosa".16
Invitato a designarle ed a consegnare tutte le carte della corrispondenza necessaria per illustrare i fatti, Giuffré conclude: "La cassetta dei miei documenti è al sicuro. L'ha portata in Vaticano il priore dei Cappuccini"17. La Commissione d'inchiesta tenterà invano, stimo'iata dalla minoranza comunista e con l'impegno dello stesso presidente, di superare i divieti dell'extra-territorialità della Santa Sede per ottenere i documenti. Si accerta che lo stesso zelantissimo priore dei Cappuccini aveva avvicinato il tenente colonnello comandante la legione della Guardia di finanza di Bologna, Carlo Formosa, invitandolo confidenzialmente quanto autorevolmente a desistere da ogni inchiesta e si stabilisce che numerose pressioni di fonte religiosa erano giunte sugli organi fiscali per mettere a tacere ogni ricerca". Il sospetto più che fondato degli organi tributari è che Giuffré sia il tramite, lo sportello capillare di una reale quanto inafferrabile banca privata vaticana, impegnata in un colossale traffico di valuta che raccoglie, esporta, ricicla, utilizza parzialmente, ed altrettanto parzialmente anche se copiosamente remunera, somme ingenti di capitali che partono in lire italiane e si trasformano in valuta pregiata che, così maggiorata, rientra in patria per i canali diplomatici del Vaticano. Successivamente, la Commissione d'inchiesta stabilisce che tutte le notizie relative ai fatti sono state raccolte e "cucinate" nell'agosto del 1958 dal giornalista Lando Dell' Amico, nei'l'umcio stampa del ministro Preti, diretto dal dottor Amedeo Matacena, che consegnò il documento ai giornalista Eugenio Scalfari per la pubblicazione come memoriale di buona fonte sull''Espresso ed al dottor Mendola per l'inoltro alla Voce Repubblicana.''17
"La commissione d'inchiesta", conclude la relazione finale al parlamento, "ha ampiamente indagato anche sul cosìddetto memoriale per la gravita dei fatti in esso riferiti che si concretano in precise accuse contro i precedenti ministri delle Finanze ed altre autorità dello Stato". Chiamato in causa direttamente è ['onorevole Giulio Andreotti, responsabile del Ministero delle finanze dal 19 maggio '57 al 1° luglio 1958. "Sfido chiunque a documentare che io capessi", è la sua risposta. Si accerta, però, che Giuffré ha avuto rapporti con persona assai nota all'onorevole Andreotti, il dottore Enrico Vinci, presidente della Gioventù Italiana di azione cattolica, il quale si era recato ad Imola per chiedere un finanziamento al pio benefattore, Esattamente 6 milioni che furono regolarmente ottenuti per la costituzione del Centro studi democratici, "mentre sono rimaste poco chiare", commenta la relazione finale, "le modalità della erogazione e poi della restituzione"". Colpito dalle critiche, replica anche il senatore Adone Zoli, presidente del Consiglio all'inizio dei fatti rivelati dall' iniziativa socialdemocratica. In modo cinico e tagliente egli attacca:

Ma insomma, il partito socialdemocratico ha dimostrato ingratitudine verso la Democrazia cristiana che è sempre stata molto paziente, consentendogli, durante la collaborazione al governo, l'assunzione di molti incarichi, l'utilizzazione di tutta una serie di strumenti, case popolari, collocatori comunali, cooperative, che dovevano servire come ricostituenti di quel partito.21
Fanfani, presidente del Consiglio, si giustifica rivelando di avere scritto sull'argomento quattro lettere. Ma si scopre che due di esse solidalizzano e scagionano Andreotti; le altre due gratificano Preti e lo invitano ad andare avanti "in tutte le direzioni, compresa quella ministeriale". Alla fine del dibattito alla Camera, presidente del Consiglio e ministro delle Finanze comunicano l'esito dell'azione svolta su tutto l'affare Giuffré. "Effettuata una perquisizione nell'abitazione dell'indiziato", essi comunicano, "militari del comando della Guardia di finanza di Bologna sequestrano numero 13 sigarette estere contenute in una scatola da venti pezzi, un pacchetto 'di tabacco trinciato di kg. 0,025 e tre accenditori automatici non bollati e non coperti dalle rispettive marche". Il cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, avvicinato dal Giuffré che lamenta le angustie che gli derivano dalle opere incomprese di beneficenza, non a caso lo aveva consolato: "Il tempo lavora per lei, stia tranquillo".22
Giovanni Battista Giuffré riceve, infatti, le insegne della Commenda al merito della Repubblica italiana.
Dalla Segreteria di Stato vaticana giunge al Governo italiano una prammatica sanzione: "Johannes Baptista Juffré non est inquietandum".


15 Camera dei deputati, Atti parlamentari, III legislatura, 1958, Relazione della Commissione d'inchiesta sull'Anonima banchieri, documento XI, numero 1, allegato n. 1, pp. 27-28.

16 Relazione della Commissione d'inchiesta, cit., p, 10.

17 Relazione della Commissione d'inchiesta, cit., p. 12.

18 Relazione della Commissione d'inchiesta, cit., p. 23.

19 Relazione della Commissione d'inchiesta, cit., p. 10. Il Matacena non scomparirà dalle cronache politiche ed affaristiche, ma passerà dal giornalismo all'imprenditoria privala, dalle spiagge ministeriali al mare aperto. Nel 1965 egli risulterà aggiudicatario, in quanto titolare della compagnia navale Caronte, del servizio di traghettamento di uomini e cose attraverso lo Stretto di Messina. Il Consiglio di stato cerca di impedirlo, sostenendo l'inammissibilità dell'affidamento del servizio ferroviario ai privati, ma più fastidiosa è la concorrenza della società Tourist, la quale vanta un presidente democristiano, Giuseppe Franza, costruttore edile messinese ed altri soci altrettanto democristiani. La collisione è inevitabile. La pace giunge successivamente con un accordo fra i concorrenti che, divisi in mare, sono uniti sul bagnasciuga dove si dividono le aree demaniali per installarvi i reciproci moli di attracco, sfrattando stabilimenti balneari e bagnanti a causa dell'inquinamento che le due società, con il traffico dei loro mezzi, concordemente contribuiscono ad accrescere.

20 Relazione della Commissione d'inchiesta, cit., p. 21.

21 La citazione è riportata nella seduta della Camera del 22 gennaio 1959, pp. 5303-5304.

22 La citazione è riportata nella seduta del 22 gennaio 1952, pag. 5310.


I saccheggiatori

"La città con la camicia di forza": così in un'inchiesta di Ruggero Zangrandi e Mario Benedetti23 viene raffigurata Roma nel 1958. È vero: intorno alla città c'è un'immensa "cintura nera" di proprietà fondiaria. La Santa Sede, in proprio o attraverso le Sacre congregazioni e i vari istituti religiosi, possiede circa 58 milioni di metri quadrati di terreno edificatorio, dei quali circa 15 milioni all'interno del vecchio piano regolatore del 1931. A circa 10 milioni e mezzo di metri quadrati ammontano nello stesso periodo i terreni edifìcabili di Vaselli, ad oltre 9 milioni e mezzo quelle dei Lancellotti, ad oltre 7 milioni quelle dei Gerini. Si spiega così perché la città si espanda non secondo precise direttrici, bensì a "macchia d'olio", creando strutture urbane caotiche e disumanizzanti. E' il periodo in cui l'Immobiliare vaticana fa affari d'oro, come dimostra una clamorosa inchiesta dell'Espresso cui farà seguito un ancor più clamoroso processo conclusosi, ovviamente,..con la condanna del giornale. I danni provocati alla città fino dall'inizio degli anni 50 dalle giunte Rebecchini, Tupini, Cioccetti sono incalcolabili e non soltanto sotto l'aspetto urbanistico. Il Comune, infatti, assume a proprio carico le opere di urbanizzazione delle aree nelle quali l'Immobiliare o le grandi imprese edilizie decidono di costruire, col risultato che le aree moltiplicano il loro valore. Il cittadino viene tassato per far lucrare centinaia di miliardi di sovrapprofitti agli speculatori e per pagare una casa, in affitto o in proprietà, a prezzi abnormi. Nella speculazione urbana, che richiama dalla provincia vaste masse in cerca di lavoro, si rinsalda l'alleanza tra il capitalismo industriale e la rendita fondiaria, attraverso una stretta integrazione dei processi di formazione della rendita e del profitto". Tutto ciò spiega come l'edilizia pubblica economica e popolare abbia sempre avuto scarsa incidenza sul totale del costruito in Italia. La politica del settore, anche attraverso una serie di agevolazioni fiscali e tributarie e di prestiti e mutui a tasso agevolato, è stata rivolta al sostegno dell'iniziativa privata speculativa. Il caso della GESCAL, l'ente per le case ai lavoratori, è tra i più aberranti. Gran parte dei circa 600 miliardi della GESCAL depositati nelle banche, denaro dei lavoratori, viene diarottato verso l'impresa privata,

con grande vantaggio delle banche e della GESCAL, che mentre ha ricavato 40-50 miliardi di interessi ufficiali, ha ricevuto almeno 5 miliardi di interessi occulti, al di là di quelli consentiti dagli accordi intercambiari, cioè fuori cartello e fuori dalla contabilità ufficiale dell'ente, i quali nella migliore delle ipotesi sono andati a finanziare un qualche gruppo politico.25
Non è un caso, quindi, che nel 1963 la DC arrivi a sconfessare il proprio ministro dei Lavori pubblici, Fiorentino Sullo, che aveva preparato un disegno di legge urbanistica; e che la riforma urbanistica, che doveva costituire l'elemento più qualificante degli accordi di centro-sinistra, non vada mai in porto.
Alla periferia ci si comporta come al centro. Pochissimi sono i Comuni che approntano i piani regolatori (e quelli che li fanno in genere li violano sistematicamente) e così le città crescono nel disordine più assoluto, provocando costi sociali enormi. Secondo l'architetto Cesare Mercandino, ad esempio, l'espansione sbagliata di una città come Milano costa circa tremila miliardi all'anno.26
È ovvio, allora, che il settore edilizio sia costellato di scandali. E molti sono clamorosi. Basti pensare al massacro delle colline di Napoli, Posillipo e il Vomero, svolto dalla coalizione di destra, agli sventramenti della città, alle costruzioni illegali, anche sotto l'aspetto formale. Il 20 dicembre 1967 una commissione nominata dalla giunta comunale elenca l'impressionante bilancio di quell'anno: 11 voragini, 25 crolli totali, 3 frane, 8 sprofondamenti, 3911 dissesti vari edilizi e stradali, 9 morti, 27 feriti. È una storia di crolli, di dissesti, di frane, di morti, nella quale si inserisce una vicenda autenticamente gialla, di cui si ha notizia sul finire del '68. Si scopre infatti che al Comune è stata manomessa la prima tavola del piano regolatore del '39 che risulta difforme da quella depositata al Ministero dei lavori pubblici. Il colore verde intenso, cioè di zona vincolata, è stato trasformato in giallo sabbia, ossia di zona sottratta a qualsiasi prescrizione. In tal modo l'iniziativa privata può appropriarsi delle aree di Pianura, Soccavo, Fuorigrotta, Camaldoli, Chiaiano, Ponticelli, Capodimonte e di una parte della zona di Barra.

Eppure la rivista della Provincia diretta dal DC Antonio Gava prende posizione a favore del falso: "Un violento ed insanabiile daltonismo ha fatto sì che alcuni funzionari del piano regolatore abbiano sempre considerato verde un chiarissimo giallo..".27
Su questa vicenda viene aperto un procedimento giudiziario contro ignoti che si conclude con un nulla di fatto, nonostante l'impegno del giudice istruttore dottor Sapienza. Se a Napoli si manomettono le mappe, a Palermo i?l piano regolatore viene falsificato per consentire sconcertanti convenzioni con privati e il regolamento edilizio violato per favorire il costruttore Francesco Vassallo, un ex carrettiere divenuto miliardario grazie agli appoggi in Comune, ai rapporti col sindaco Salvo Lima, ai prestiti concessigli dal presidente della Cassa di Risparmio, l'ex sindaco ed ex senatore de Gaspare Cusenza, suocero del futuro ministro Giovanni Gioia. Le obiezioni presentate al piano regolatore da mafiosi come Nicolo Di Trapani, Paolo Bontà, Carmelo Vitale vengono sistematicamente accolte. La speculazione edilizia fa si che le cosche mafiose si affrontino tra di loro in pieno centro cittadino, lasciando sul terreno decine di morti e feriti. Dopo il 1959, quando il Comune adotta il piano regolare, il fenomeno della speculazione edilizia con Salvo Lima sindaco e Vito Ciancimino assessore ai lavori pubblici assume livelli parossistici. Tra il 1959 e il 1963 l'80 per cento delle 4.205 licenze edilizie viene assegnato a cinque prestanome, due dei quali. Salvatore Milazzo e Michele Caggeggi, distaccano gli altri di molte leghe. Milazzo ha infatti ben 1563 licenze, Caggeggi 701. E l'assegnazione è tanto più scandalosa in quanto Giuseppe Milazzo risulta ufficialmente esercitare l'attività di muri-fabbro e Michele Caggeggi quella di venditore di mercerie e carbone. Il 30 luglio 1961, l'assessore regionale socialista Filippo Lentini dispone un'inchiesta sull'assessorato ai lavori pubblici di Palermo. Tuttavia ancor prima che venga dato il via all'indagine c'è chi si assume il compito di penetrare nel municipio e di manomettere le pratiche delll'ufficio del piano regolatore. Le responsabilità della DC palermitana nella speculazione edilizia e nella guerra mafiosa della città sono fuori discussione. Il PCI sostiene che il sistema di potere politico mafioso di Palermo fa capo ancora a Giovanni Gioia, luogotenente di Fanfani per la Sicilia. E tuttavia la maggioranza democristiana della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia ignora del tutto il ruolo di Gioia nella vita della città e cerca un capro espiatorio: Vito Ciancimino, che negli anni '70 dopo un lungo periodo di sudditanza a Gioia abbandonerà la corrente fanfaniana e cercherà di sistemarsi comodamente in un'altra corrente DC. A Vito Ciancimino, il presidente della commissione antimafia, il democristiano Luigi Carraro, dedica un lungo capitolo della relazione conclusiva, costruita con tale abilità che il nome dell'ex sindaco di Palermo Salvo Lima è solo casualmente citato senza peraltro essere posto in relazione ad alcun fatto specifico. Incurante del ridicolo, Luigi Carraro arriva al punto di ignorare totalmente il nome di Giovanni Gioia.28
Le responsabilità della Regione siciliana retta dalla DC sono palesi anche nel massacro urbanistico di Agrigento, reso possibile da un elastico regolamento edilizio approvato il 31 marzo 1955 e ratificato il 18 marzo 1958 dall'assessore regionale ai Lavori pubblici, Rosario Lanza, di concerto col presidente della Regione, Giuseppe La Loggia. Dice infatti l'articolo 39 di tale regolamento: "L'altezza massima (dei fabbricati) è fissata in 25 metri, salvo deroghe speciali..". È, questo, un modo di istituzionalizzare le eccezioni. La deroga, la cui concessione spetta all'assessorato regionale allo sviluppo economico, non viene negata a nessuno. La chiede, ed ovviamente l'ottiene, anche una cooperativa della quale fanno parte il presidente del Tribunale e un questore. L'assessore regionale Attilio Grimaldi autorizza, ad esempio, la costruzione di un edificio alto metri 47,60, per il quale sono stati negativi i pareri di tutti gli organi tecnici, con la motivazione che esso costituirà una degna "cornice alla Valle dei Templi".
È una pratica quanto meno irresponsabile, tenuto conto che Agrigento sorge su una zona intrisa d'acqua, dichiarata franosa con decreto luogotenenziale del 20 dicembre 1945. E infatti l'immane peso degli edifici, alcuni dei quali raggiungono i 54 metri, provoca il 19 luglio 1966 uno smottamento colossale. Frana una parte della città, i grattacieli si sbriciolano, eppure ancora quello stesso giorno si continua a rilasciare licenze. Il sindaco Antonio Ginex telegrafa al presidente del consiglio Aldo Moro per annunciargli che la città è stata colpita da "un grave movimento tellurico". Di fronte all'emozione e allo scandalo che la frana suscita nell'opinione pubblica la DC, dal sindaco Ginex, al sottosegretario agrigentino Luigi Giglia, all'assessore regionale agli Enti locali Vincenzo Carello, al segretario del Partito Mariano Rumor, fanno quadrato attorno ai propri uomini. Si tenta anzi di occultarne le colpe, impedendo gli accertamenti alla commissione ministeriale d'inchiesta nominata dall'allora ministro dei Lavori pubblici Giacomo Mancini. Guai grossi invece passerà il dottor Raimondo Mignosi che svolge un'inchiesta per conto della regione. Egli, rilevate una serie di irregolarità penalmente perseguibili, invierà la sua relazione all'autorità giudiziaria, prima ancora di trasmetterla all'assessorato regionale. Dopo di che si vedrà bloccare qualsiasi possibilità di carriera. Dirà il 5 dicembre 1966 alla Camera dei Deputati il comunista Mario Alicata che

un elemento non può non apparire chiaro a chiunque si volga con occhi attenti alla tragedia di Agrigento, ed è il fatto che per favorire un certo tipo di sviluppo economico nel nostro Paese (tipo di sviluppo che non solo ad Agrigento ha assunto le forme di speculazione parassitaria che in questa città sono arrivate ad una misura aberrante) si sono calpestati i diritti della natura e della storia, si sono volute ignorare le caratteristiche storiche, con la conseguenza da un lato di costruire il falso gigante dell'Italia moderna e industrializzata con i piedi di argilla, e dall'altro di avere non solo inferto a centri urbani come Agrigento ferite difficilmente cicatrizzabili, ma di avere operato in questi centri in modo tanto mostruoso da far apparire la frana che ha travolto un terzo della Città dei Templi come una reazione inevitabile, anzi, coerente della natura.


23 "Paese Sera" Roma, 10 aprile 1968.

24 Cfr. MARCELLA DELLE DONNE, La questione edilizia, cit., p. 55.

25 MARCELLA DELLE DONNE, La questione edilizia, cit., p. 55.

26 L'architetto Mercandino espone queste cifre al convegno "Lavori, residenza e trasporti nell'area metropolitana di Milano", tenuto nel febbraio 1970. Cfr. "Il Giorno", Milano, 19 febbraio 1970.

27 Cfr. "La provincia di Napoli", n. 1, gennaio-marzo 1969, p. 72.

28 Camera dei deputati, VI legislatura, doc. XXIII n. 2, cit., pp. 221 e sgg.


I risanatori

Agli abusi edilizi e ai massacri urbanistici si accompagnano dunque la tracotanza di chi li compie o li permette e la persecuzione di chi doverosamente li denuncia. È ciò che accade anche a Catania per lo scandalo 'del San Berillo, uno scandalo che vale la pena di ricostruire. Non tanto per l'entità "dell'affare" comunque ragguardevole, quanto per i meccanismi giuridici, i sofismi contrattuali, i falsi, che gli fanno da supporto.
La storia comincia nella prima metà degli anni '50, e trae origine dalla necessità di risanare il fatiscente quartiere di San Berillo, ubicato nel pieno centro della città, accanto a piazza Stesicoro e alla via Etnea, l'arteria più prestigiosa di Catania. Come e da chi doveva essere effettuato il risanamento? Doveva essere compiuto direttamente dal comune o affidato a imprese private?

Il Comune di Catania sceglie la seconda strada, ma senza dare alcuna pubblicità, senza indire un'asta, non prendendo neppure in considerazione un'offerta pervenuta da una solida ditta milanese, la "Morandi". Massima riservatezza e scelta dell'Istica, una società costituita il 27 novembre del 1950 con 55 milioni di capitale sottoscritto per 20 milioni ciascuno dalla società Immobiliare e dal Banco di Sicilia, per 10 milioni dalla Cassa di risparmio Vittorio Emanuele per le provincie siciliane e per due milioni e mezzo ciascuno dalla Camera di commercio e dall'Amministrazione provinciale di Catania. Consigliere delegato della società "di paglia" è Aldo Samaritani, direttore generale dell'Immobiliare, un nome che diventerà famoso nel caso Sindona. La scelta di questa società avviene attraverso trattative riservate e verbali tra il sindaco di Catania e il dottor Samaritani. La "pratica" sarà poi portata avanti da una cosiddetta commissione interna del Comune composta dal sindaco, Luigi La Ferlita, e dall'assessore ai Lavori pubblici, Bartolo D'Amico, dall'ingegnere capo dell'ufficio tecnico, Santo Buscema, dal segretario generale, dottor Michele Tudisco e dal capo dell'Avvocatura generale, dottor Alessandro De Felice. La commissione si è autonominata e non ha ricevuto nessun incarico ufficiale né dalla giunta né tanto meno dal consiglio comunale. Per parte sua, l'Istica non presenta mai ufficialmente al comune una richiesta di concessione. E inoltre non esiste neppure una relazione ufficiale e pubblica sul piano economico-finanziario dell'Istica. C'è solo una specie di appunto "riservatissimo" e non firmato il cui esame per esigenze di forma viene affidato dal comune ad Antonio Zizzo, docente di estimo presso il'università di Palermo, che lo contesta da cima a fondo. L'originale dei rilievi del professor Zizzo è scomparso. Si è trovata, comunque, una fotocopia.

L'Istica sosteneva che l'operazione di risanamento comportava grosse spese e grossi rischi per la società. Essa basava le sue argomentazioni su calcoli di comodo. Le demolizioni delle vecchie case e le opere di urbanizzazione erano costose. Cosa avrebbe avuto in cambio di questi costi? La proprietà delle aree di risulta era insufficiente, dal momento che il valore di un metro quadrato si aggirava sulle 70 mila lire. Il comune avrebbe quindi dovuto cedere all'Istica la proprietà delle aree e aggiungervi ancora tre miliardi.

In realtà il valore delle aree, spiega Zizzo, era molto più alto e alcuni anni dopo avrebbe superato le 500 mila lire al metro quadrato. Col risanamento, infatti, la zona dell'ex San Berillo, già centro del centro cittadino, sarebbe diventata la più ricercata. Non a caso vi sorgono edifici sontuosi, dove hanno le loro sedi le grandi banche, le grosse compagnie di assicurazioni, l'Alitalia, aziende commerciali e industriali di dimensioni nazionali e internazionali.
Nel febbraio 1956 il consiglio comunale approva una delibera della giunta per la convenzione con l'Istica. Rileva il magistrato, Mario Busacca:

La predetta delibera, unitamente a vari altri documenti in copia, dei quali appresso si dirà, veniva inviata al prefetto per l'approvazione di legge con lettera 1° marzo 1956 n. 275, in cui si rifaceva la cronistoria delle trattative per dimostrare la bontà e l'utilità della decisione consiliare.
In particolare, dopo aver puntualizzato che mercé l'opera sagace della commissione interna il contributo preteso dall'Istica era stato ridotto da quattro a tre miliardi (affermazione ideologicamente falsa, perché smentita dalla copia fotostatica del conto economico-finanziario esaminato dal professor Zizzo, recante la cifra di tre miliardi) e dopo avere, altresì, precisato che sempre per il fattivo intervento di detta commissione il costo delle demolizioni era stato ridotto da 400 a 200 milioni, quello delle opere pubbliche da 2.000 a 1.650 milioni e l'importo delle spese generali da 1.384 a 1.000 milioni, il sindaco sosteneva la mancanza di convenienza per il comune di eseguire direttamente le opere pubbliche previste in progetto, sul rilievo che per l'espropriazione di mq. 59.000 di terreno (da aggiungersi ai mq. 67.400 di demanio stradale preesistente) occorreva affrontare una spesa di L. 1.569.400.000 che aggiunta a quella di lire 1.650 milioni per costruire le strade, faceva ammontare il costo complessivamente a 3.219 milioni. Si aggiungeva che, considerato l'importo degli interessi, calcolabili in lire 1.615.688.060 si aveva un totale di 4.835 milioni circa solo per opere pubbliche, mentre con i tre miliardi di contributo dati alla Istica si risolveva tutto il problema.

La gratuità di siffatto ragionare è sin troppo evidente per il macroscopico vizio logico da cui è affetto. Invero, non si poteva tenere conto del costo dell'esproprio delle sole aree occorrenti per le opere viarie, in quanto tale costo sarebbe rimasto ovviamente assorbito nel maggiore valore acquistato delle aree edificabili contigue. I piani di risanamento si "autofinanziano" appunto perché i costi vengono largamente coperti dal plus-valore "ipso facto" acquistato dalle aree. E ciò anche a tacere che il montante degli interessi passivi era calcolato in modo capzioso, posto che le opere dovevano essere compiute in un arco di tempo non inferiore ad un settennio e quindi nessuna necessità vi era di procacciarsi tutto il liquido occorrente all'inizio dell'operazione, anziché ratealmente. [...]

Né a dire che la consulenza di Zizzo era un semplice parere privato, come sostengono gli imputati, giacché, se così fosse stato, la giunta municipale non avrebbe deliberato di attribuire un compenso, regolarmente pagato dal Comune al redattore.
Essa non faceva comodo e fu pertanto fatta sparire. Fu parimenti fatto sparire l'originale piano economico-finanziario [...], fu operata l'alterazione delle relative cifre, come immediatamente si rileva dalla ispezione del documento che presenta anche diversi tagli e altre correzioni a matita. La copia conforme (anzi non conforme!), inviata al prefetto, si presenta appunto alterata, essendosi il compilatore materiale di detta copia evidentemente attenuto alle disposizioni di eseguirla in forma emendata. Risulta dunque, in maniera inoppugnabile, che al prefetto furono fornite notizie false e documenti alterati. [...]

Per quanto attiene alla trattativa per la determinazione del valore delle aree, risulta chiaramente che la valutazione fatta dalla commissione c.d. interna (in 7.338 milioni) fu, come s'è detto, inferiore a quella (già pessimistica) fatta dal professor Zizzo in 9.270 milioni e a quella (interessata) fatta dall'Istica in 8.112 milioni.

E che la previsione dello Zizzo fosse pessimistica risulta con pienezza di prova dall'esame del consuntivo delle vendite effettuate dall'Istica a tutto il 1967, da cui si rileva che dalla vendita dei 2/5 delle aree (cioè mq. 48116,325 sul totale di 117.000 mq) era stato realizzato un guadagno di lire 6.764.200.000.

E devesi tener conto che tale valore non corrisponde a quello effettivo, dovendosi tener conto che mq. 1.259 furono gratuitamente ceduti all'arcivescovado ed altri due importanti lotti (rispettivamente di mq. 2.136,4 e mq. 4.444,27) alla Società generale immobiliare a prezzi evidentemente di favore, se si considera che erano i migliori lotti, giacché latistanti il corso Sicilia e Piazza della repubblica.

Ma vi è uno scandalo nello scandalo. La denunzia di questa operazione viene fatta da un tecnico comunale, l'ingegnere Giuseppe Mignemi, che pubblica anzi un suo giornale rivelando irregolarità e complicità varie e prendendo di petto anche il procuratore generale della Repubblica di Catania. E Mignemi finisce in carcere per calunnia e deve sottoporsi a perizia psichiatrica prima di essere liberato.

La denuncia sui fatti dell'Istica è del 1965. Quattro persone sono accusate di concorso in peculato: Luigi La Ferlita (sindaco di Catania), Michele Tudisco (segretario generale del Comune), Bartolo D'Amico (assessore ai Lavori pubblici e alla polizia urbana) e Alido Samaritani. Ma passano nove anni, di interferenze, avocazioni, insabbiamenti e l'affare del San Berillo è diventato a Catania una chiacchiera da caffè. Quando si arriva finalmente al processo, il reato di falso è già caduto in prescrizione e il peculato viene derubricato in concussione. Sei imputati verranno tutti assolti, sia pure per insufficienza di prove.

"Misure eccezionali           Come per Longarone": questa fu la promessa che, con tono vagamente da esorcista ma già contraddetto dall'esperienza, l'onorevole Aldo Moro, allora presidente del Consiglio, fece immediatamente dopo il terremoto che aveva sconvolto tra la domenica 14 ed il lunedì del 15 gennaio del 1968 le colline e la valle del Belice: 44 mila profughi in quattordici paesi diroccati in una zona compresa fra le province di Palermo, Trapani ed Agrigento. "Verrà tutto", aveva insistito l'onorevole Moro, durante la sua visita, promettendo misure urgenti a chi non aveva più niente, ed era sistemato nei bivacchi allestiti in pieno gelo sulle rocce, dove erano state appena distrutte cinquemila case rurali. Una madre ed una bambina erano state appena salvate, per morire subito dopo, dalle macerie di Montevago, dove erano rimaste per trentasei ore. Altri, più di duecento vittime, erano allineati, rigidi cadaveri avvolti in ruvidi panni, nel giardino di Donnafugata, a Santa Margherita, dentro le mura del palazzo dei principi Filangieri di Cutò, nell'ala leopoldina dove alloggiò il consorte di Maria Carolina e dove Giuseppe Tomasi di Lampedusa collocò, nel suo Gattopardo, la torre di stile composito, fra il romanico ed il moresco dalla quale il principe Salina scrutava stelle e pianeti.

Il 22 gennaio arrivano i primi prefabbricati. Poi, via Parigi, mittente la NATO, le baracche usate in Corea. "Ce le hanno offerte gratis gli americani", aveva spiegato il prefetto di Palermo. "Paghiamo solo il nolo di trasporto fissato dai mercantili degli Stati Uniti". A conti fatti, si scopre che esse vengono a costare di più di quelle commissionate in Italia ad enti pubblici e privati. Lungo i ventisei chilometri della strada dissestata e franosa che si snoda da Alcamo a Gibellina, transitano i ministri rassicuranti e consolatori come l'onorevole Lorenzo Natali o come l'onorevole Donat Catti il quale proclama: "Ho tanti fondi inutilizzati al ministero del Lavoro. In quindici giorni li utilizzerò per aprire scuole professionali". Intanto nel fondo valle, spuntano plinti faraonici che sostengono campate d'acciaio: è l'autostrada tra Mazara e Punta Raisi che porterà, una volta agibile, i turisti da Selinunte ed il pesce fresco da Capo Granitola a Palermo. L'onorevole Giacomo Mancini, ministro socialista dei Lavori pubblici, è molto esplicito: "Il programma dello Stato si compone di due punti. Provvedimenti urgenti per cui sono stati stanziati i primi 6 miliardi per assicurare 5215 ricoveri unifamiliari, oltre 40 miliardi per servizi vari. Nuova ristrutturazione urbanistica con residenze, depositi per scorte e servizi pubblici con un piano globale di ricostruzione e di sviluppo economico, già allo studio". Il ministro del Lavoro, senatore Giacinto Bosco, stanzia altri 15 miliardi per costruzione di alloggi affidati alla GESCAL. Con successivi comunicati, i miliardi salgono a 38 per il triennio '68-'70, di cui 6 miliardi e 291 milioni assegnati alla zona compresa nella provincia di Palermo, un miliardo e 779 milioni a quella di Agrigento, un miliardo e 595 milioni a Trapani. Per realizzare tutti i piani preventivati, promessi, sbandierati, inaugurati, vengono promulgate otto leggi 'statali, due regionali, cinque decreti del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, tre decreti ministeriali, dieci circolari ministeriali, dieci modelli per rimborsi, domande di risarcimenti. Il volume del Ministero dell' interno, che diligentemente ne divulga l'illustrazione, si compone di 125 pagine con un indice minuzioso di 91 voci, dagli interventi per gli allevamenti avicoli a quello per i farmacisti, a quello per infrastrutture, attrezzature scolastiche, collettive, per il verde pubblico: in tutto 445 miliardi. Dopo un lustro, si tirano le prime somme. L'impegno dell'onorevole Moro è stato mantenuto.

          Come per Longarone, nessuna nuova iniziativa è stata varata ed il denaro speso è andato a serpeggiare lontano. In contrada Madonna delle Grazie a Gibellina, le baracche si dividono in "americane", cioè NATO, "di Roma" cioè dell'Iri, e "di Palermo" ossia private: tutte sono ugualmente insufficienti, scoperchiate dal vento, infradiciate dalla pioggia, spaccate dal sole, fatiscenti per le fogne intasate a cielo aperto, e maleodoranti.

          Come per Longarone, la popolazione è costretta a scendere in piazza, a viaggiare fino a Roma per manifestare il proprio malcontento dinanzi a Montecitorio dove si accampa sotto tende improvvisate con la sola solidarietà della minoranza di sinistra. Più di trecento persone fra vecchi e giovani sono denunciate per assembramento, comizi non autorizzati, blocchi stradali, schiamazzi ed altri perversi disturbi al traffico. Decine di persone sono incarcerate e processate su rito formale dinanzi al tribunale di Marsala. L'emigrazione cresce sino a toccare il quaranta per cento delle persone abili che lasciano la zona e l'isola. I soli a guadagnare sono stati gruppi di privati speculatori che hanno ottenuto per pochi soldi dagli aventi diritto, stanchi di attendere, i titoli per gli speciali risarcimenti a carico dello Stato.
Gli organi incaricati di applicare i provvedimenti di ricostruzione non hanno funzionato con la rapidità, la coerenza, il rigore tecnico ed amministrativo necessari. Eppure, nel momento del disastro, gli enti incaricati erano ben nove: assessorato alla Regione delegato per le zone terremotate; assessorato allo sviluppo economico; ispettorato generale del Ministero dei lavori pubblici per le zone terremotate; ufficio speciale per la grande viabilità dell'Anas; provveditorato per le opere pubbliche; Istituto per l'edilizia sociale, Ises; Enel ed Ente siciliano di elettricità; Ente di sviluppo siciliano, Espi, Ente di sviluppo industriale dotato di uno stanziamento straordinario di 17 miliardi; Ente di sviluppo agricolo, Esa, impinguato di uno stanziamento di oltre 37 miliardi. Nel 1976, a otto anni dal terremoto che ha distrutto le abitazioni con i 348 miliardi stanziati dallo Stato, sono state assegnate 266 case delle 14.000 preventivate, sono stati spesi 6 miliardi e 300 milioni per una strada di soli 5 chilometri, all'Ises sono stati pagati oltre 10 miliardi per la progettazione di opere che potranno essere portate a termine non prima dell'anno 2015.
Nel maggio 1977, le Camere decidono di compiere un'inchiesta parlamentare che dovrà presentare le sue conclusioni entro sei mesi. Tutti gli enti dovranno rispondere per la parte che li riguarda e, tutti assieme, li condanna.


Evasori di Stato

Il 18 ottobre 1968 il commendator Giulio Brusadelli (70 anni, uno dei più grossi industriali tessili), si rivolge al Tribunale di Milano chiedendo di rientrare in possesso della maggioranza del pacchetto azionario del cotonificio Dell' Acqua, per un valore di tre miliardi di lire, estortogli dalla moglie, Anna Andreoli, con "circonvenzione" sessuale, a vantaggio del suo amante, Giulio Riva, anch'egli industriale tessile. La donna, scrive il legale di Brusadelli nell'espo&to al giudice, è una "raffinata distiUatrice di piaceri sessuali, rivolti a turbare :lo spirito del vecchio e a farlo cadere vittima del raggiro..". Ben presto però il lato piccante della vicenda rimane nell'ombra: gli accertamenti giudiziari pongono in chiaro un vastissimo giro di evasioni fiscali. Brusadelli ha un patrimonio di 50 miliardi, ma paga al fisco 400 mila lire, corrispondenti a un imponibile fiscale di 2 milioni e mezzo l'anno. Il calcolo è presto fatto: in base al patrimonio l'industriale dovrebbe pagare 230 milioni di complementare e 3 miliardi di patrimoniale. A questo punto le indagini fiscali si allargano a Giulio Riva e ad altri industriali tessili. Si scopre così che Riva, che figura residente nel comune di Saronno, amministrato dalla DC, con un patrimonio di 65 miliardi paga su un imponibile di 3 milioni e mezzo l'anno. Franco Marinotti, ancora più potente di Brusadelli e di Riva, patrimonio 120 miliardi, paga al comune di Milano su un reddito di 11 milioni. Grosse evasioni sono state compiute anche dalla Cucirini Cantoni, dal cotonificio 0'lcese, dalle manifatture Rossari, dal cotonificio Cantoni-De Angeli-Frua, al quale è legato il ministro socialdemocratico dell'Industria e commercio, Ivan Malico Lombardo. Il Governo, nel quale oltre ad Ivan Matteo Lombardo siede come ministro del Tesoro l'ex ministro delle Finanze, Giuseppe Fella, esponente dell'industria tessile del biellese, tenta di arginare le conseguenze dello scandalo, anche perché Brusadelli e gli altri evasori sono m gran parte sostenitori della DC, tant'è che alla vigilia del 18 aprile '48 hanno costituito un fondo per sostenere la campagna elettorale democristiana. Il tentativo d'insabbiamento riesce solo in parte. Numerosi evasori debbono pagare e il Governo è costretto a interessare del problema delle frodi fiscali un Comitato interministeriale del quale fanno parte Ivan Matteo Lombardo, Giuseppe Fella e il ministro delle Finanze Ezio Vanoni, lo stesso che nel 1954 verrà accusato da Riccardo Lombardi, come vedremo più avanti, di organizzare l'evasione degli industriali tessili.
Ma se i Brusadelli, i Cesarini Sforza, i Torlonia, i Marinotti e via evadendo non pagano le tasse, da dove proviene il gettito fiscale e tributario italiano? Innanzi tutto dalle imposte indirette, quelle sui consumi: pane, pasta, carne, abbigliamento, che colpiscono indiscriminatamente ma non alla stessa maniera, o collo stesso impatto il ricco e il povero. Ingiustizia fiscale, dunque: tanto più bruciante in quanto mentre da un certo livello in su le tasse si possono evadere tranquillamente, le imposte dirette sul reddito vengono a colpire duramente contadini, artigiani, impiegati, gli operai, i piccoli operatori economici. Riccardo Lombardi intervenendo alla Camera il 26 marzo 1954 sul bilancio delle finanze "ricorda che nella circoscrizione di Livorno per riscossione di tributi diretti sono stati effettuati 320 atti esecutivi del 1952 e 176 nel 1953"; "Tra questi nessuna procedura esecutiva su beni immobili essendone i contribuenti a carico dei quali si iniziavano i procedimenti del tutto sprovvisti". Il sequestro, stupido e crudele, riguarda prevalentemente attrezzi da lavoro e il ricavato delle vendite in ben 139 casi è inferiore alle 500 lire. A Gino Castagnoli «vengono sequestrati un banchetto da calzolaio «in legno comune semirotto, una raspa, un martello, una lima, una forma di legno, un piccolo banco di legno laccato in verde, un armadietto, un cassettone puro». Il ricavo della vendita all'asta pubblica è di 55 lire.
A Livio Gaspari, dice il verbale, vengono sequestrati «un banchetto da lavoro usatissimo a quattro gambe, una sedia in pessimo stato, un trincetto, una lesina, sei forme, un tavolo da cucina a quattro gambe senza marmo, quattro sedie con paglia vecchie» che fruttano all'erario l'imponente cifra di 50 lire. Il sequestro effettuato a un altro calzolaio, un certo Bonsignoli, dà un ricavato di trentotto (38!) lire.
E Riccardo Lombardi ovviamente si sofferma anche sul comportamento dell'amministrazione finanziaria nei confronti dei grandi contribuenti. Nel 1948, dopo lo scandalo Brusadelli-Riva egli ricorda il governo sotto la spinta dell'opinione pubblica dispose una serie di revisioni contabili sui bilanci 1947 e 1948 e in qualche caso anche 1946 di società delle quali si sospettavano dichiarazioni infedeli. Gli accertamenti furono fatti con un metodo analitico, verificando le varie voci e i funzionari dimostrarono onestà, competenza e impegno.

Fu così che a fine 1949, per le sole categorie degli industriali della lana e del cotone, i redditi rilevati sui bilanci 1947 e 1948 da quelle revisioni che potevano considerarsi già ultimate ammontavano a circa 130 miliardi e gli stessi rappresentanti industriali convenivano sull'esattezza e obiettività dei rispettivi risultati, tanto che numerose società autorizzavano iscrizioni provvisorie in aggiunta ai redditi già dichiarati e relative a parte dei redditi rilevati attraverso i controlli eseguiti.
A questo punto prosegue Lombardi è il Governo che organizza l'evasione fiscale. Gli accertamenti avrebbero potuto avere una loro definizione ma il Ministero delle finanze30 dispone che siano tenuti in sospeso in attesa di una nuova legge tributaria, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 31 gennaio 1951. Dopo di che tra il 13 febbraio e il 17 maggio il Ministero delle finanze stipula quattro "accordi" con l'industria della filatura e tessitura della lana, l'industria della filatura e tessitura del cotone, l'industria della carta e quella della concia delle pelli. Per queste aziende viene abbandonato il criterio dell'accertamento analitico e introdotto un criterio induttivo, sulla base del numero dei fusi o delle calandre, degli operai addetti, presumendo quindi il volume delle vendite e dei profitti.
Per dare un esempio della stravaganza del sistema, cito la manifattura lane Borgosesia, la quale per l'anno 1949 aveva dichiarato un ammontare di vendile di 6 miliardi e rotti. E avrebbe definito tale ammontare applicando il parametro dell'apposito accordo non a quella cifra risultante dal fatturato ma... alla metà.
La cifra risultante dagli accertamenti analitici e spesso accettata dai contribuenti viene quindi enormemente ridotta con l'accertamento induttivo. Con tale criterio, anzi, si arriva a cifre più basse di quelle generalmente false denunciate dalle aziende. Alle quali di conseguenza vengono rimborsati i tributi "ingiustamente" pagati. Ad esempio la manifattura Borgosesia dichiara per il 1948 un reddito imponibile di 805 milioni. Il reddito calcolato col sistema analitico è di un miliardo e 300 milioni e si tratta di un reddito concordato e iscritto nei ruoli. Scatta poi la "macchinetta" dell'accertamento induttivo in base all'accordo del 1951 e la società che aveva dichiarato un reddito imponibile di 805 milioni e aveva concordato per un miliardo e 300 milioni si vede definire un reddito di 180 milioni: "il di più pagato", dice Lombardi, "è stato rimborsato al contribuente". L'ammontare delle imposte restituite ai soli industriali milanesi in virtù di tale sistema è di circa sette miliardi. Ecco perché l'esponente socialista, che cita numerosi altri esempi, parla di evasione fiscale organizzata direttamente dal Governo. Passano gli anni, piovono altre denunce in parlamento, si moltipllcano le rivelazioni giornalistiche, ma l'Italia continua ad essere il paradiso degli evasori fiscali. Il 30 marzo 1958 L'Espresso rivela che tre alti dignitari pontifici, il principe Giulio Pacelli nipote di Pio XII e ambasciatore di Costarica presso la Santa Sede, il conte Stanislao Pecci, plenipotenziario di Malta presso la Santa Sede, e il marchese Filippo Serlupi Crescenzi, plenipotenziario di San Marino, sono stati esonerati dal pagamento della imposta straordinaria sul patrimonio. Era dal 1947 che il Vaticano insisteva per tale esonero, ma i vari ministri delle finanze avevano sempre risposto negativamente, essendo Pacelli, Pecci e Serlupi Crescenti cittadini italiani mentre in base alla legge il privilegio richiesto poteva essere accordato solo a rappresentanti del corpo diplomatico di cittadinanza straniera. Il regalo ai tré dignitari pontifici ha la paternità del ministro delle Finanze Giulio Andreotti, che evidentemente non la pensa come i suoi predecessori. Tra il '62 e il '64 altri tre ministri delle Finanze, i DC Mario Martinelli e Giuseppe Trabucchi e il socialdemocratico Roberto Tremelloni, si danno alla "beneficenza" distribuendo fra i funzionari del proprio gabinetto 563 milioni dei due miliardi che una legge del 1962 destinava al fondo per la repressione delle frodi fiscali.


29 Camera dei deputati, Il legislatura, Atti parlamentari, pp. 6460 e segg.

30 il ministro è Elio Vanoni


Una vendetta democristiana

C'è un periodo in cui a Milano si tratta a borsa nera mezzo milione di dollari al giorno, acquisiti mediante le licenze d'importazione, per le quali c'è un crescendo impressionante. Nell'aprile 1949, infatti, l'Ufficio italiano cambi esegue attraverso le banche operazioni su licenza per appena 3.840 dollari, che salgono però a 156 mila dollari nel mese di maggio, a 300 mila in giugno, a 200 mila in luglio, a 300 mila in agosto, 318 mila in settembre, 752 mila in ottobre, 706 mila in novembre, un milione e 47 mila dollari in dicembre. La crescita è ancora più vistosa nel 1950 allorché si riscontrano operazioni fittizie su licenza per ben 25 milioni e 200 mila dollari.

Agli speculatori non interessano gli acquisti ma i dollari che pagano a 500 lire e che sul mercato nero 'sono quotati fino a 629 lire. Basta rivenderli per realizzare sul colpo ingenti utili. E infatti le merci importate sono ben poche. Gli speculatori lasciano fuori dal loro giro le merci cosìddette a licenza. Trattano invece, ma fattiziamente, quelle cosìddette a dogana, quali le setole o la polvere d'uovo in quanto per ottenere la valuta basta esibire le "regolamentari" attestazioni compilate su speciali moduli debitamente vistati e timbrati. In altri termini è sufficiente dimostrare d'avere fatto fronte alle spese doganali per "provare" di avere effettuato le importazioni. Il danno per lo Stato ammonta a 43 miliardi, e più rilevanti sono gli utili per gli speculatori.

Nello scandalo sono ufficialmente implicate circa 150 persone, ma si tratta in gran parte di prestanomi che agiscono per conto di industriali e finanzieri di spicco e di esponenti politici governativi. I loro nomi affiorano appena ma ai fini processuali, nonostante l'impegno del sostituto procuratore della repubblica di Roma Salvatore Giallombardo, restano nell'ombra. Un solo nome di rilievo viene fuori, quello del conte Giovanni Armenise, presidente della Banca nazionale dell'agricoltura. A farlo è il suo prestanome Domenico Ciurleo, imputato nel processo. E senza farsi eccessivamente pregare, perché Armenise è deceduto da qualche tempo. Nella sua requisitoria che richiede una dozzina di udienze e che si conclude il 2 maggio 1955 il dottor Giallombardo non tace le responsabilità politiche che riguardano ovviamente il Ministero del commercio con l'estero, il Tesoro, e l'Ufficio italiano cambi. Ma vi sono anche le responsabilità delle banche che, rileva il magistrato, agivano come agenti dell'Ufficio cambi e come organismi privati nella duplice veste cioè di controllori e controllati. Giallombardo al termine della requisitoria chiede 62 condanne per complessivi 380 anni di reclusione e il risarcimento dei danni cagionati allo Stato. Qualche settimana dopo la sentenza che accoglie in gran parte le richieste del Pubblico ministero: 40 condanne a pene detentive e al risarcimento. Ma i condannati risultano nullatenenti o quasi. Chi paga davvero è il dottor Giallombardo, prima trasferito e poi sottoposto a procedimento disciplinare da Aldo Moro, titolare del Ministero di Grazia e giustizia.

È una storia amara, come si ricava dalla lettera-esposto che il 7 dicembre 1955 il magistrato invia al ministro.

Nel gennaio del 1954, avendo maturato il periodo di anzianità richiesto dall'ordinamento giudiziario, presentai domanda di ammissione al concorso per 34 posti di consigliere di Corte d'appello e gradi equiparati e vi fui ammesso all'unanimità dei voti e con lusinghiero rapporto da parte del consiglio giudiziario del distretto della Corte d'appello di Roma. Nel novembre 1954 fui dichiarato vincitore, raggiungendo il 17° posto fra più di 300 concorrenti. Proprio nello stesso periodo in cui maturavano le vicende del concorso, mia moglie, già operata nel marzo 1954 di cancro alla mammella destra, si aggravava sensibilmente per la comparsa di sintomi di metàstasi polmonari. Non mi preoccupai eccessivamente di un trasferimento anche perché, verso la fine dell'ottobre e quando i risultati del concorso erano ancora ufficiosi, ero stato interpellato dal Procuratore generale di Roma in presenza del Procuratore aggiunto, se intendessi o meno gradire la destinazione presso quella Procura generale. Avendo, come e ovvio, risposto affermativamente e sapendo che i mici superiori diretti erano a conoscenza delle particolari condizioni di famiglia che a quell'epoca mi travagliavano, ritenni che il ministero, uniformandosi a costante consuetudine, avesse aderito alla richiesta del Procuratore generale. Senonché, proprio il giorno in cui una indagine radiografica rendeva certa la imminente fine della mia consorte, venivo a conoscenza che per disposizione dell'allora guardasigilli De Pietro, tutti i magistrati neo promossi dovevano essere trasferiti di residenza. Aggiungo per inciso che, per come riferitemi occasionalmente da un collega, attualmente consigliere della Corte di appello di Milano, e per come notorio negli ambienti ministeriali, tale disposi/ione era stata dettata per allontanare, dalla sede di Roma il sottoscritto. Poiché non mi sono mai curato di coltivare protezioni politiche di qualsiasi colore, in quanto fermamente credo che ciò non si addice ad un magistrato, ritenni opportuno presentarmi personalmente alla Direzione generale del personale e colà rassegnare la mia gravissima situazione di famiglia e chiedere che mi si destinasse a Roma o quantomeno nelle immediate vicinanze in modo da non turbare gli ultimi giorni di vita di mia moglie. Mi si disse che competente era solo ed esclusivamente il Gabinetto del ministro e mi si rimandò colà per le mie richieste. Mi recai allora dal dott. Lampis, capo di Gabinetto del ministro De Pietro, il quale rendendomi noto che la questione era di esclusiva pertinenza del Guardasigilli, mi introdusse immediatamente nell'ufficio di quest'ultimo. Dal tenore del colloquio ebbi i primi sospetti che la disposizione relativa all'allontanamento dalla sede dei magistrati promossi riguardava particolarmente la modesta persona del sottoscritto. Qualche giorno dopo due parlamentari della maggioranza, che ebbi vicino nell'Oltrepò pavese durante il periodo dell'occupazione tedesca prima e poi nella dura lotta per il ripristino della legalità nell'immediato periodo susseguente al 25 aprile, mi riferirono entrambi che la posizione del ministro nei miei confronti era da attribuirsi a motivi politici, ed in particolare al fatto che io risultavo amico (e mi onoro di esserlo tuttora) di due alti esponenti della sinistra siciliana residenti in Sicilia. Essendo stata nel frattempo respinta una mia richiesta di destinazione alla Procura della Repubblica di Rieti quale titolare di quell'ufficio ed avendo appreso la mia destinazione alla Procura generale di Venezia, mi recai ancora una volta dal dottor Lampis ed allo stesso ripresentai la gravita dello stato di salute di mia moglie il cui respiro giornalmente si accorciava. Feci presente che conoscevo i motivi dell'irrigidimento del Gabinetto, nei miei confronti, dissi che non avevo mai fatto politica e che mi ero sempre attenuto alla rigida applicazione della legge secondo coscienza e senza discriminazione alcuna. Anche questa volta il capo di Gabinetto si trincerò dietro l'ordine perentorio del ministro il quale venuto subito nell'ufficio del dott. Lampis mi ingiunse di raggiungere la sede di Venezia. In uno stato d'animo di estremo sconforto chiesi che mi si ritardasse l'esecuzione del provvedimento fino a dopo la catastrofe imminente. Il ministro mi lasciò con le lacrime agli occhi ma senza risposta. Pochi giorni dopo (alla fine del gennaio 1955) ricevetti comunicazione di prendere possesso dell'ufficio di sostituto procuratore generale presso la corte di appello di Venezia il 20 febbraio 1955. Poiché un netto rifiuto era stato fatto dal ministro ad un'alta personalità della Corte di cassazione, che contemporaneamente si era interessato del mio caso, mi convinsi che non avevo speranze di sorta e che il provvedimento, di natura prettamente politica e falsamente discriminatoria, mi colpiva a causa e nell'esercizio delle funzioni che avevo esercitato a Roma. Rappresentavo infatti, m quell'epoca, l'ufficio del pubblico ministero al processo delle frodi valutarie e mi era stata delegata, ed avevo con impegno svolto, una delicatissima indagine riguardante l'amministrazione del Po"" grafico dello stato. Il 5 febbraio mi trasferii con mia moglie e la bambina a Bologna. Ivi ricoverai mia moglie presso la casa di cura "Villa Torre". mi misi al suo fianco e affidai la mia figliuola ad un mio fratello. Il giorno 19 febbraio 1955, 24 ore prima del termine concessomi per prendere possesso a Venezia, ricevetti un telegramma di servizio da parte della Procura di Roma con il quale mi si ordinava di rientrare in sede e di riprendere il mio posto di pubblico ministero al processo valutario.

Signor Ministro, poiché in tutta la vicenda che espongo mi sono sempre ricordato di essere un magistrato, ubbidii all'ordine e la mattina del 21 febbraio dopo una notte di viaggio, mi presentai al banco dell'accusa con l'animo straziato avendomi i medici reso noto che mia moglie poteva morire da un momento all'altro. Seppi a Roma che il ministro, preoccupato dell'inizio di una violenta campagna di stampa per l'avvenuta sostituzione del pubblico ministero al processo delle frodi valutarie, si era premurato di revocare l'ordine di presa di possesso anticipata alla Procura generale di Venezia, ed aveva dato disposizioni al Procuratore della repubblica di Roma di richiamarmi in sede. La mia presenza a quella udienza valse a fermare la campagna di stampa, anche perché fu mia particolare cura di far presente che qualsiasi eventuale sostituzione della persona del Pubblico ministero era da attribuirsi alle particolari condizioni di famiglia in cui in quel determinato momento mi trovavo. Lo stesso giorno ottenni un permesso straordinario dal procuratore della Repubblica di Roma e tornai a Bologna al capezzale di mia moglie. Dopo atroci e strazianti sofferenze di cui mi resta il solo conforto di averle divise con lei fino all'ultimo, mia moglie moriva il 7 marzo del 1955 e veniva tumulata a Bologna. Il 26 marzo, lasciando mia figlia, orfana da meno di 20 giorni, a Bologna, ritornai a Roma ove ripresi il mio normale servizio di udienza. Essendo nel frattempo scaduti tutti i termini per la presa di possesso nell'ufficio di Venezia, il ministro mi trasferiva alla presidenza di una sezione del Tribunale di Ravenna onde consentire che io continuassi a prestare il mio servizio alla udienza del processo valutario. Pronunciai una requisitoria orale durata quindici giorni e la tesi da me sostenuta fu integralmente accolta dal collegio giudicante e dalla opinione pubblica di qualsiasi tendenza. Dopo che la E. V. assunse il suo alto ufficio, forse per il sentimento di doverosa giustizia e, torse anche perché di loro godo la stima e la fiducia, il presidente del Tribunale di Roma e il primo presidente della Corte di appello spontaneamente mi proposero Perché venissi destinato a Roma quale presidente di sezione. Con ingenuo senso di fiducia riaprii la mia casa a Roma, iscrissi mia figlia in un istituto di questa città, e presi possesso a Ravenna y sitendenuo i] movimento. Ieri sono venuto ufficialmente a conoscenza che i movimenti sono stati fatti, che alcuni magistrati del mio concorso sono rientrati a Roma, e che io sono rimasto a Ravenna. Desidererei sapere, Eccellenza, se la residenza di Ravenna debba essere da me considerata definitiva o se, in considerazione del collocamento a riposo del dott. Cassiano, sarà presa in considera zione la richiesta del presidente del Tribunale di Roma per una eventuale mia destinazione in questa città. Roma, li 7 dicembre 1955. Ossequi. Dott. Salvatore Giallombardo. Copia di questa lettera viene in possesso dell'Avanti! che la pubblica il 25 dicembre 1955. È Natale, ma Aldo Moro, nonostante sia cattolico osservante, è d'una sadica freneticità. Convoca i suoi collaboratori, li sguinzaglia, telefona e alla fine "stabilisce" che è stato lo stesso Giallombardo a passare a\l'Avanti! la copia della lettera. E il giorno dopo da all'Ansa la notizia di avere proposto provvedimenti disciplinari a carico del magistrato, responsabile di avere gettato discredito sul governo. Alcuni mesi dopo a Salvatore Giallombardo viene inflitta la censura. La DC si è vendicata.


Gli angeli dell'assistenza

«... Aperta la porta del dormitorio agli inquirenti si presentò una scena orrenda. Nell'ambiente, ammorbato da un insopportabile fetore, erano sistemati, due a due, ciascuno con la testa rivolta verso le spalliere di ferro, in otto letti, quindici bambini e ragazzi, legati fra loro per le gambe a mezzo di ruvidi lacci di stoffa, con le braccia levate verso le spalliere del letto e a queste assicurate con robuste catenelle fermate con lucchetti. I poveretti erano così immobilizzati, chiusi dentro da soli, senza alcuna assistenza e presentavano ecchimosi dovute a lacci e catene che, peraltro, provocavano una difficoltosa circolazione del sangue.»
Gli inquirenti dei quali si parla in questo documento sono gli agenti del commissariato di Grottaferrata, dove è stata sporta una dettagliata denuncia contro l'Istituto Santa Rita di suor Colomba, al secolo Maria Diletta Pagliuca. Viene preparata un'azione di sorpresa e così la sera del 6 giugno 1969 si ha nell'istituto l'irruzione autorizzata dalla magistratura. L'ispezione dura sino all'alba. Al termine suor Colomba viene tratta in arresto. L'indomani mentre arrivano al commissariato telefonate anonime di minacce, suppliche, interventi dall'alto31 il commissario Pietro Merra stende il rapporto per l'autorità giudiziaria. Gli elementi raccolti non sono tutto. Si allarga l'inchiesta, e si apprende che varie volte negli anni precedenti erano stati riscontrati episodi analoghi al "Santa Rita". L'istituto anzi era stato chiuso per essere riaperto subito dopo. Si sa che vi sono stati tredici morti, si accertano responsabilità per lo meno morali del vescovo di Frascati32 e responsabilità specifiche dell'ufficiale sanitario di Grottaferrata, il dottor Vespasiano Casella, il quale si preoccupava di informare preventivamente suor Colomba allorché veniva decisa una qualche ispezione, con la complicità di altri medici. Tutto ciò spiega come suor Colomba abbia potuto mantenere in piedi un autentico lager dal 1951 al giugno 1969. Eppure per i ricoverati suor Colomba percepisce dai vari enti tra le 2.500 e le 3 mila lire al giorno. Poche tenuto conto della necessità dei bambini, molte se essa ne spende appena 300. Un utile netto di 2.200/2.700 al giorno al quale vanno aggiunte le donazioni che provengono non solo da varie parti d'Italia, ma persino dagli Stati Uniti e dal Canada. Nel gennaio 1967, ad esempio, le donazioni ammontano a 627.200 lire. In quello stesso mese la donna spende per il vitto di circa 25 bambini 81.950 lire. In attivo dunque, già con la beneficenza, a parte le rette. E senza contare il frutto delle questue, che dev'essere rilevante se nel 1971 si apprende che un'altra suora, Elisabetta Ravasio, con lo stesso sistema di suor Colomba ha raccolto qualcosa come oltre un miliardo e mezzo di lire.
Ancora più disinvolto il professor Nicolo Aliotta, primario dell'Ospedale Forlanini di Milano, che negli anni '60 aveva costituito alcune società subappaltando bambini tubercolotici, avuti "in appalto" dall'INPS. Per ogni bambino, Aliotta, il cui padre è influente membro del consiglio di amministrazione dell'INPS, riceve una retta di duemila lire al giorno. Lo "rivende" a religiosi per 7-800 lire, realizzando utili enormi senza muovere dito. Lo scandalo viene alla luce in seguito alle proteste rivolte all'INPS da un superiore dei padri Trinitari il quale aveva invano tentato di farsi portare da Aliotta la retta a 1.100 lire. Il presidente dell'INPS Angelo Corsi preferisce ignorare la denuncia e solo 16 mesi dopo, quando la sua poltrona è in pericolo per gli appetiti DC, la consegna al magistrato.
C'è di più. Alcuni membri dell'ufficio legale dell' INPS si pronunciano contro la denuncia di Aliotta (che il 14 febbraio 1966 sarà condannato a 4 anni e nove mesi) perché il "subappalto non è perseguibile penalmente".
Regolare, quindi, il turpe mercato, purché non si incorra in reati, e legittimi gli utili sui bambini, che vengono rastrellati per la maggior parte dalle organizzazioni religiose, fino dall'immediato dopoguerra quando la pontificia commissione di assistenza riesce a farsi assegnare da De Gasperi i beni della disciolta Gioventù italiana del littorio. Lo stato rinuncia così all'assistenza diretta, per metterla in gran parte nelle mani delle organizzazioni religiose. E un'operazione politica redditizia, e tutto il settore dell'assistenza diventa ben presto il centro di operazioni politiche e di faide di potere. Non a caso all'ONMI, ora disciolto, ci sono sempre notabili democristiani talora fiduciari vaticani, come Urbano Cioccetti, Angela Maria Gotelli, Giuseppe Caronia, Amerigo Petrucci, Clelio Darida. Il giro politico clientelare dell'ONMI viene alla luce nel gennaio del 1968 e porta all'arresto all'ex sindaco di Roma Amerigo Petrucci, sotto l'imputazione di peculato continuato
perché, quale commissario straordinario della federazione e del Comitato di patronato dell'ONMI di Roma, distraeva a proprio profitto, e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso commesse fra il 7 dicembre 1957 e il 3 agosto 1962, denaro appartenente all'ente predetto e di cui aveva il possesso per ragioni del suo ufficio, per un importo complessivo imprecisabile, che elargiva o faceva elargire perseguendo e conseguendo fini di personale profitto elettorale e di strumentalizzazione politica dell'ente, in numerosi casi senza che neppure ne ricorressero le prescritte condizioni, questi ultimi per un importo di L. 11.503.656 relativo ai soli sussidi presi in esame in limitato numero, in forme di assistenza indiretta (sussidi, ricoveri, affidi, etc). nelle quali per le citate finalità e in contrasto con le disposizioni della sede centrale dell'ONMI, impegnava somme di denaro in gran lunga eccedenti gli stanziamenti autorizzati, così creando ingenti disavanzi di gestione.
Vi sono altre imputazioni che riguardano i "profitti politici" di Petrucci nella gestione dell'ONMI. Quando Petrucci diventa sindaco subirà il ricatto di un suo compagno di partito, Dario Morgantini, ed ecco ancora un capo di accusa
per avere Amerigo Petrucci preso interesse privato direttamente, quale sindaco del comune di Roma, in atti del suo ufficio e precisamente nella deliberazione d'urgcnza in data 22 luglio 1964 della giunta comunale da lui presieduta, proponendo e concorrendo a deliberare la nomina del Morgantini a rappresentante del Comune presso il consiglio d'amministrazione dell'opera pia "F. Di Donato", allo scopo di favorire il Morgantini e per procurarsi l'impunità dei reati di peculato e di interesse privato di cui sopra, che lo stesso Morgantini aveva minacciato di denunciare alle competenti autorità.
L'imputazione viene estesa anche a Morgantini, ma il 24 aprile 1972 Petrucci sarà assolto e potrà diventare deputato e quindi sottosegretario alla Difesa. Al processo contro Petrucci e soci balza a tutto tondo la figura di una religiosa, il cui nome era già venuto alla ribalta al tempo dello scandalo Aliotta. È suor Flaviana Venturi, vicaria delle Serve di Santa Maria Riparatrice. Presso il suo istituto di Rojo in Abruzzo sono ricoverati infatti i bambini che le ha affidato la federazione romana dell'ONMI. Negli anni '50 l'ordine al quale appartiene suor Flaviana è poverissimo: arredamento rozzo, giacigli primitivi nelle modestissime sedi. Nel giro di pochi anni la scena si capovolge: le pie suore diventano proprietarie di ville, parchi, preventori, colonie, cliniche, aree edificabili. E le varie sedi sono sontuose: icone autentiche, argenteria cesellata, splendidi tappeti e opere d'arte che portano perfino firme come quelle del Verrocchio o di Jacopo della Quercia. E naturalmente non mancano liquori di marca e sigarette estere (ne vengono scoperte varie casse nel 1968 dalla Guardia di finanza), probabilmente di provenienza vaticana.
Il patrimonio amministrato da suor Flaviana Venturi - scrive l'Epresso il 18 febbraio 1968 - è ormai dell'ordine di 10 miliardi.
Sulla maggior parte delle operazioni compiute non ha pagato una lira di tasse: per i terreni di Passoscuro, acquistati nel 1964, il ministro degli Interni, Rumor, propose al presidente della Repubblica, Segni, di decretarne l'esonero. Esonero che fu concesso in vista delle "alte finalità" a cui i terreni erano destinati: suor Flaviana aveva dichiarato in effetti che vi avrebbe costruito un grande preventorio. Vi ha invece costruito delle ville, con discesa al mare, e le ha rivendute a prezzo di affezione.
Sulle opere d'arte e gli oggetti di antiquariato, di cui ha riempito gli "umili" preventori di Rojo e di Santa Marinella, la guardia di finanza ha scoperto che non è stata pagata neanche l'imposta sull'entrata.
Nella sontuosa dimora di Rojo si ritrovano spesso, negli anni '60, oltre ai dignitari dell'ONMI anche il vescovo monsignor Fiorenzo Angelini, l'onorevole Giulio Andreotti, il senatore Antonio Bonadies.

Perché l'affare dell'assistenza ai minori frutti bene bisogna che anche gli enti di controllo entrino nella partita.
L'esempio dei Celestini di Prato retti da padre Leonardo è illuminante. Si sapeva delle orrende punizioni corporali, della fame, dei bimbi che litigavano per una buccia di banana, delle sevizie dei guardiani i quali costringevano i ragazzi a fare con la lingua delle croci per terra. Gli insegnanti si accorgevano che i «celestini» arrivavano a scuola stanchi, laceri, che avevano croste e pidocchi, giungevano segnalazioni al Provveditorato agli studi di Firenze ma lì si arenava tutto. Il medico scolastico esprimeva alle autorità sanitarie le sue preoccupazioni, ma al più ci si limitava a raccomandare maggiore igiene. E allora i bambini dovevano fare lo sciampo col DDT.

Il Comune di Prato nel 1963 pubblicava il "libro bianco" sulla situazione dell'istituto di padre Leonardo. Ma il prefetto spiegava tutto con "una crisi di crescenza del Rifugio Maria Vergine Assunta in Cielo", e lodava l'attività "disinteressata e ammirevole di padre Leonardo", che peraltro era nelle grazie di monsignor Fiordelli, quel vescovo che definì concubini due giovani unitisi in matrimonio col rito civile. Per mettere finalmente sotto processo padre Leonardo e i suoi complici diretti (non già contro coloro che lo protessero con i loro silenzi) ci sono voluti tre morti, tre episodi tragici verificatisi tra il marzo e l'agosto del 1965.33

La solida struttura speculativa degli Istituti di assistenza è l'ostacolo principale alle adozioni. C'è in proposito una testimonianza insospettabile, quella del padre gesuita Giacomo Perico, del Centro di studi sociali di Milano. In un convegno tenuto nel marzo 1970 a Lecce padre Perico dice: "Ho passato l'estate scorsa visitando circa 200 istituti. Ho visto cose incredibili, persino bambini sani ammucchiati nelle stanze degli adulti ammalati mentali. In un istituto mi è stato detto: «Vuole adottare un bambino? Ma lo lasci qui che è meglio: ci mandi 12 mila lire al mese per lui e la sua opera buona l'avrà fatta». Padre Perico parla poi di una lettera inviata dalla supcriora di un pontifìcio istituto femminile del Sacro Cuore a un "benefattore": "Stia tranquillo che di qui i bambini non usciranno. Sono le assistenti sociali che si sono messe in testa di toglierceli ma il vescovo si è fatto sentire con loro e non verranno più a disturbarci". Non si fanno le ispezioni negli istituti e quando affiorano reati si cerca di occultarli. L'on. Angela Maria Gotelli, che il suo avvocato difensore definisce imprudentemente "angela di nome e di fatto", viene processata nel 1971 per la mancata sorveglianza dell'ONMI sui vari istituti, ma non sente neppure il bisogno di fare l'autocritica34

È "normale" che non vi siano ispezioni. Ed è allora "normale" che nel 1972 i prefetti di Forlì e di Ravenna, come denunciano in un'interrogazione al ministro dell'interno i deputati comunisti Sergio Flamigni, Adriana Lodi, Carmen Zanti Tondi, Luciana Sgarbi e Nives Gessi, inviino "una circolare a tutti i presidenti degli istituti pubblici e privati per il ricovero di minori della Romagna, per ostacolare l'indagine conoscitiva della Regione e degli enti locali sugli istituti che ricoverano i minori, invitandoli a non fornire notizie riguardanti il funzionamento e l'attività dei rispettivi istituti..".35


31 "l'Unità" del 16 gennaio 1972 scrive che vi è un intervento anche del sottosegretario agli interni, il quale chiede una copia del rapporto. Il dottor Marra gliela rifiuta. Qualche tempo dopo sarà trasferito al posto di frontiera di Tarvisio.

32 Al processo l'avvocato civilista Domenico Pagano, che aveva assistito suor Colomba in alcune vertenze giudiziarie, dichiara che la donna gli era stata segnalata dall'onorevole Domenico Larussa (ex sottosegretario DC, passato poi al PLI) "al quale a sua volta l'aveva indirizzata il vescovo di Frascati monsignor Liverzani". Aggiunge l'avvocato Pagano che la donna aveva fatto testamento in favore "del vescovo in persona" (cfr. "Corriere della Sera", 7 dicembre 1971). Contro il vescovo viene instaurato poi un procedimento penale che non avrà seguito. Cfr. "Il Messaggero", 29 dicembre 1971.

33 In primo grado vengono condannati alcuni religiosi ma padre Leonardo, che deve tra l'altro rispondere di omicidio colposo per la morte di Santino Boccia, viene assolto per insufficienza di prove. Al processo d'appello il 16 giugno 1971 vengono ridotte le già miti pene inflitte ai sorveglianti., Le condanne sono: un anno e otto mesi per frate Ludovico, un anno e tre mesi a frate Luciano, tre anni e otto mesi a suor Teofila, due anni e otto mesi a suor Lucia. Tutte le pene vengono condonate.
Sulla materia dell'assistenza ai minori e sulle speculazioni che vi prosperano cfr. "Il paese dei Celestini", a cura di B. Guidetti Serra e F. Santanera, Torino 1971 e G. ALASIA, G. FRECCERO, M. GALLINA, F. SANTANERA, "Assistenza, emarginazione e lotta di classe", Milano 1975.

34 L'onorevole Gotelli viene condannata in primo grado a quattro mesi, ma sarà assolta in appello

35 Camera dei deputati, V legislatura. Resoconti sommari. 22 Febbraio 1972, p. 28.


Alla conquista dello Stato

Agli inizi degli anni 60, l'aggregato di forze sociali col quale la DC, a partire dal '48, ha cementato il suo blocco interclassista impone ancora i suoi "dazi" parassitari al potere. Contemporaneamente, al suo interno, si manifestano nuove tensioni. Gradualmente ma incessantemente, assumendo il ruolo permanente di partito-Stato nella direzione del Paese, la DC, da una parte continua a provvedere al controllo delle fonti tradizionali di compensi e spartizioni imprenditoriali assicurati dall'amministrazione degli enti locali e delle grandi opere pubbliche; dall' altra sperimenta le sue capacità di polo catalizzatore della piccola e media borghesia, attirandone ed insediandone i vertici alla testa delle principali industrie pubbliche.

Il rischio di "isolamento", che De Gasperi ancora avvertiva all'indomani dei risultati elettorali del 18 aprile '48, quando il suo partito, da solo, arrivò a sfiorare la maggioranza assoluta dei suffragi e che egli individuò nella circostanza che in Italia "banche, editoria, grosse industrie, proprietà terriere sono ancora in mano ad uomini i quali sono in fondo degli anticlericali rinsaviti dalla paura", viene affrontato aggirando l'ostacolo: creando, cioè, un "governo parallelo" fondato sull'economia pubblica, alimentandolo con cospicui flussi finanziari, agevolazioni creditizie e dotazioni di capitale e facendone il braccio mediatore fra establishment industriale preesistente, vecchi gruppi di interesse organizzati, nuove istituzioni statali saldamente possedute. Nel 1953 nasce l'ENI, dopo che nel 1948 l'IRI era stato riorganizzato e mentre ancora funziona il FIM, Fondo per il finanziamento delle industrie meccaniche con il compito di erogare finanziamenti politici all'industria privata; nel 1958 sorgono l'EGAM, l'EAGAT; nel '61 inizia il boom delle autostrade; l'EFIM viene costituita nel 1962, prima con sostanziali motivazioni di efficienza ed imprenditorialità monosettoriale, poi straripando verso nuovi settori. Nel periodo '45/'60, il sistema delle partecipazioni statali si consolida e si espande innestandosi sul tronco della cultura efficientista cattolico-liberale che conquista a poco a poco ai propri esponenti tutte le leve dell'economia nazionale, la sprovincializza, coniuga capitale pubblico e privato e, soprattutto, fa scuola di imprenditorialità moderna inedita in Italia.

L'industria di Stato crea ed alleva un'omologa "borghesia di Stato", che diviene il più consistente supporto di quel progetto post-degasperiano di affrancamento del partito dalle ipoteche più conservatrici e dal collateralismo delle associazioni confessionali. Senza rinunziare all'intesa con le forze finanziarie e speculative e fiancheggiandole, esso' punta essenzialmente all'occupazione e gestione in proprio dei principali centri del parastato, delle istituzioni distributive di pubblico danaro nell'industria ed in agricoltura, dell'organizzazione bancaria, nuovi gangli potenziati del sistema. È del 1961 la legge numero 1470 che istituisce presso l'IMI, allora diretto da Silvio Borri, vera e propria banca industriale pubblica, una gestione speciale per conto dello Stato, incaricata di concedere prestiti agevolati alle imprese che il ministro dell'industria e commercio di allora, onorevole Emilio Colombo, prima doroteo, poi capocorrente di 'Impegno democratico', è autorizzato a definire discrezionalmente "meritevoli" anche se respinte dal sistema bancario ordinario per insufficienza di garanzie.

Una volta gettate queste teste di ponte, che andranno ampliandosi fino a divenire veri e propri moderni feudi e potentati sociali, il partito dominante è in grado sia di spingere innanzi la rotazione del suo gruppo dirigente garantendo la continuità da "partito dei cattolici" a quello dossettiano "dell'umanesimo integrale"1 sia di operare la "svolta a sinistra" che Pietro Nenni giudica "possibile" al congresso di Milano del PSI del marzo 1961. Un mese dopo, John Kennedy dichiara di guardare con "prudente simpatia" alla svolta, nel corso dell'incontro con Amintore Fanfani, per la terza volta presidente del consiglio, per la prima volta con l'astensione socialista. Realisticamente cinque mesi dopo, il professore Vittorio Valletta, consigliere delegato della FIAT, sancisce: "Il governo di centro-sinistra è un frutto dello sviluppo dei tempi. Non si può e non si deve tornare indietro. Io sono un fautore del centro-sinistra".2 Un "nuovo modo di governare" nasce come esigenza di affrontare le domande poste dalla rapida ondata salariale che riduce i margini delle imprese soprattutto esportatrici e dalla integrazione nella Comunità Europea che impone prezzi agricoli determinati da paesi con colture di gran lunga più produttive delle nostre. Il gruppo dirigente moroteo, utilizzando le aggiornate dimensioni del Governo, riuscirà a deformare "la grande strategia riformatrice" in una formula parlamentare di centro, caratterizzata dall'adesione del PSI e dalla valorizzazione di un capillare apparato di burocrazia pubblica che può cooptare, in modo indolore, nuovi dirigenti promuovendoli dalle file degli alleati socialisti, a condizione che essi si lascino coinvolgere in operazioni disinvolte e collaborino al processo di autoriproduzione del potere centralizzato.3 Contemporaneamente, progredisce la riforma delle strutture finanziarie del Vaticano, impostata da Paolo VI. L'Istituto Opere di religione, fondato da Pio XII con il mandato di amministrare i fondi versati dallo Stato italiano in applicazione del Concordato, si trasforma in banca di affari della Santa Sede, asse della speculazione immobiliare, guidata da monsignor Paul Marcinkus, cittadino nordamericano, originario di Cicero nello Stato dell'Illinois, che aggancia solidi rapporti con la Chase Manhattan Bank di David Rockefeller, la Banque de Paris et des Pays Bas dei Rothschild e stabilisce accordi preferenziali con la Continental Illinois Bank, specializzata in finanziamenti ad industrie belliche. Il suo presidente David Kennedy figura nel consiglio di amministrazione della Banca Franklin di Michele Sindona.4 Di lui e del suo groviglio di complicità statali risentiremo parlare. A lato di quello visibile, comincia, intanto, ad aggregarsi un "governo invisibile", una sorta di supergruppo di pressione politico-militare, che, imperniato sugli organi repressivi dello Stato e sui servizi di spionaggio, sulla destra finanziaria e politica, sulla rete di agenti occidentali che in Italia risiedano attivamente e più direttamente sulla Centrai Intelligence Agency (CIA), dall'inizio convoglia fiumidi dollari nelle casse di partiti e degli uomini di governo del "socialismo democratico", della destra sindacale ma soprattutto della DC sino ad allestire i colpi di Stato dell'estate 1964 e del dicembre 1970 e ad incentivare successivamente lo sviluppo della cosiddetta "strategia della tensione", terrorismo in funzione deterrente contro l'evoluzione a sinistra del quadro politico e sociale.
La trinità repressiva corpi separati-Vaticano-CIA tesse insomma, in quest'anni, la sua rete.5


1 Per le origini ideologiche e gli sviluppi politici di questo processo fino alla vigilia degli anni 60, cfr. Gianni Baget-Bozzo, Il Partito Cristiano al potere, La DC di De Gasperi e di Dossetti, Firenze 1974, vol. II. 2 VITTORIO VALLETTA, in "Il Messaggero", 26 giugno 1962. 3 Tutto il ciclo è esposto chiaramente nel saggio di VALERIO CASTRONOVO, Economia e classi sociali in L'Italia contemporanea (1945-1975), Torino 1976, PP. 8-55. 4 Il circuito internazionale valuta/banche, destra politica ed economica è saldato, in questo caso, dai rapporti esistenti tra David Kennedy, già consigliere al tesoro dell'amministrazione Nixon ed il deputato del MSI, Luigi Turchi, il quale, durante la campagna elettorale presidenziale, organizzò comizi ed incontri tra gli italiani d'America e ricevette un ringraziamento ufficiale riportato anche dall'agenzia ANSA in Italia, da parte di Mike Eisenhower, capo dell'esecutivo elettorale del presidente uscente e rieletto. Cfr. anche ANGELO SILVIO OBI, Banca padrona, Milano 1976.

5 La definizione "governo invisibile" è contenuta nel libro degli americani David Wise e Thomas B. Ross dedicato alla CIA e ripresa da GIORGIO GALLI, La crisi italiana e la destra internazionale, Milano 1974, pp. 32 segg.


Oggi non si vola

Il vecchio modo di governare (favori alla rendita fondiaria in cambio di voti e di sostegno alla dirigenza politica) è tutt'altro che archiviato, agli inizi del nuovo decennio, anzi presenta pubblicamente i suoi conti, protetto da tutta la politica emissiva e permissiva degli anni 50. "Tutte le volte che divento presidente del consiglio accade uno scandalo" dice con maliziosa amarezza l'onorevole Amintore Fanfani, in carica col suo terzo governo dal 26 luglio 1960. Anche stavolta, la puntualità viene osservata. "Quelli che nascondono il braccio dopo aver lanciato colpi bassi, saranno un giorno scoperti", replica allusivamente l'onorevole Giulio Andreotti, ministro della difesa.6 Entrambe le espressioni, sibilate come un avvertimento ed una reciproca minaccia, da personaggi schierati su posizioni allora contrapposte, confermano l'origine non casuale ne moralizzatrice ma manovrata degli scandali dell'epoca. A tré mesi dall'inaugurazione, nell'aprile del 1961, sprofonda la pista numero 1 del nuovo aeroporto civile di Fiumicino, la cui progettazione ed esecuzione era stata inizialmente concentrata nelle mani dell'aeronautica militare. Alla Camera dei deputati il 27 aprile7 l'onorevole Giulio Andreotti, deputato di Roma con il sostegno delle associazioni cattoliche di massa e non sgradito al patriziato di Curia, chiamato in causa dai deputati comunisti Claudio Cianca, Aldo Natoli ed Otello Nannuzzi, replica smentendo "d'aver saldamente patrocinato la scelta del terreno acquitrinoso" sul quale venne progettata, costruita e collaudata la pista di 3.900 metri pavimentata in calcestruzzo e cemento, la cui testata nord all'incrocio con la pista numero 2 era andata avvallandosi fino a spaccarsi senza neppure sorreggere un aereo. I terreni erano di proprietà della duchessa Anna Maria Torlonia, vedova Cesarini Sforza, erede di Giovanni, patrizia vaticana, genitrice del marchese Alessandro Gerini, protagonista alcuni anni prima di un "classico" fiscale di stile gogoliano.

Proprietaria di 10.566 ettari di terreno nelle Bonifiche pontine, nei Colli romani e nel Fucino, di palazzi per 896 vani dichiarati solo nel centro di Roma, di azioni della Teti, della Centrale e della Romana, un patrimonio complessivo prudenzialmente valutato in venti miliardi nel 1950, Maria Sforza Cesarmi Torlonia paga, nel 1948, 804 mila lire di imposta di famiglia, calcolata sul reddito annuo di 5 milioni; l'anno successivo ne paga 802 mila; nel 1950 un milione e 400 mila lire su un reddito elevato da 5 a 10 milioni. Senonché nel 1951 la duchessa, documenti alla mano, "dimostra" di avere venduto ben seimila ettari della terra che possedeva e i funzionari del fisco le riducono l'imposta di famiglia a 339 mila lire. Maria Sforza Cesarini Torlonia chiede un'ulteriore riduzione. La duchessa sarebbe stata accontentata se non fosse venuta a galla la vera storia della vendita dei seimila ettari. La storia è la seguente. A pochi giorni dalla legge sulla imposta straordinaria sul patrimonio, promulgata il 28 marzo 1947, i seimila ettari vengono ceduti in enfiteusi, a scopo di bonifica, a dieci società costituite tutte un mese prima, tutte lo stesso giorno, presso lo stesso notaio, con l'identico capitale sociale di 900 mila lire, con la stessa indicazione delle attività sociali. Novecentomila lire non sono certo sufficienti per bonificare 600 ettari in media, ma in realtà non c'era da bonificare nulla. La bonifica era stata, infatti, effettuata in periodo fascista col massiccio contributo dello Stato che aveva pagato l'87,50 per cento delle spese per opere idrauliche e il 38 per cento delle spese per migliorie fondiarie. E anzi per la bonifica effettuata col denaro dei cittadini la duchessa si era vista assegnare dal regime la Stella d'oro al merito rurale. Ma allora perché nel 1947 quei terreni figurano da bonificare, con tanto di attestazione del ministero dell'Agricoltura? Il fatto è che se la vendita avesse riguardato terreni normali bisognava versare all'erario 120 milioni. Avvalendosi invece di alcune disposizioni di legge sul regime fiscale delle bonifiche. Maria Sforza Cesarini Torlonia paga appena 28 mila lire. Le dieci società sono intestate a un mazzo di teste di paglia8. Vendita fittizia, quindi. Infatti negli anni successivi il grano prodotto nei seimila ettari viene conferito all'ammasso in nome e per conto della duchessa che riscuote i relativi pagamenti. Addirittura, Maria Sforza Cesarini Torlonia incomincia a vendere lotti dei terreni che, almeno formalmente, non sono suoi. Per il fisco la donna figura contemporaneamente proprietaria e 'non proprietarià dei seimila ettari: proprietaria in quanto continua a pagare la tassa fondiaria su quei terreni; 'non proprietarià in quanto in seguito alla vendita non paga più alcuni tributi quali l'imposta di famiglia e la complementare sul reddito.

Ma torniamo alle zolle d'oro di Fiumicino. Quando i terreni, per complessivi 94.146,45 ettari, furono acquistati dalla pubblica amministrazione il prezzo e l'indennità furono fissati in lire 45 al metro quadrato, mentre un terreno attiguo fu pagato da un privato, che lo acquistò dalla stessa duchessa Torlonia, 7 lire e tre anni dopo l'industriale alberghiero Bettoja negoziò e pagò altri 60 ettari dello stesso tondo lire 3 il metro quadrato. La spesa media sopportata dallo Stato, registrata in 37 distinti verbali di cessione e di contemporanea liquidazione di conti, stipulati tra il gennaio del 1954 ed il giugno 1961, fu per ciascun ettaro di proprietà Torlonia di lire 721.184, delle quali circa 428.000 per l'indennità; 270.000 come risarcimento di danni per "ritardato pagamento" e 18.000 per interessi.
L'Ufficio tecnico erariale di Roma, interpellato il 27 aprile 1950, aveva fissato i valori per ettaro in 140.000 lire, rilevando che il loro prezzo doveva essere ulteriormente ridotto del 20 per cento, "per tener conto del diminuito valore dei terreni in conseguenza della preannunziata riforma agraria e della loro posizione"9. La cifra di 428.000 lire per ettaro venne corrisposta in dissenso non solo con l'Ufficio tecnico erariale ma in netto contrasto con la perizia degli ispettori del Ministero dell'agricoltura Domenico Orsi e Giuseppe Carlino ed in aperta contraddizione con i calcoli del Demanio aeronautico. Oltre all'onorevole Andreotti, titolari dell'operazione finanziaria risultarono essere l'onorevole Giuseppe Togni, ministro dei Lavori pubblici, democristiano, e l'onorevole Randolfo Pacciardi, repubblicano, ministro della Difesa. Già nel 1952, i senatori comunisti Umberto Terracini e Francesco Spezzano avevano rivolto un'interrogazione ali'onorevole De Gasperi per segnalare le irregolarità della vicenda e chiedere interventi energicamente correttivi. Per circa dieci anni, non ebbero risposta alcuna.10
Tutto un sottobosco aggrovigliato di funzionari intriganti, di consiglieri interessati, di tecnici asserviti, di prelati secolarizzati, di ministri compiacenti, disattenti, assenti o alternativamente superpresenti sfila innanzi alla Commissione parlamentare d'inchiesta stabilita dal Parlamento per far luce sui fatti di Fiumicino. Risulta che amministratore fortunato ed intraprendente dei feudi Torlonia è l'ex gerarca fascista Nannini. Si scopre che la primitiva sede suggerita il 29 luglio 1947 dalla commissione tecnica presieduta dal generale Attilio Matricardi per l'insediamento dell'aeroporto è l'area di Casal Palocco. Essa viene scartata a favore di quella dei Torlonia a Bonifica di Porto dove i sondaggi furono eseguiti empiricamente in una sola mattinata, limitati ad una falda del tutto superficiale di 15 metri, conclusi in modo approssimativo con voto positivo e con l'affermazione che "a Fiumicino non vi era acqua" mentre successivamente venne constatato che se ne poteva pompare per soddisfare gli usi civili dell'intero comparto. La benevola condiscendenza dei tecnici e l'arrendevolezza del ministro vennero spiegate con la doppia circostanza che la Società generale immobiliare, allora perla del Vaticano, calamità di speculazioni edilizie tradizionali per il "generone" altoborghese romano e per la nobiltà dei Galeazzi, Chigi, Ferraioli, Orsini, Torlonia, aveva messo gli occhi su Casal Palocco e voleva insediarvi, come di fatto avvenne, lotti abitativi squallidi e scadenti. Sulla stessa zona stava muovendosi la società multinazionale Italcable, che riuscì a strappare dal Ministero dei lavori pubblici la decisione che i sondaggi per l'aeroporto fossero eseguiti dalla società IRIES, sua concessionaria, la quale sanzionò definitivamente la preferenza per Fiumicino. La Società generale immobiliare andò oltre. Ottenne che il progetto esecutivo di tutti gli uffici della costruenda aerostazione e delle piste di volo fossero affidate all'ingegnere Mario Ricchelli, ex ufficiale, retribuito dai Lavori pubblici con 6 milioni di lire per l'incarico eseguito. Con quali criteri fu scelto il professionista? Egli era un fidato dipendente, regolarmente in forza, presso la Società immobiliare.

Tutto il meccanismo veniva intanto accentrato dalla direzione generale dell'aviazione civile e per essa dall'Ufficio progetti, diretta dal colonnello in servizio permanente effettivo Giuseppe Amici. L'11 ottobre 1961, la Commissione d'inchiesta interrogava il colonnello. "Tra le sue conoscenze vi è anche quella dell'ex sottosegretario di uno dei governi fascisti, Nannini?" "Sì", risponde Amici con spavalderia e aggiunge: "E' una persona che stimo molto, con la quale sono in ottimi rapporti". "Ma lei sa che il dottor Nannini è amministratore della duchessa Torlonia?" "Sì, lo è ed io lo sapevo", ribadisce Amici. "Conosce la ditta edilizia Manfredi?" domanda l'onorevole Aldo Bozzi, membro della Commissione. "Certo, la conosco", insiste Amici. Alla ditta Manfredi fu affidata la costruzione della pista numero 2 ed ugualmente "note" all'interessato risultarono la ditta Provera e Carrassi, la ditta Castelli (una famiglia con due monsignori nelle proprie file) che conquistarono fette importanti di opere nei vari progetti. La Commissione accertò che all'Amici venne data dal Ministero della difesa "carta bianca" per l'esecuzione di tutti i lavori e che egli la usò disinvoltamente. Il colonnello in sette anni distribuisce 24 miliardi di lire a trattativa privata, senza che un pilone sorga dal suolo. Risulta anche che la ditta Anselmo Fusari, alla quale fu aggiudicato l'appalto di trasporto e fornitura di materiali da cava e delle escavazioni per complessivi 800 milioni di lire, ha come amministratori il figlio e la moglie di Amici. Essi inoltre sono soci in altre quindici società immobiliari. L'intraprendente colonnello traffica inoltre con tal Mario Travaglini, semplice muratore già alle sue dipendenze e che, per questa qualità, ottenne l'appalto, con gara ufficiosa, della costruzione di tré fabbricati la cui perizia fu aumentata senza evidente necessità di 5 milioni e 996 mila lire".

Ancora più influenti furono altri due personaggi. In stretti rapporti con l'Amici risultò monsignor Fiorenzo Angelini, organizzatore del Centro Internazionale Pio XII "Per un Mondo Migliore" e successore di Padre Lombardi ispirato "microfono di Dio" nelle combattute campagne elettorali romane, titolare di un complesso di opere valutate all'epoca oltre 1 miliardo e mezzo. Altro sodale fraterno è il dottor Maltarello, presidente nazionale dell' Azione cattolica che, nei primi mesi del 1960, era intervenuto maestosamente alla inaugurazione della nuova sede del Comitato civico a Roma, come risulta da una fotografia che lo ritrae tra il colonnello e l'onorevole Andreotti, successore a suo tempo di Aldo Moro alla presidenza dell' Associazione nazionale universitari di Azione cattolica.
Nella seduta tesa ed agitata del Senato del 26 gennaio 1961, quando i fatti sono noti ma l'inchiesta non ancora decisa, Umberto Terracini chiede a bruciapelo all'onorevole Andreotti: "Lei esclude che questo colonnello Amici avesse, direttamente od indirettamente, cointeressenze con le ditte appaltatrici?" Andreotti esclama, netto: "Lo escludo" e poi si dilunga aggressivo: "Nulla di censurabile è emerso nei suoi confronti e non sono pertanto accettabili gli strali che vengono lanciati contro questo colonnello. Chi fa osservazioni gravi contro di lui non appartiene al numero delle persone oneste"12. Su questo argomento, la relazione finale della Commissione parlamentare d'inchiesta è di tutt'altro avviso e conclude con severità: "Affrettatamente il ministro Andreotti ha riferito al Senato gli accertamenti fatti tra i suoi servizi nei confronti del colonnello Giuseppe Amici, assumendone la difesa mentre agli atti della Commissione parlamentare sono state acquisite prove che denunziano attività irregolari di detto ufficiale".13 Inoltre, la commissione ingiunge "che debba essere immediatamente instaurato procedimento disciplinare nei confronti del colonnello, contestandogli l'attività imprenditoriale da lui svolta in violazione della legge". Il colonnello Amici diverrà direttore generale dell' aviazione civile (benché il generale De Martino, incaricato di una successiva indagine amministrativa, ne solleciti l'esonero); farà parte della Commissione del piano regolatore di Roma varato sotto l'amministrazione di Urbano Cioccetti sindaco andreottiano, secondo saccheggiatore di Roma dopo il sindaco Rebecchini e sarà promosso generale dell' arma "per meriti distinti".

Nella stessa seduta del Senato l'onorevole Benigno Zaccagnini, ministro dei Lavori pubblici in carica, aveva ribadito: "Credo di avere esposto, senza nascondere nulla, la parte formale, che io ritengo sostanziale, che conferma la correttezza dell'impostazione di tutti i lavori".14
Eppure, proprio dall'ufficio stampa del ministro dei Lavori pubblici, era uscita il 17 novembre del '60 la prima secca bordata di accuse contro i responsabili dell'aeroporto definito il più "discusso del secolo".15 A conclusione della seconda nota, l'articolista concludeva, evidentemente non a caso: "Le persone dell'onorevole Fanfani, presidente del consiglio e dell'onorevole Zaccagnini offrono le maggiori garanzie. Si teme, però, che la catena degli interessi creati e delle vaste complicità riescano a dimostrare che non tutto va nel migliore dei modi". Il 20 dicembre, la stessa fonte insiste sul quotidiano L'Avvenire d'Italia intitolando l'articolo Trentun miliardi spesi per nulla a Fiumicino, l'aeroporto nato di venerdì ed uscendo allo scoperto firma con nome e cognome: Gustavo Selva, capo dell'ufficio stampa dell'onorevole Fanfani al Lavoro e poi dell'onorevole Zaccagnini "a lui legato da rapporti di antica amicizia".
"È ancora capo del suo ufficio stampa?" chiede il presidente della Commissione d'inchiesta all'onorevole Zaccagnini. "È andato via da cinque o sei mesi". "È stato 'licenziato o si è dimesso lui stesso?" "Poiché nel quadro di attività della RAI-TV si è reso 'libero un posto di corrispondente da Bruxelles per i problemi del Mercato Comune, egli stesso ha ritenuto utile accettarlo, giovando questo posto maggiormente alla sua carriera", spiega il ministro. Sul suo comportamento i commissari d'inchiesta meno accondiscendenti di Zaccagnini ammoniscono:

Vi è un aspetto non chiaro sul quale la Commissione parlamentare ritiene di dover pronunciare una parola di censura. Ed è nei confronti di chi, essendo capo dell'ufficio stampa del ministro dei Lavori pubblici e avallando quindi con l'autorità di tale posizione le sue affermazioni, ebbe in un primo tempo a lanciare mediante la pubblicazione sull'Agenzia Italia di alcune Note non diramate gravi accuse di deficienze funzionali e strutturali dell'aeroporto e di illecite ingerenze e di corruzione, per ritrattare in un secondo tempo le severe critiche formulate. La Commissione si riferisce all'azione svolta dal dottor Gustavo Selva che aveva un rapporto di servizio con lo Stato verso il quale avrebbe dovuto osservare le regole di riservatezza e di buon gusto imposte dallo statuto giuridico ad ogni pubblico ufficiale dipendente [...] È questa una forma di malcostume [...] tanto più grave nel caso in esame in quanto le affermazioni di stampa e di agenzia non appaiono determinate dal desiderio di punire malefatte o di veder chiaro sui problemi tecnici di Fiumicino ma da finalità di lotta politica, addirittura di lotta personale16".
Il dottor Gustavo Selva ha proseguito brillantemente la sua carriera fino a ricoprire attualmente il'incarico di direttore del GR1 della RAI.
Sono diciassette le pagine con le quali la commissione d'inchiesta riassume le censure e indica le misure urgenti da adottare su tutta la materia, mentre chiede la continuazione delle indagini su alcuni aspetti particolari. L'aeroporto è costato prima 15 miliardi, poi 24, indi 36, infine circa 80. Nella sua costruzione e nelle procedure seguite sono state riscontrate, testualmente,
"disfunzioni, errori, difetti, deviazioni, sperperi, violazioni delle norme sulla contabilità dello stato, erogazioni fuori bilancio, mancata valutazione idonea nella scelta dei suoli, omessa vigilanza tecnica e amministrativa, inammissibile ricorso alla trattativa privata, adozione di varianti non previste con conseguente lievitazione dei costi, liquidazioni di spese per oltre 4 miliardi di lire senza copertura finanziaria."
Una delle pagine più motose, in un primo momento sommerse nella grande palude di Fiumicino e poi riemerse, riguarda l'assegnazionedelle due opere principali, l'aerostazione e l'aviorimessa. La prima viene aggiudicata alla ditta Provera e Carrassi che, secondo successivi accertamenti giudiziari, ne ricava un utile netto di 1 miliardo e 600 milioni. La ditta Castelli protesta per l'imprevista esclusione e in un baleno riesce a mettere le mani sull'altra quota. Il 13 luglio '58 essa invia una lettera per chiedere di essere interpellata dal Ministero dei lavori pubblici. Il 13 luglio la lettera viene spedita. Il 13 luglio giunge al ministero. Il 13 luglio l'onorevole Togni la esamina. Il 13 luglio vi appone in calce la firma con la dizione testuale: "Va bene". L'aviorimessa è appaltata. Sei anni dopo si scopre la spinta che ha messo le ali al meccanismo burocratico, solitamente più pigro.
Il consigliere istruttore dottor Antonio Brancaccio e il giudice Giulio Franco del Tribunale di Roma scoprono l'ingranaggio.
La ditta Castelli agiva a colpo sicuro, perché era venuta a conoscenza del fatto che la Provera e Carrassi, in cambio dell'appalto dell'aerostazione, si era impegnata a costruire gratuitamente la sede della DC all'EUR. Nel bilancio del 30 giugno 1961, tra le entrate della Provera e Carrassi relative all'aerostazione, figura in meno la somma di 695 milioni, 700 mila 161 lire. I giudici constatano che la somma è "corrispondente al costo del palazzo all'EUR contabilizzato nel bilancio della ditta Saler, costituita per l'occasione". La nuova denunzia contro l'onorevole Togni si impantanerà tra le quinte della Commissione inquirente. Con involontario o raffinato umorismo, l'onorevole Andreotti lo aveva difeso e definito come "uomo dal carattere propulsore a turbina elettrica".
Il 25 aprile 1958, alla vigilia delle elezioni politiche del maggio, Togni, grande artefice di opere pubbliche e private di partito sempre con fondi di Stato, poserà, infatti, a Livorno sedici prime pietre in cinque ore di visita ufficiale, pasto compreso.
Mentre "Il Popolo", quotidiano della DC, sfida il Parlamento scrivendo: "Gli uomini politici escono indenni da queste accuse su Fiumicino (ladrocini, indebiti arricchimenti) che ne investivano la moralità e la correttezza personale17" a conclusione del dibattito sui risultati dell'inchiesta, identico concetto viene sostenuto dall'onorevole Francesco Giorgio Bettiol, democristiano di estrema destra, che legge una requisitoria: non contro gli accusati ma contro "i temerari accusatori". Oratori di parte democristiana, dentro e fuori della Commissione, si alternano a difesa degli accusati. La Commissione d'inchiesta conclude, invece, a maggioranza, censurando l'onorevole Pacciardi, il ministro Andreotti e il ministro Togni per "aver consentito procedure e prese iniziative non sempre oggettivamente conformi alle regole 'della contabilità dello Stato poste a tutela della buona amministrazione".
Inoltre la Commissione dichiara che
l'uomo pubblico, soprattutto se ricopra od abbia ricoperto alte cariche dello Stato, ha il dovere di comportarsi in modo da evitare malevole interpretazioni e dicerie usando cautela più rigorosa di quella propria di ogni altro cittadino, [...] astenendosi dal chiamare parenti a far parte dei Gabinetti e delle Segreterie, controllando rigorosamente le qualità professionali e morali delle persone estranee all'amministrazione chiamate a collaborarvi sia pure con rapporto non stabile soprattutto negli uffici stampa.
Infine vengono formulati, esattamente, 12 richiami e richieste dalla commissione e sollecitate 5 precise misure; riformare la contabilità dello Stato; richiamare la pubblica amministrazione all'obbligo di un costante controllo sulle attività dei propri dipendenti; elaborare nuove norme circa l'attività personale dei ministri; porre allo studio la riforma del Consiglio superiore dei Lavori pubblici; accertare le ulteriori responsabilità di funzionari civili e militari; condurre a termine l'indagine del Ministero del tesoro sull'attività finanziaria relativa alle spese per l'aeroporto e dare notizia sollecita di tale indagine al parlamento. Quando si sta per passare al voto finale, si susseguono le affermazioni moralizzatrici, come alla vigilia di un commovente e liberatorio esame di coscienza collettivo. "Si tratta di ripulire la casa della democrazia da ogni traccia di spazzatura e di impedire che avventurieri politici la insozzino in modo irrimediabile", aveva già chiesto l'onorevole Giuseppe Saragat". "Se occorreranno, per consolidare il baluardo della libertà, tagli saranno compiuti senza esitazione perché è già stato preso un impegno solenne di un rinnovamento del costume e delle usanze della vita pubblica nazionale", assicura l'onorevole Fanfani.
L'onorevole Leonetto Amadei, socialista, in un intervento assai duro contro i responsabili di tutti i fatti di Fiumicino, ricorda che, fin da febbraio 1954, l'onorevole Mario Scelba, presidente del Consiglio, aveva preso impegno di iniziare una vera e propria battaglia per il risanamento morale convocando 5 direttori generali di tutti i ministeri ed impartendo ad essi direttive per un'azione ispirata alla più scrupolosa correttezza. "Pare che ve ne siate dimenticati", commenta l'onorevole Amadei. Il Consiglio dei ministri aveva successivamente nominato una commissione per esaminare le famigerate gestioni fuori bilancio insediando a capo di essa il senatore Luigi Sturzo. "Dei risultati non abbiamo più saputo nulla", sottolineava l'onorevole Amadei. Alla vigilia del centro-sinistra egli precisa che la svolta a sinistra non è soltanto una programmazione economica ma "l'esigenza della moralizzazione e di un rinnovamento che investe, con le strutture, il costume".
"Non potremo far nulla se non riusciremo a vincere prima di tutto la battaglia per la normalizzazione della vita pubblica", proclama nella stessa seduta l'onorevole Roberto Tremelloni, socialdemocratico. "Il male più grosso di cui soffriamo è l'eccesso di furbizia, di abilità manovriera, di subordinazione di interessi generali a quelli particolari," egli conclude. Come ministro della Difesa, Tremelloni sarà accusato, nel '70, di manovrare per impedire che luce completa venga fatta sugli eventi cospirativi del giugno-luglio 1964 e del colpo di stato vagheggiato dalla presidenza della Repubblica e dallo Stato maggiore generale. Quando si giunge al voto sulle responsabilità per Fiumicino, i propositi sfumano. I deputati comunisti presentano una mozione che, riprendendo le conclusioni della Commissione d'inchiesta, impegna il Parlamento a realizzare tutte le sue indicazioni, deplora 'i ministri Togni e Pacciardi, invita il ministro Andreotti a rassegnare le dimissioni. Votano a favore comunisti e socialisti, si astengono repubblicani e socialdemocratici, votano contro democristiani e liberali, si allontanano dall'aula per non votare i deputati del MSI ed i monarchici. La mozione viene respinta con 285 voti contrari e 211 favorevoli. La "moralizzazione" è solo l'abito della domenica, da non indossare nei giorni di lavoro.

Fuori è l'alba: le cinque del mattino del 19 gennaio 1972. Il giorno dopo, una delegazione del gruppo parlamentare del PCI guidata dal senatore Terracini presenta gli atti dell'inchiesta e il resoconto di tutto il dibattito al Procuratore generale presso la Corte dei conti. Il 14 maggio 1975, oltre 16 anni dopo, nel discorso d'insediamento del nuovo Procuratore generale, dottor Mario Sinopoli, risulta che della denuncia non si sa ancora nulla. A trent'anni dalla promulgazione della Carta costituzionale che avrebbe dovuto garantire una rigorosa salvaguardia della giustizia nell'amministrazione, egli è ancora costretto non a riferire ma promettere: "Senza arroganza, ma con fermezza, intendo raggiungere la nuova frontiera dell'immenso ed inesplorato continente interessato dal pubblico danaro." Delle riforme rivendicate dalla Commissione d'inchiesta non si farà più cenno. Il Popolo, organo della DC, spiegherà che "il problema della moralizzazione si è dovuto trascurare per respingere l'assalto eversore, per mantenere la stabilità democratica."19 Imperniato su una presunta ragion di Stato, chiave autoritaria di una autentica ragion di partito, tutto il sistema parassitario viene dalla DC nutrito e strumentalizzato ai fini di stabilizzazione sociale e di contenimento politico. Tutti gli interessi che le riforme dovrebbero colpire e non colpiscono risultano intangibili proprio perché essi sono "valori nella e della DC", ossia interessi di classi e di ceti (imprenditoria edilizia nella sua nuova fase finanziariaindustriale come nel caso di Fiumicino) che ne esigono e premiano un determinato comportamento di tolleranza e complicità.20


6 Cfr. discorso dell'onorevole Giancarlo Pajetta seduta della Camera dei Deputati del 20 gennaio 1962. 7 Camera dei deputati, Atti parlamentari, III legislatura, discussioni, pp. 20907 e segg.

8 La prima è Virginia Lotteringhi Della Stufa, socia in due società e amministratrice unica d'una terza, nuora di Maria Sforza Cesarini Torlonia. Naturalmente Virginia Lotteringhi Della Stufa appare col nome da ragazza; il secondo socio è una sorella di Virginia Lotteringhi Della Stufa; il terzo è un'altra sorella della signora Virginia, sposata con l'insegnere Mario Zoli; il quarto è l'ingegnere Mario Zoli; il quinto è Alessandro Lotteringhi Della Stufa, padre delle tré sorelle; il sesto è Silvio Medici, nipote della duchessa; il settimo Giovannni Rossi, fattore di fiducia della famiglia; l'ottavo è Giulio Benvenuti, usciere e custode dello studio dell'avvocato Filippo Ungaro, legale e consigliere della duchessa; il nono è Domenico De Farri, anch'egli addetto allo studio Ungaro; il decimo è Luisa Alessandri, ex istitutrice del figlio della duchessa Mario Sforza Cesarini; l'undicesimo è Clarice Alessandri, sorella dell'ex istitutrice; il dodicesimo Giovanni Rossi e il tredicesimo Ugo Soleri entrambi frequentatori di casa Sforza Cesarini Torlonia e amici di Silvio Medici.
Vi è una continuità storica, ideale e penale di questa casata, una fedeltà coerente sino all'ostinazione ed alla recidiva. Presidente del consiglio di controllo della Banca Romana che si era fatto prestare illegalmente 9 milioni, che aveva consentito remissione di biglietti di credito per 133 milioni mentre aveva diritto a metterne in circolazione solo per 60 era, appunto, il principe Giulio Torlonia. Correva l'anno 1893. Lo scandalo che ne derivò, toccando alcuni componenti della Real Casa e colpendo anche Francesco Crispi, già presidente del consiglio, contro il quale fu votata una censura della Camera, venne commentato da Federico Engeis sul Vorwarts. In un articolo intitolato "Il panamino", il "piccolo Panama italiano", egli scriveva: "Il Panama, il panamino, il fondo guelfo dimostrano che tutta la politica borghese contemporanea, sia la piacevole rissa dei partiti borghesi tra loro, sia la loro comune resistenza all'impeto della classe operaia non può essere condotta senza somme colossali di danaro; dimostrano che queste somme colossali vengono spese per necessità inconfessabili pubblicamente e dimostrano che i governi sono sempre più costretti per questi scopi inconfessabili a trovare danaro con mezzi inconfessabili. Noi prendiamo il danaro dove lo troviamo, diceva Bismarck che doveva intendersene. E 'dove lo troviamo' lo si è appena visto".

9 Cfr. Camera dei Deputati, Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d'inchiesta sulla costruzione dell'aeroporto di Fiumicino, Atti parlamentari, III legislatura, documento XI, n. 2, pp. 18-22. Le deposizioni dei testi sull'argomento del prezzo di cessione sono contenute nelle pagine da 3 a 28 dei Verbali, Documento n. 2-bis.

10 La circostanza è ricordata, senza ricevere smentite, dal senatore Spezzano nella seduta del senato del 25 gennaio 1961 (Resoconto stenografico dell'Assemblea, 34Ca seduta, volume Xxf, pp. 16030 sgg) e dall'onorevole Fausto Cullo del PCI nella seduta della Camera del 20 gennaio 1972.

11 Sull'interrogatorio del colonnello Amici e dei fatti che lo riguardano, cfr. Commissione parlamentare d'inchiesta sulla costruzione dell'aeroporto di Fiumicino, cit., pp. 28-30 sgg.

12 Senato della Repubblica, Resoconto stenografico dell'Assemblea, 341a seduta, volume XXI, pp. 16-149.

13 Commissione parlamentare d'inchiesta, cit., p. 47.

14 Senato della Repubblica, cit. p. 16146.

15 Cfr. Agenzia giornalistica Italia. Notizie non diramate, anno III, n. 78, Roma, 17 novembre 1960, l.'iissalio a Fiumicino; 21 dicembre 1970, n. 87 ancora su Fiumicino. Le "notizie non diramate" venivano regolarmente diffuse alla stampa con un bollettino speciale, e, in questa occasione, furono immediatamente riprese dai quotidiani nazionali. Paese Sera intitolò il servizio: Il ministro dei Lavori Pubblici, Togni, fugge in USA per il fallimento dell'operazione Fiumicino. La Commissione parlamentare d'inchiesta interrogò il direttore del quotidiano dottor Fausto Coe il direttore responsabile Fidia Gambetti ed il giornalista Angelo Aver, accusati di aver fornito notizie e circostanze sui lavori della commissione che poi risultarono veritiere. Essi avevano infatti scritto che la moglie dell'onorevole Pacciardi risultava proprietaria di appartamenti e socia di un'impresa con la signora Manfredi, consorte del titolare dell'importante ditta che aveva ottenuto cospicui appalti a Fiumicino. La relazione finale della commissione d'inchiesta conclude: "Sarebbe stato preferibile, che l'onorevole Pacciardi nel tempo in cui fu ministro della Difesa, avesse svolta azione per dissuadere la propria consorte dal compiere l'acquisto di un appartamento dal titolare dell'impresa Manfredi" (Commissione d'inchiesta, cit. p. 47).

16 Commissione parlamentare d'inchiesta, cit., p. 45.

17 L'inchiesta e l'opposizione, "Il Popolo", 20 gennaio 1962. Con un paradosso anticipato, il compito di difendere nel dibattito pubblico i ministri accusati venne affidato all'onorevole Luigi Gui, allora capo gruppo della DC alla Camera. Il Popolo, nello stesso numero che abbiamo citato, riporta il suo "fiero discorso contro i falsi professori di morale" (cioè i parlamentari della sinistra) e riferisce sulla illustrazione da lui fornita sui "chiari e decisi intendimenti del governo di voler affrontare senza falsi pudori il problema della pubblica moralizzazione". Gli intendimenti non sono nuovi. Già otto anni prima, nel marzo 1954, il governo presieduto dall'onorevole Mario Scelba aveva dato incarico al ministro onorevole Raffaele De Caro, liberale dai trascorsi trasformistici, di coordinare e dirigere tutta un'azione per "andare a fondo della moralizzazione, snidando i focolai di corruzione che purtroppo germogliano in ogni organismo sociale". (Dal comunicato ufficiale diramato dal Viminale il 13 marzo). Proprio dello stesso governo facevano parte, oltre al già noto onorevole Campilli, due sottosegretari di Stato, gli onorevoli Giuseppe Arcaini ed Edgardo Castelli, entrambi arrivati negli anni successivi alla soglia di Regina Coeli.

18 Cfr. "La Giustizia", 13 marzo 1954.

19 Cfr. "Il Popolo", 1 dicembre 1961.

20 In materia d'aereoporti, gli enti pubblici italiani, preposti alla scelta della loro dislocazione ed alla costruzione, non hanno avuto quasi mai la mano felice. Il 20 giugno 1960, "l'Unità" scriveva: "A Palermo, dopo avere constatato l'impossibilità di far funzionare ulteriormente il piccolo aeroporto di Boccadifalco, la Cassa per il Mezzogiorno stanziò tré anni fa circa sei miliardi per la costruzione di un nuovo scalo e ne affidò l'amministrazione all'assessorato regionale ai lavori pubblici, detenuto allora dal de Rosario Lanza [...]. Dopo un anno di profondo studio, e contro il parere di multi tecnici, venne scelta la zona di Punta Raisi sulla quale incombe uno sperone roccioso alto 900 metri. I progettisti si buttarono al lavoro: il campo avrebbe dovuto avere caratteristiche internazionali con due piste rispettivamente di 3.600 metri e di 2.680 metri, illuminazione perfetta, aerostazione e così via [...]. A inaugurazione avvenuta, sono bastati pochi voli dell'Alitalia per convincere tutti che l'aeroporto di Punta Raisi, nonostante i sei miliardi di spesa, sarebbe stato il più infido degli aeroporti europei. Il 5 maggio 1972 vi si verificherà una delle più gravi sciagure aeree dell'aviazione civile.


Banane per una domestica

L'insediamento della Commissione nazionale per la programmazione (6 agosto 1962) e la formazione del primo governo a partecipazione socialista (l'onorevole Moro costituirà il primo governo di centro-sinistra organico il 5 dicembre 1963 facendo convergere su di sé anche il contributo alacre e persuasivo dell'ENI di Enrico Mattei) sembrano poter alimentare nuove opportunità risanatrici attraverso il ricambio radicale di tutti i moduli del precedente rapporto di subordinazione dello Stato e degli uomini che discrezionalmente, e spesso illegalmente, come abbiamo visto, l'hanno gestito assecondando le pretese più voraci della speculazione, della rendita, dell'affarismo. All'appuntamento le sinistre vanno, paradossalmente, disattrezzate sugli obiettivi strategici, con uno scarto evidente fra necessità e mezzi, idee e schieramento, formule ed assetto preesistente vischioso, ancora dominante non solo nei comportamenti di ministri, sottosegretari, grand commis, ma soprattutto nel perpetuarsi di norme ed istituti per loro stessa natura antidemocratici, sottratti ad ogni controllo preventivo. Le stesse sinistre, cioè, da una parte correttamente rivendicano un processo di pianificazione e di eliminazione degli squilibri; dall'altra accettano che esso venga separato dal suo vero contesto che sono la natura, il ruolo, il peso delle istituzioni statali nel loro intreccio. Impegnati ad elaborare, nel fervore del dibattito, strumenti centrali di programmazione che finivano con il sovrapporsi alla vecchia macchina dello Stato senza sconfìggerlo, i partiti della sinistra laica, borghese ed operaia ma anche quella cattolica dei Dossetti, degli Ardigò e della Base, con vari gradi di consapevolezza e responsabilità ma con una dose prevalente di pragmatismo, e con un comune vuoto di cultura, denunziano con vigore ricco ed argomentato le malformazioni e le storture dell'apparato pubblico ma ne accettano, di fatto, l'autoriproduzione.21 Esse mancavano di saldare la battaglia per governare lo sviluppo con quella essenziale delle riforme dello Stato e, di conseguenza, la programmazione nasceva, così, con una fiducia tanto cieca quanto inesperta nelle cosìddette variabili strumentali (politica fiscale, investimenti) avendo come protagonista proprio quello Stalo che era il primo oggetto da riorganizzare se non da smontare. Ciò che, infatti, gli scandali avevano contribuito a mettere in luce era ila crisi, in Italia, del rapporto tra restaurazione capitalistica, blocco proprietario e democrazia, cioè tra democrazia politica come controllo di masse e democrazia sociale come intervento dal basso. Questa "rovinosa sottovalutazione" ha dettato la recente autocritica di uno dei più impegnati responsabili delle istituzioni programmatorie di quel momento: "Un piano senza riforma dello Stato, come è stato dimostrato, è un'utopia." Intanto, negli anni 60, questo vuoto lasciò via libera all'ardore accusatorio contro gli abusi del regime, senza riuscire a sradicarli. Ciascuno poteva partecipare alla denunzia persino da destra, oppure tuonando da quelle centrali del socialismo democratico divorate dal clientelismo e vassallo strutturalmente della DC, senza dover patire verifiche od assumere impegni di modifiche nel meccanismo erogatore del pubblico danaro. Nell'assemblea affollata di Montecitorio, dove si erano riuniti Camera e Senato in seduta comune, calò improvviso un silenzio con segni di un'attenzione nervosa al centro, sarcastica a sinistra.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, anzi signori giudici (così vi chiamo perché tali siete ne saprei trovare un più alto appellativo) non farò un discorso, ma solo una breve dichiarazione. La vicenda che ci sta dinanzi, a parte l'eventuale responsabilità penale [...], dimostra una sorta di lassismo amministrativo, una tendenza a passare sopra i regolamenti, una faciloneria nel governo della cosa pubblica che possono dar adito a sospetti che il nostro partito condanna con tutte le sue forze.
L'oratore calcò le ultime parole emesse con l'abituale accento osco-sannita e proseguì:
Può darsi che leggi antiquate, se non talvolta addirittura assurde, appesantiscano la nostra amministrazione e rendano tarda ed inefficiente la macchina burocratica. Ebbene, dobbiamo sostituire queste leggi con un sistema di controlli più moderni e più agili ma nell'attesa non ci possiamo permettere di violarle né di eluderle."
In quel momento, il calendario liberty di Montecitorio segna il 20 luglio 1965. Cessato il brusìo s'alza a parlare l'imputato. Il nome dell'oratore è Mario Tanassi, allora presidente del gruppo parlamentare socialdemocratico. Il nome dell'imputato è Giuseppe Trabucchi, avvocato, senatore democristiano del Veneto dal 1953, amministratore della Banca cattolica di Verona, per tré anni ministro delle Finanze nel terzo e quarto governo dell'onorevole Fanfani e poi prescelto come ministro del Commercio con l'estero, per l'esperienza accumulata, nel primo gabinetto dell'onorevole Leone. Chiamato in giudizio dal Procuratore generale della Corte di appello di Roma, il senatore Trabucchi è deferito alla Commissione parlamentare inquirente per i giudizi a carico di ministri, che lo mette, a maggioranza, in stato di accusa per contrabbando e peculato. Due anni prima di lui, in una vicenda per molti versi analoga, era incappato il suo segretario particolare, l'avvocato Franco Bartoli Avveduti, nominato presidente dell'Azienda banane, AMB, ed arrestato il 15 maggio del 1963 per truffa, turbativa di incanti e violazione del segreto di ufficio. Sino al 19 dicembre del 1959, l'incarico era stato occupato, con le funzioni di consigliere delegato, dal ragioniere Edoardo Bottini di Fresinone, segretario particolare dell'onorevole Andreotti, ministro delle Finanze, nel governo dell'onorevole Zoli e del Tesoro nel secondo Gabinetto dell'onorevole Fanfani e come tale, controllore istituzionale di tutta l'attività dell'azienda. Il controllo si rivelò davvero evasivo. In una relazione datata 14 novembre 1958, il sistema redditizio, previsto non dal diritto commerciale ma da quello penale, adottato dal Bottini in materia di concessione delle quote di importazione di banane dal Giuba e da Chisimaio in Somalia, fu puntualmente descritto e si rilevò come ispirato da un metodo fra i più accreditati dai primordi dell'accumulazione mercantile: il prelievo, a vantaggio non dell'erario ma della cassa privata del Bottini, di una tangente per ogni chilogrammo importato.24 Il livello della tangente era in un primo tempo fissata in 10, salì a 15 sui circa 870 mila quintali importati dalla Somalia e sui 375 mila fuori dalla Somalia, cioè dall'Eritrea, da Israele, dalle Canarie, dal Sud-America, in un solo anno. "L'AMB si era rivelata", documentò Ernesto Rossi, "una delle più generose fonti di finanziamento per i democristiani, della loro stampa e del partito."25 Consulenti delle aziende bananiere risultarono essere l'onorevole Giuseppe Vedovato ed Edgardo Castelli, entrambi democristiani di antica nomina e membri del governo, il secondo proprio come sottosegretario alle finanze con il ministro Vanoni, mentre ricopriva lo stesso incarico l'ammiraglio di squadra Ferdinando Casardi, poi da Andreotti designato capo del SID nel'l'estate del 1974. Il Bottini, meglio defilato del suo successore, fu sostituito senza clamori cioè senza essere stato incriminato, neppure dalla Corte dei conti. Il minuetto dei segretari continuò. L'avvocato Bartoli Avveduti, invece, nel novembre 1963, rispose in Tribunale della singolare coincidenza alla lira ed al centesimo delle offerte di alcune ditte concessionarie con le cifre "segrete" fissate dall'AMB per il rinnovo delle concessioni. Le tariffe accertate dall'inchiesta giudiziaria compensavano questa coincidenza con 10 milioni per ciascuna concessione. Le concessioni furono 106.26 I risultati dell'ìnchiesta ministeriale furono trasmessi alla magistratura.

"Come è avvenuta questa eccezionale coincidenza?" chiede il dottor Salvatore Giallombardo, presidente della Ia sezione del Tribunale penale di Roma, assistito dal pubblico ministero dottor Antonio Brancacci, all'avvocato Bartoli Avveduti. È l'udienza decisiva del 5 dicembre 1963 alla quale si è giunti dopo una serie di serrati confronti e dopo l'invio al presidente Giallombardo di un dettagliato memoriale da parte di Enzo Umberto Rossi, segretario dell'Assbanane, Associazione dei grossisti di banane, preoccupato che tutto il carico penale venisse scaricato solo su di lui.27 L'imputato esibisce alcune lettere e risponde: "Ricevetti segnalazioni scritte ed orali da parte di influenti personalità politiche della DC perché venissero ammessi al'l'asta, ed informati dei prezzi minimi e massimi segreti d'asta, alcuni concessionari di Bologna, di Palermo, Verona e Brescia." Rossi chiarisce che gli interventi furono sollecitati per Palermo, a favore della ditta Vincenzo Vasile, dal senatore Pecoraro e per Bologna dall'onorevole Benigno Zaccagnini, presidente del gruppo parlamentare democristiano. "E per Brescia e Verona?" chiede Giallombardo. Per il collegio elettorale del ministro Trabucchi, la risposta dell'avvocato Bartoli Avveduti è sommessa ed esatta. "Ero stato autorizzato dal ministro a dare orientamenti e ili diedi al Rossi per tutti i suoi associati nella sede della FIAT dove mi recai a comprare la nuova macchina per mia moglie." Tra una coupé giallo esotico ed una berlina bianco sporco, il mercato si compie.
Rossi scrive che, nel corso dell'incontro, gli fu data una copia della Gazzetta ufficiale contenente il bando d'asta, dove, a lato di ciascuna concessione, erano indicati i canoni massimi di base (2 milioni e 88 mila; 4 milioni; 5 milioni e 100 mila, ecc.) e la differenziazione degli stessi, nelle zone dove vi erano più gare uguali per multipli di 5 mila lire. "E per Brescia?" incalza il pubblico ministero. "Per Brescia intervenne a voce e per iscritto la figlia del ministro alla quale il mio segretario fece riservatamente avere le cifre d'asta per la gara", ammette Bartoli Avveduti. Trabucchi convocato, conferma. "Benedetta, mia figlia Benedetta ha voluto favorire la nostra domestica, parente di un concessionario." Bartoli Avveduti viene condannato a tré anni. Assolto, invece, era stato un altro implicato in affari bananieri, l'onorevole Giuseppe Brusasca, democristiano di Cuneo. Il giudice istruttore del Tribunale di Alessandria, dottor Butio, condannò chi lo aveva attaccato sulla stampa, facendo eco ad accuse formulate alla Camera. La sentenza istruttoria depositata il 31 dicembre 1956 è stuzzicante per il ragionamento probatorio che vi si sostiene. Scrive, infatti, testualmente il giudice istruttore:

È vero che l'onorevole Brusasca, sottosegretario per l'Africa italiana, caldeggiò la concessione di altre licenze ai produttori somali, ma lo fece per ragioni apprezzabilissime. È vero che fu applicata una tassa sulle banane importate, ma tale imposizione certamente illegale non è accertato che fosse introdotta proprio dall'onorevole Brusasca. È vero che le banane pagate in Somalia cento lire al chilo vengono vendute in Italia a 1.200, ma l'onorevole Brusasca, non c'entra. È vero che la bananiera San Bruno caricò banane illegalmente per conto di privati quando il commercio era già stato avocato dal monopolio di stato, ma gli importatori, giustamente, non intendevano rimettere il nolo della nave. P.Q.M. si rinvia a giudizio non l'onorevole Brusasca ma Polidoro Carlo direttore del giornale "Il Progresso", che, attaccandolo, ha voluto occuparsi di cose più grandi di lui.


21 Proprio dopo il '60 mutarono le riserve dei comunisti sulle proposte "riformatrici" della sinistra democristiana. Fino ad allora, lo stesso Togliatti le aveva criticate come "sorta di ritorno al corporativismo medioevale" con parole di rifiuto analoghe a quelle usale da Andreotti per attaccarle nel Consiglio nazionale DC del 16-20 aprile 1950.

22 GIORGIO RUFFOLO, L'arcipelago della razza padrona, in "La Repubblica", 3 marzo 1976. Lo stesso Ruffolo tornerà sull'argomento al Convegno comunista sulle assemblee elettive e sugli organismi pubblici di intervento nell'economia, il 28 aprile successivo, per dichiarare: "Se i partiti della sinistra, nell'ipotesi non remota di un loro accesso al potere, non vogliono farsi travolgere dallo sfascio attuale, devono prepararsi fin d'ora ad alcune riforme istituzionali di importanza critica."

23 Camera dei deputati e senato della Repubblica, IV legislatura, Discussioni, seduta comune dal 16 al 20 luglio 1965, p. 339.

24 Cfr. Relazione di Antonio Falconi presidente della SACA, società privata importatrice, al ministro delle finanze del II° governo Fanfani, onorevole Luigi Preti: "Non era trascorso un mese dal conferimento dell'incarico, quando un amico di Bottini e suo ex collega presso la presidenza del Consiglio dei ministri, certo Cineo, che attualmente sembra essere addetto al giardino zoologico di Napoli, accompagnalo dalla signorina Wenner, incontratesi con il dottor Roberto Moscatelli, presidente della società Sag (Società agricoltori del Giuba) di Chisimaio e residente a Genova, via Serra 6, gli proponeva, a nome del Bottini, un aumento della quota mensile di esportazione di banane della società Sag, in danno delle altre società, e principalmente della Saca. L'aumento dell'esportazione mensile sarebbe stato di 8 o 9 mila quintali. La condizione: che su tale quantitativo la società avesse offerto un omaggio alla persona del Bottini di lire 10 al chilogrammo. Tale omaggio avrebbe fruttato al signor consigliere decine di milioni l'anno... Inoltre, il messo del Bottini, conferendo con il signor Armando Rosica, domiciliato a Roma, via Nomentana 397, oltre a rinnovare l'offerta già fatta al dottor Moscatelli, aggiungeva che nei periodi in cui le altre due società (Saca e Acca), per le diverse condizioni naturali in cui vengono a trovarsi rispetto alla Sag in alcuni mesi dell'anno, non avrebbero potuto esportare il quantitativo loro assegnato, il contingente della Sag sarebbe stato ulteriormente elevato, purché su quest'ultimo aumento della quota di esportazione la percentuale di 'omaggio' a favore del Bottini fosse stata elevata da 10 a 15 lire il kg."

25 Ernesto Rossi, La gara truccata, in "l'Astrolabio", n. 10, 10 agosto 1963, pp. 21-25. 26 Sulla base delle dichiarazioni rese in Parlamento dall'onorevole Trabucchi il costo per l'erario venne calcolato con esattezza da Ernesto Rossi, "l'Astrolabio", ibidem: "Il prezzo attuale delle banane per i consumatori è di 350 lire al chilo. Queste 350 lire ha scritto l'on. Trabucchi possono essere scomposte nei seguenti elementi: L. 91,50 per acquisto delie banane in Somalia; L. 52 per noli delle bananiere (compreso il passaggio del canale di Suez); L. 10 per scarico ai porti; L. 10 per trasporti ferroviari; L. 10 per diritti doganali, accessori e varie; L. 50 utile lordo spettante all'azienda; L. 49 per diritti ai grossisti concessionari; L. 78 per dìritti ai rivenditori al dettaglio. Un commerciante di frutta all'ingrosso, la settimana scorsa, mi ha mostrato una lettera della ditta belga General Fruit Import, che, in data 18 giugno 1963, gli ha offerto a 145 dollari la tonnellata le banane dell'Ecuador, tipo 'Gros Michel', scaricate in Italia (prezzo 'Fob' dollari 75; nolo marittimo dollari 60; scarico e assicurazione dollari 10); avremmo, cioè, la possibilità di ottenere merce di prima qualità, sulla banchina del porto di Genova o di Trieste, a 90 lire al chilo: prezzo inferiore a quello al quale la Amb paga in Somalia, al porto d'imbarco, merce di terza qualità. Se il commercio fosse libero e non esistesse alcuna discriminazione a favore delle banane somale, soltanto sui primi tré titoli di spesa elencati dall'on. Trabucchi, potremmo, perciò, risparmiare anche a non tener conto della differenza di qualità, e facendo il calcolo soltanto sugli 870 mila q.li che nel 1962 abbiamo importato dalla Somalia L. 63,50 al chilo, corrispondenti a 5 miliardi per un anno. Non riesco a calcolare il risparmio che faremmo, nella stessa ipotesi, rispetto ai prezzi pagati dall'Amb per le banane acquistate fuori della Somalia (375 mila q.li, nel 1962), perché il ministro delle Finanze non ha precisato, nella sua risposta, a quali prezzi sono compiuti questi acquisti; credo, però, si tratti di parecchie altre centinaia di milioni, e forse di qualche miliardo, perché la Amb per non far sfigurare le banane provenienti dalla Somalia acquista anche negli altri Paesi produttori merce di scarto, pagandola (o, meglio, facendo contabilmente apparire di averla pagata) ai prezzi correnti per la merce migliore."

27 Il testo completo del memoriale intitolato 'Rapporto sulle banane', è raccolto in Documenti de "L'Espresso", supplemento n. 4 del 26 gennaio 1974.


La peronospera di Trabucchi

Trabucchi, continuando a manifestare preferenze nella sfera delle colture pregiate, dalle banane passa al tabacco ed imbastisce una colossale catena intercontinentale dalla quale escono un'evasione fiscale di 238 milioni, 134 mila e 125 lire ed un lucro finale di 4 miliardi, 344 milioni, 978 mila e 485 lire per diverse imprese importatrici, la SAIM, la SAID, la SAIS, la STIV, varie come sigle ma tutte appartenenti ad un unico proprietario.28 Il suo nome è Carmine De Martino, deputato democristiano di Salerno, organizzatore, assieme a Camillo Corsanego, esponente dell'azione cattolica ed a Luigi Cerica, generale dei Carabinieri, del gruppo cosìddetto della "Vespa" corrente critica da destra dei governi neocentristi post-degasperiani definiti "troppo laici" ed assai spesso consenziente con le tesi restrittive sostenute da Andreotti negli anni '50. "La peronospera tabacina", aveva lamentato De Martino presso Trabucchi, "ha distrutto il 70 per cento delle colture. Per vent'anni, i nostri contadini rimarranno senza lavoro. Autorizzateci a trasferirci nel Centro America dove coltiveremo il tabacco per l'Italia." La produzione nazionale era, infatti, calata da 933 a 249 mila quintali nel '61. "Per completare la produzione di tabacco nazionale con altro tabacco da coltivare nel Messico, San Salvador, Guatemala chiediamo l'autorizzazione a comprare ed importare tutto il tabacco occorrente per garantire la saldatura fra domanda ed offerta", scrivono le tré società. L'Avvocatura dello stato sconsiglia l'operazione. Il Consiglio di stato con suo parere ammonisce a "non dare esecuzione, in nessuna forma, al preteso rapporto di concessione." Il ministro Trabucchi chiede lumi ad un docente, valido esperto di diritto amministrativo e lo retribuisce per una motivata memoria tecnica, regolarmente favorevole all'operazione. E' firmata dall'onorevole Raffaele Resta, democristiano, cattedratico di Bari, che risulta essere consulente stipendiato delle quattro società. La richiesta autorizzazione viene concessa. Il tabacco verrà importato. I coltivatori diretti italiani rimarranno senza lavoro. Un'altra ditta, la Austi che offre lo stesso tabacco Burley per 618 lire al chilo, viene respinta. Al tabacco dell'onorevole De Martino viene corrisposta la somma di 704 lire al chilogrammo. Il procuratore generale presso la Corte di appello di Roma invia gli atti della propria inchiesta giudiziaria al Parlamento, addebitando al ministro il reato di contrabbando fiscale, peculato per distrazione di pubblico danaro a profitto altrui, illeciti profitti accertati dal Nucleo centrale di polizia tributaria della Guardia di finanza, interesse privato in atto di ufficio, abuso innominato di ufficio. La commissione parlamentare inquirente lo assolve da tutti i reati, ma poiché la decisione non ha ottenuto la prescritta maggioranza, saranno Camera e Senato, riuniti in seduta comune, a decidere. All'inizio del dibattito, nelle giornate caldissime del luglio 1965, 479 parlamentari delle sinistre sottoscrivono l'ordine del giorno per la messa in stato di accusa del ministro Trabucchi. La DC serra le file attorno a lui.29

Anima del collegio di difesa è un giovane deputato di Cagliari, Francesco Cossiga, professore di diritto costituzionale, assai vicino al presidente della Repubblica Antonio Segni eletto il 6 maggio 1962 con i voti determinanti di monarchici e fascisti ed impedito ad esercitare le sue funzioni per un grave malore che lo ha colpito il 7 agosto 1964. Cossiga, già a suo agio negli uffici del Quirinale anche dopo il provvisorio avvento del senatore Merzagora che vi esercita le funzioni vicarie, è attivissimo a Montecitorio, raggiunge i perplessi, rassicura gli sfiduciati, minaccia gli alleati, aggira i contrari, tiene unite le destre, arringa i giornalisti, distribuisce notizie ed interviste "guidate." In una di esse, opportunamente celandosi dietro una designazione generica ("un deputato assai influente ed assai vicino alla presidenza della repubblica"), asserisce, didatticamente, che "solo al ministro spetta decidere se un atto amministrativo sia o non conforme alla legge."30
In bocca ad uno studente l'affermazione avrebbe sicuramente comportato la bocciatura. L'azione di Cossiga è coronata dal successo. Rincuorato e sostenuto, assistito dall'onorevole Mariano Rumor segretario del Partito che ostentatamente gli siede accanto per tutta la durata del dibattito, Trabucchi dichiara che "la legislazione in materia è incongrua ed antiquata" e che egli "è andato, è stato costretto ad andare, non contro ma al di là dalla legge." L'onorevole Dell'Andro, democristiano, definisce addirittura solare il fatto che "il ministro non aveva nessuna intenzione di arrecare danni o vantaggi a terzi." Trabucchi conclude che egli ha agito dopo aver chiesto il parere del suo capo di gabinetto, e di essere stato tranquillizzato dalla sua risposta: "Mi rispose che la cosa si poteva fare, a lume di naso." Alle 22 e 5 di martedì 20 luglio 1965, il Parlamento vota. I firmatari dell'ordine del giorno di accusa sono 479. La maggioranza assoluta deve essere di 476. I voti favorevoli alla messa in stato di accusa risultano 461, i contrari 440. Le ragioni del professor Cossiga, che il denaro dell'ente petrolifero di Stato rende irresistibili, come già in occasione delle elezioni di Gronchi e di Segni, sottraggono al fronte dei colpevolisti i tré voti necessari per far fallire l'iniziativa e continuano a tenere unita e disciplinata tutta la destra dorotea, dentro e fuori la DC.

Nel turbinio di mani che si protendono, di braccia che si allungano, di voci che si levano per salutare il successo riparatore di Trabucchi, il più festeggiato è lui: Cossiga. La Commissione inquirente aveva concluso sollecitando la modifica delle norme in materia di monopolio idi Stato per renderle più rigorose. Neppure questo invito trova seguito. A chiusura del dibattito, il presidente del Consiglio onorevole Moro costituisce un comitato di ministri con l'incarico di presentare al Parlamento un rapporto collegiale di governo sui temi del riordinamento amministrativo, fissando il termine tassativo del mese di settembre. Dodici volte da allora è stato settembre senza che il rapporto abbia visto la luce. Benché siano state violate norme esplicite della contabilità dello Stato, la Corte dei conti non è intervenuta. Il cervello elettronico installato presso la sede centrale e contenente tutte le sentenze pronunziate dal collegio, interrogato, non risponde. Come l'onorevole Moro, non ha più memoria alcuna del caso "tabacco messicano."


28 Camera dei Deputati, Senato della Repubblica, Commissione Inquirente per i procedimenti di accusa, Relazione sulla inchiesta svolta nei confronti del senatore Giuseppe Trabucchi, documento primo, pp. 1-14.

29 Del fatto dichiara di meravigliarsi l'inquisito di Fiumicino, l'onorevole Randolfo Pacciardi, che, nel suo intervento nel corso della discussione generale, rileva nel comportamento di Trabucchi "una atmosfera di piccolo cabotaggio, di giochi non chiari" e chiede per lui quello che aveva rifiutato per sé: il deferimento del ministro all'Alta Corte. L'onorevole Tanassi rinnova il rito della sua denuncia platonica accusando il ministro di lassismo amministrativo, faciloneria nella gestione della pubblica amministrazione." Seduta comune, ibidem, pp. 6-8.

30 L'allusione a Cossiga è contenuta nell'intervento dell'onorevole Lelio Basso, ibidem, pp. 15-19.


"... Non si ruba la crusca ai muli"

Al Procuratore generale presso la Corte dei conti ed a quello presso la Corte di appello di Roma si rivolge, il 19 ottobre 1965, un gruppo di deputati, giornalisti, avvocati, docenti universitari che "per ragioni di carica o per interessi coltivati nei loro studi" chiedono che siano accertati "gli illeciti che potrebbero riscontrarsi nei fatti ai quali si riferisce il volume di Ernesto Rossi intitolato: "Viaggio nel feudo di Bonomi."31 La vasta ed informata letteratura sull'argomento Federconsorzi, i ripetuti interventi parlamentari, la pubblicistica pungente fiorita durante la campagna elettorale dell'aprile 1963, il clamore giornalistico e di pubblici convegni documentano e fanno assurgere le vicende della Bonomiana, come viene designata la associazione bianca dei coltivatori diretti, e dei suoi strumenti di penetrazione e dominio, a monumento nazionale della malversazione e della arroganza impunite." Ricostituita sulle rovine fasciste con il decreto 7 maggio 1948, la Federconsorzi viene diretta, all'inizio, dal senatore comunista Francesco Spezzano, da Cosenza. Nel 1949 la DC organizza un autentico colpo di mano per impadronirsene, imbastendo una penetrante campagna propagandistica anticomunista nel momento in cui i Consorzi devono tornare, per legge, ai contadini coltivatori che potranno eleggere, per la prima volta, i propri amministratori. Dell'intrigo si scandalizza persino il senatore don Luigi Sturzo che, pur nell'equivoca condotta da lui mantenuta contro i nuovi compiti dello Stato nell'economia, trova modo di scrivere sul Tempo di Milano, il 31 luglio 1949: "A sentire le voci che corrono, si sono fatti entrare affrettatamente nella Federconsorzi un numero notevole di nuovi soci col pagamento di 100 lire di quota, meno di un pacchetto di sigarette; e per di più le quote sono state pagate dagli Enti nazionali dell'agricoltura." Essendo ministro dell'Agricoltura l'onorevole Antonio Segni, il 3 settembre del 1949 diviene presidente della Federconsorzi l'onorevole Paolo Bonomi e suo braccio destro il dottor Nino Costa, nipote appunto dell'onorevole Segni. Da allora, l'organizzazione consortile dei contadini italiani si organizza in monarchia assoluta che possiede, già nel 1959, 3800 unità periferiche, 3200 centri di raccolta, 4500 magazzini merci, 3500 magazzini per cereali per oltre 20 milioni di quintali, 522 uffici nei principali mercati esteri, 210 stabilimenti di pastificazione, 119 tra enopoli e stabilimenti enologici, 1405 depositi di carburante, 574 spacci alimentari, 110 officine meccaniche, 18 centri frigoriferi per 400 vagoni giornalieri. Essa diviene così la Marca agricola, pregiata ed esclusiva, dell'impero carolingio della DC, assurgendo a "diga verde contro il comunismo nelle campagne." All'ombra di questo ruolo ed in sua funzione, la Federconsorzi si gonfia sino a diventare

un enorme bestione preistorico, lo stegosauro, che aveva le dimensioni di un grosso elefante ed un aspetto dei più strani: cranio piccolissimo, corpo e coda enormemente sviluppati: ad una cavità cerebrale minima faceva riscontro un grande rigonfiamento del canale neurale nella regione del sacro."
Già nel '61 essa si è accresciuta, acquistando partecipazioni in almeno 52 società diverse, dal Fata, Fondo assicurativo fra gli agricoltori, all'Immobiliare Basilica Nova in Roma, all'Istituto per l'edilizia economica e popolare di Bari, Cagliari, Catania, Genova, Milano; alla Banca dell' Agricoltura, all'Efibanca, alla Fedexport di Berlino, Monaco, Zurigo, Parigi ed alla Svensk Italienska Handel di Stoccolma. Il suo direttore generale, dottor Leonida Mizzi, nominato nel settembre 1944, ricopriva, nel 1962, 12 presidenze, 3 incarichi di amministratore unico, 3 di amministratore delegato. Il presidente della Repubblica Antonio Segni "amico dei contadini" lo nominò cavaliere del lavoro. "Se lo meritava proprio, solo che il lavoro è quello altrui", commenta Ernesto Rossi. Come era stato costituito questo impero così esteso e sorvegliato? I canali di raccolta degli ingenti mezzi erano tre: i profitti derivanti dalla gestione degli "aiuti internazionali" in base ai piani UNRRA, ISFAP, AUSA, ERP per i quali la Federconsorzi selezionò ed amministrò fondi per circa 2 'mila miliardi : l'esercizio delle funzioni bancarie del cosìddetto "fondo di rotazione" e del "piano verde", la gestione degli ammassi e delle 'importazioni per conto dello Stato: in una parola intervenendo in tutte le fasi del processo agricolo, dalla semina, alla vendita di macchine operatrici Fiat ed alla distribuzione di carburante a prezzi agevolati, alila commercializzazione di prodotti vegetali industriali, all'istruzione professionale all'assistenza malattie, attraverso la quale, 41 miliardi e 562 milioni, gestiti in amicizia con la Bonomiana, passano, solo nel '63, all'assicurazione previdenziale contro tutti i rischi, compresa la morte.34 Su tutto il mastodontico apparato avrebbe dovuto vigilare il Ministro dell'agricoltura che, non a caso, a partire dal 1948 con Segni, Fanfani, Medici, Colombo, Rumor fu pilastro intangibile della Democrazia cristiana. Alla fine di una riunione in cui erano stati presi in esame i risultati di un'inchiesta dalla quale emergevano gravissime irregolarità a carico di un consorzio provinciale, il dottor Albertario direttore generale del Ministero controllore, l'Agricoltura, chiese: "Ma insomma che cosa facevano i nostri controllori? Dormivano?" "No... mangiavano", gli rispose una voce dall'assemblea."35


31 L'elenco è contenuto a p. XII del volume di Ernesto Rossi, Viaggio nel feudo di Bonomi, Roma 1965. Fra i firmatari figurano giornalisti come Gianni Corbi ed Eugenio Scalfari ; docenti universitari come Paolo Sylos Labini; parlamentari come Riccardo Lombardi ed Alto Natoli ; esponenti della sinistra democristiana come Wladimiro Dorigo, direttore di "Questitalia."

32 Vedi la cospicua pubblicistica raccolta sui periodici "Rinascita", "II Mondo", "l'Astrolabio" dell'epoca e, in particolare, i documenti riassuntivi e i discorsi pronunziati al I° Congresso del Movimento Gaetano Salvemini del 30-31 marzo 1963 raccolti nel volume di ERNESTO Rossi, PIERO UGOLINI, Leopoldo Piccardi, La Federconsorzi, Feltrinelli, Milano 1963. Vedi anche Rapporto di Manlio Rossi Doria presentato il 5 febbraio 1962 in Atti della commissione parlamentare d'inchiesta sui limiti della concorrenza, camera dei deputati, Doc. XVIII, n. 1, 1965.

33 Ernesto Rossi, Piero Ugolini, Leopoldo Piccardi, op. cit., p. 17.
In un articolo su "Il Mondo" del 13 settembre 1954, Ernesto Rossi, cita un manuale per gli Ufficiali della Guardia di Finanza, Produzione distribuzione dei prodotti petroliferi, Roma 1954, in cui viene descritto il traffico dei buoni di prelevamento del carburante agevolato, precisato in L. 15 al chilogrammo il prezzo di vendita illegale di ogni buono, considerata come la cosa più naturale del mondo per tutto il traffico che aveva radici nell'UMA (Utenti Macchine Agricole). Per contrabbando di benzina agevolata fu arrestato in ufficio, proprio nella sede dell'UMA, il suo direttore generale avvocato Siani, per corresponsabilità riguardanti i funzionari delle sezioni di Caserta, Ferrara, Bologna, Ravenna e Matera.

34 Un esempio di raccolta di fondi da parte del Fata è nell'applicazione obbligatoria di targhe su carri agricoli a Trazione animale disposta con Decreto Ministeriale del 1" marzo 1951. Per ottenere la riduzione delle tasse di circolazione, i carri devono essere muniti di targhe di riconoscimento vendute solo dall'ENAL. Ad ogni targa è collegata una polizza di assicurazione a copertura dei rischi di responsabilità verso terzi garantiti dal Fata che, in lale modo, stipula automaticamente un contralto con ogni utente, senza perderne uno.

35 Cfr. anche VINCENZO CAVALLARO, Corvi in poltrona; Intrallazzi di Roma e dintorni, Roma 1958. Cavallaro è un ex funzionario della Federconsorzi.


La manomorta di Bonomi

Il più capace imbuto di sottrazione di fondi pubblici fu quello che la Federconsorzi riuscì ad utilizzare, con la sfacciata complicità dei ministri democristiani, con le cosìddette "gestioni speciali" degli ammassi obbligatori di cereali, olio, grassi e della importazione di grano, a partire dal 1948. Ad ogni gestione corrisponde un grappolo di reati. Nel 1949, la raccolta della crusca ricavata dal grano ammassato od importato, avrebbe dovuto essere distribuita agli agricoltori per il tramite delle singole associazioni di categoria. L'onorevole Fanfani, vigile ministro dell'Agricoltura nel settimo governo De Gasperi, provvide a trasferire il compito alla Federconsorzi e, per essa, alla Coltivatori diretti, perciò ad un'organizzazione di parte che se ne servi per discriminare ed autogratificarsi. Venne accertato che numerosissimi elenchi di distribuzione erano stati falsificati e che motti agricoltori erano stati esclusi perché gli avvisi, fatti affiggere negli albi comunali, portavano dati e sedi di distribuzione dolosamente sbagliati.

Denunciati alla Camera, gli episodi provocavano alterchi e scontri accesi. In uno dei dibattiti, la frase altisonante del ministro Fanfani (in piedi, braccio innalzato statuariamente, indice teso) recitata per sostenere che la DC non poteva occuparsi di simili insinuazioni, impegnata nel compito storico di rimettere in marcia l'Italia, venne completata ironicamente dall'onorevole Pajetta. "Quando un esercito è inmarcia..." proclamò Fanfani, "...non si ruba la crusca ai muli", aggiunse Pajetta.

Per l'olio, raccolto dalla Federconsorzi, risultò che lo Stato lo aveva acquistato nel 1956 a 396 e rivenduto alla Bonomiana a 300 lire perdendo oltre 2 miliardi. Per le gestioni dal '56 al '66 del cosìddetto "surplus d'olio", la Federconsorzi ottiene un miliardo e 146 milioni, mentre gli stessi uffici del ministero dell'agricoltura calcolano che il giusto prezzo è di 115 milioni complessivi. Tutto il meccanismo funzionava a costi supergonfiati. Per il riso, l'ENR, Ente nazionale risi, il cui presidente è il commendatore Giuseppe Cantoni, funzionario della Confindustria e vicepresidente il fedelissimo bonomiano onorevole Enzo Franzo, riscuote per ogni quintale di riso messo in commercio una sorta di manomorta 'legalizzata, consistente in un'imposta, il cosìddetto "diritto di contratto" a carico dei produttori, un vero e proprio "arrendamento" all'uso seicentesco, pontificio o napoletano che non troverà nessun Masaniello per venire soppresso. L'ENR dispone, per far valere il proprio sopruso, di una "polizia del riso" regolarmente autorizzata dal Decreto legge del 7 maggio 1948, n. 135, emesso dietro proposta dell'onorevole Giuseppe Fella, ministro delle finanze.

Per il grano, il mostro bonomiano è a due teste: errato indirizzo colturale e sperperi. Il protezionismo granario del fascismo, fonte di ritardi nello sviluppo agricolo nazionale e la "battaglia del grano", politica che procurò all'Italia il catastrofico risultato di produrre grano a 119 lire il quintale mentre nel 1932 esso era disponibile sui mercati mondiali a 41, furono di fatto inspirati, sostenuti e continuati dalla Bonomiana, utilizzati proficuamente dalla Federconsorzi. Diabolica perseveranza tecnico-politica del potere e riscossione di costi parassitari imposti alla collettività vanno, naturalmente, a braccetto.

Per far posto ai raccolti di una buona annata, si provvede nel 1959 ad esportare 6 milioni e 850 mila quintali di grano tenero che comportano una perdita per il bilancio nazionale di circa 26 miliardi. Se il piatto pubblico piange, qualcuno, in privato, ride. Nella Commissione per gli acquisti del grano la funzione più autorevole viene assolta dall'espertissimo signor Enrico Pozzani, presidente della Confederazione dei cavalieri del lavoro, il più grande importatore nazionale, così impegnato nella gestione del pubblico interesse da subordinargli tutti gli affetti: il nipote, infatti, sposa la figlia del direttore generale della alimentazione del Ministero dell'agricoltura, dottor Albertario. L'Unità del 7 marzo '63 pubblica una intervista con il dottor Vincenzo Cavallaro, ex funzionario della Federconsorzi, il quale sostiene, fra l'altro, che le nozze sono state benedette con 1 miliardo di lire di dote conferita dal Pozzani al nipote. L'informazione non viene smentita né provoca querele.

Le spese dell'intera macchina degli ammassi venivano riconosciute alla Federconsorzi "a pié di lista", ossia con la semplice esibizione delle somme pagate. A partire dal 1950, venne adottato il sistema delle "quote forfettarie." Il 21 giugno 1951, i senatori indipendenti Paratore, Bertone e Ruini presentarono un ordine del giorno per invitare il governo a consegnare al parlamento una relazione di rendiconto su tutte le gestioni speciali della Federconsorzi, sottoposte per legge generale al riscontro della Corte dei conti. Il presidente della Corte stessa, dottor Ortona, aveva dichiarato ufficialmente di non averlo potuto esercitare perché "i rendiconti non erano stati mai presentati."
Il senatore Luigi Sturzo commentò duramente il fatto lamentando che "nessuno né in basso né in alto" era stato chiamato a risponderne. Nessuno è stato chiamato a rispondere neppure ora (giugno 1977), ossia a 26 anni di distanza dall'accertamento degli illeciti.

Nella seduta della Camera del 10 ottobre '63 si svolse su questo tema una delle tante discussioni impegnative anche se prive d'esito. I/onorevole Pietro Ingrao, comunista, chiede al ministro dell'Agricoltura chiarimenti sulla mancata presentazione dei rendiconti. Il resoconto sommario è preciso:

Parla l'onorevole Mattarella, ministro dell'Agricoltura: Le dirò che tale presentazione non era obbligatoria: non era quindi necessario presentare i rendiconti. (Vive proteste a destra).
Pajetta: E la Corte dei conti cosa ha detto?
Mattarella: Questa è un'altra questione (commenti a sinistra).
Pucci Ernesto, deputato democristiano, presidente della Coltivatori diretti di Catanzaro: I rendiconti sono stati presentati.
Una voce da sinistra: A chi?
Pucci: Al ministro democristiano dell'Agricoltura.
Fu accertato dai calcoli eseguiti dal professore Manlio Rossi Doria della facoltà di agraria di Portici, che la somma in questo modo incamerata senza giustificazioni dalla Federconsorzi era di 1000 e 52 miliardi dal 1946 al 1961. Messo alle strette, l'onorevole Mattarella promise di presentare al Parlamento i conti dalla campagna '44-45 al 31 dicembre 1962. Il 2 febbraio 1963, il nuovo ministro dell'Agricoltura, onorevole Rumor, tra l'offeso e lo sdegnato, precisò, con proprio comunicato, che i calcoli erano faziosi ed inesatti: si trattava non di 1000 e 52, ma di 850 miliardi tondi. Il presidente del Consiglio avallò pubblicamente la notizia, senza aggiungere un rigo di spiegazione né mostrare un filo di rossore. Era l'onorevole Giovanni Leone.

La distribuzione di fondi così capillarmente accumulati da Bonomi non beneficia indiscriminatamente tutta la DC, esclude la CISL e viene indirizzata verso la destra più anticomunista ed antioperaia. (Bonomi attizzò di continuo la contrapposizione tra "mondo rurale sfruttato" e classe operaia soprattutto del Nord complice dello sfruttamento.)

Il fatturato dell'azienda, quadruplicato in dodici anni, consente sovvenzioni, sostegni, interventi persuasivi a cominciare da quelli elettorali. Nel 1953, la Bonomiana conta 90 suoi deputati ed 81 nel 1958." Fra la stampa meglio e più direttamente sovvenzionata dalla Federconsorzi figurava anche il periodico "Molini d'Italia", di cui erano responsabili il dottor Pasquale Barracano ed il professor Emilio Patrissi. Il primo, direttore generale dell'alimentazione presso il ministero dell'Agricoltura, è complice di un complicato itinerario del grano esportato nel 1960. Il secondo è deputato alla Costituente per il Movimento dell'Uomo qualunque, e poi accoppia due attività complementari non alternative: diviene esponente del Partito nazionale monarchico e presidente dell'Unione esportatori farina. La destra interna ed esterna alla DC ricambia volenterosamente l'appoggio e vola in aiuto nei momenti di pericolo.. Nel febbraio del 1962, l'onorevole Riccardo Lombardi, membro della direzione socialista, propose un'inchiesta sulla Federconsorzi nell'ambito dei lavori della Commissione parlamentare d'indagine sui limiti della concorrenza. Nonostante l'opposizione dell'onorevole Guglielmo Schiratti democristiano, membro del consiglio di amministrazione del Fata, l'inchiesta ebbe inizio il 20 maggio dell'anno successivo: ma solo provvisoriamente. Bonomi trovò protettori più in basso e più in alto. Mentre era in corso l'interrogatorio del direttore della Federconsorzi, Leonida Mizzi, sul settimanale l'Espresso comparivano ampi stralci del rapporto richiesto dalla Commissione d'inchiesta al professore Rossi Doria. Il 30 gennaio, 3 deputati, gli onorevoli Schiratti, De Marzio del Movimento sociale e Foschini, monarchico passato alla DC, inviarono una lettera al presidente della Commissione, onorevole Mario Dosi, dirigente milanese della Confindustria, successivamente premiato con l'insediamento al vertice dell'Istituto nazionale delle assicurazioni, per chiedere l'interruzione degli interrogatori allo scopo di "chiarire le responsabilità della fuga di notizie." Analoga pressione viene esercitata con tempestiva interrogazione rivolta al presidente del Consiglio per chiedere che la polizia perquisisca il giornale e denunzi i colpevoli. Il 13 febbraio, il presidente Dosi si incontra con il presidente della Camera che lo invita a soprassedere senz'altro alla continuazione degli interrogatori, come, del resto, Dosi stesso auspicava. Avvenuto lo scioglimento delle assemblee, il presidente onorevole Leone scioglie d'autorità, e con provvedimento particolare, anche la Commissione d'indagine. Non solo: fa apporre i sigilli su tutti gli atti e sui documenti. Bonomi era salvo. L'onorevole professore Leone, in compenso, violava il diritto parlamentare, più espressamente l'articolo 1 della deliberazione della Camera, il quale stabilisce testualmente che "il termine dei lavori della Commissione è prorogato non sino allo scioglimento ma sino alla riunione della nuova Camera." Tre mesi potevano, cioè, essere utilizzati per ultimare gli interrogatori e renderli pubblici. I lavori non saranno più ripresi. Degli oltre 3 mila rendiconti da presentare, la Bonomiana ne ha esibiti non più di 600. I rendiconti completi non saranno più neppure sollecitati.

"La Federconsorzi ha affondato la Rossi Doria." Con questa conclusione fu commentata la difficile trattativa fra socialisti, rappresentati appunto dal professor Rossi Doria e la delegazione democristiana, refrattaria, nel '63 e nel marzo del '67, ad affrontare costruttivamente una seria riforma dell'ente. La stessa proposta di riorganizzazione presentata da deputati comunisti e socialisti ebbe un corso parlamentare fra i più accidentati: ne furono stralciati tré articoli, immessi nella legge governativa numero 1293, assorbiti nella proposta numero 853, rinviati, emendati, rielaborati, infine rifusi e dispersi nelle norme per la creazione degli Enti regionali di sviluppo. Di fatto, la Federconsorzi ha mantenuto anche negli anni successivi il suo ruolo di pubblico sostegno alla speculazione privata in materia di approvvigionamento di materie alimentari, soprattutto cerealicole. Nel giro di un mese, dal luglio all'agosto '73, essa, infatti, riesce ad imboscare oltre 90 milioni di quintali di grano, in pratica tutto il raccolto di un anno, ospitandolo a pagamento maggiorato nei propri magazzini, a disposizione di gruppi di privati importatori, grossisti, capi dei 'trust' dei mulini, incettatori senza scrupoli, sensibili alla prospettiva, tutt'altro che utopistica, di un rialzo generalizzato e di una lievitazione indotta dei prezzi al consumo provocati dalla crisi alimentare. Il 25 agosto dello stesso anno fu l'onorevole Ugo La Malfa, ministro del Tesoro, a denunziare telegraficamente la manovra al governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, con l'espressa richiesta "di intervento presso gli istituti di credito ordinari e speciali affinchè essi rifiutino operazioni di prefinanziamento a favore di privati" per l'acquisto a lire undicimila al quintale di partite di grano canadese e nordamericano da non immettere sul mercato, in attesa del rialzo. Gli "sciacalli del grano" ebbero, ancora una volta, partita vinta con l'ausilio e la protezione dell'organizzazione bonomiana poiché i crediti bancari erano già stati concessi prima dell'intervento, perentorio a parole ma tardivo nella sostanza, del ministro del Tesoro. Lo sbarco nei porti di Napoli e di Civitavecchia di un primo quantitativo di 140 mila quintali di grano fatto pervenire dalle autorità comunitarie di Bruxelles non riuscì ad impedire l'impennata dei prezzi al consumo della pasta alimentare.

L'onorevole Leone continua a prestarsi a favore della Federconsorzi. Nel 1963, prima di lasciare il governo, egli corrisponde un ulteriore donativo a Bonomi. Leone modifica il precedente decreto del suo stesso governo ed ammette la vendita, prima vietata, nelle grandi città, di latte prodotto non solo dalle Centrali municipali ma da aziende private.37 L'istanza gli era stata rivolta, assieme ad un ricorso al Consiglio di stato, dalla Polenghi-Lombardo di Lodi, produttrice del latte 'Stella', incamerata dalla Federconsorzi con una procedura al ribasso delle azioni che si concluse con il suicidio del vecchio proprietario, ritenutosi volgarmente aggirato e truffato da una macchinazione pubblica e privata. Un analogo qualificato intervento, si manifesta in un campo altrettanto delicato: Calogero Volpe, presidente dell'Ente Zolfi Siciliani sino al 1953 e deputato democristiano di quella "corrente" che annovera fra i suoi sostenitori Genco Russo, boss altolocato della mafia italo-americana dei don Calogero Vizzini e di Albert Anastasìa, già separatista, poi monarchico, indi democristiano, divenuto sottosegretario alla sanità, avvicina il professor Leone, uscito dal governo, per chiedergli solidarietà. Scatta l'assunzione da parte del professore Leone della difesa dell'onorevole Mattarella e dello stesso Volpe contro Danilo Dolci e Franco Alasia che avevano consegnato alla commissione parlamentare antimafia un dossier di fatti e notizie sui "saldi ancoraggi" dei due parlamentari con la mafia. L'arringa del professor Leone al processo presso il tribunale di Roma dove si trascinerà per oltre un anno salverà Mattarella, nonostante le riserve del Pubblico Ministero e Dolci sarà condannato a due anni proprio mentre a Valledolmo, nel cuore della "Mafia dei giardini", i carabinieri arrestano uno dei querelanti contro Dolci per associazione a delinquere.
La commissione antimafia istituisce un comitato apposito per indagare sui fatti riferiti da Dolci e da Alasia. Il comitato viene bloccato, l'indagine prima ristagna poi il senatore Donato Pafundi, democristiano, avoca a sé la stesura della relazione, rifiuta il contributo della minoranza, invia il testo al secondo piano di Montecitorio dove hanno sede gli uffici della presidenza della Camera ed i funzionari meglio legati alla presidenza Leone. E si dimentica, alla fine, di sollecitarne la restituzione.


Un Leone nella giungla dei voti

Un ulteriore squarcio di costume e di connessione organica, non casuale, di dipendenza illecita e reazionaria, che avvince la sfera professionale e personale con il pubblico interesse, è ancora una volta offerto dall'onorevole Leone. Il 21 dicembre 1965, durante un fastoso ricevimento all'albergo Hilton-Cavalieri di Roma sulle pendici di Monte Mario disboscate e devastate dall'Immobiliare, egli è il protagonista di un clamoroso episodio. Una folla di alti funzionari del parastato e dei ministeri, di sindacalisti, di procacciatori di affari mutualistici è accorsa al matrimonio della figlia dell'avvocato Romanelli, ex presidente dell' Istituto nazionale della previdenza sociale. All'improvviso gli invitati si volgono dalla parte dove è seduto l'onorevole Leone, presidente del consiglio in carica.

"Ti prego di lasciare stare il mio nome per quanto riguarda il trasferimento di quei Babolini. Questo è un affare che riguarda Delle Fave!", sta urlando Leone. "Semmai, c'entra il Consiglio di stato. Non c'entro, io. Tutta Napoli attribuirebbe a me questo trasferimento. Lo capisci o no? Io ho perduto 50 mila voti e non voglio perderne più."
Quando cessa la scalmana, i presenti si scambiano bisbigli di pettegolezzi ed interrogativi a voce più alta. Umberto Delle Fave è il ministro democristiano del Lavoro in carica. Gino Babolini è direttore sanitario dell'ospedale sanatoriale Principe di Piemonte di Napoli. L'interlocutore dell'invettiva presidenziale è il professore Angelo Corsi, ex deputato socialdemocratico, presidente dell'INPS in bilico fra proroga e cessazione dal suo mandato.

La questione aveva avuto origine più di due anni prima, nel settembre del 1963. Un'ispezione compiuta dal dottor Sebastiano Alfonsi, ispettore centrale dell'istituto della previdenza sociale, aveva concluso che "i dirigenti dell' ospedale napoletano erano certamente corresponsabili se non addirittura causa prima di un corpo cospicuo di irregolarità emerse o soltanto evidenziate."38

A metà settembre, l'onorevole Corsi, criticatissimo dai sindacati per il malgoverno dell'Istituto e per reiterati contrasti interni con la macchina dell'INPS, dispone la sospensione ed il trasferimento ad altra sede del Babolini e la sua sostituzione con il professore Alfredo Monaco quale nuovo dirigente del Principe di Piemonte. Babolini è consigliere democristiano al Comune di Napoli e si rivolge immediatamente al suo partito e ai sindacati aziendali invocando guarentigie politiche e sindacali e denunziando la persecuzione centrale. Le sezioni della DC ribollono di sdegno alla notizia che uno di loro venga sfiorato. I ricoverati sperano che dallo scontro tra le due cosche nazionali e locali si apra, per il "Principe di Piemonte", uno spiraglio finalmente di ordine e di nettezza. Babolini ricorre al Consiglio di Stato. Il ministro Delle Fave, pressato da Napoli e da Roma, chiede lumi. L'onorevole Corsi fa partire un rapporto alla magistratura che apre un procedimento contro i dirigenti del sanatorio, primo fra tutti il Babolini, che viene immediatamente incriminato per truffa aggravata e continuata.

L'11 settembre scende in campo l'onorevole Leone, presidente napoletano del Consiglio. Lo muove un nobile calcolo. Nella discussione di partito sulla scelta dei candidati alle elezioni politiche dell'aprile 1963, Leone aveva ottenuto che Babolini, già forte di una consistente base clientelare, venisse escluso dalla rosa con un argomento di tipo etnico e razziale che Moro avrebbe chiamato "dirimente": benché da 10 anni a Napoli, Babolini non è napoletano e come tale non può rappresentare la città. L'intervento successivo di Leone su Corsi non è un atto riparatore contro questa precedente assurdità che, del resto, non riesce neppure a far velo al motivo autentico ossia alla volontà di Leone di sbarazzarsi di un incomodo concorrente in materia di voti di preferenza. Non è neppure motivato dalla personale convinzione che il Babolini sia vittima incolpevole di una macchinazione politico-giudiziaria. Appartenente ad una famiglia il cui padre, Mauro, aveva ottenuto, come vecchio ex popolare, la gestione per anni dell'ospedale Ascalesi, l'onorevole Leone era in grado di apprezzare su quale giungla di privilegi, favoritismi commerciali, preferenze nelle forniture, poggiasse e quali vantaggi elettorali desse la direzione, a Napoli ed in quegli anni, gli ospedali insufficienti, disattrezzati, dove un posto letto viene conferito non al malato ma al migliore o più autorevole raccomandato. Leone dichiara di muoversi per un privatissimo scopo elettorale; non vuole che si dica e si commenti che contro Babolini continua la sua persecuzione. Solerte e senza sosta, Leone manovra all'interno, incalza al vertice. L'11 settembre insegue l'onorevole Corsi a Salsomaggiore, dove il presidente dell'INPS "passa le acque" e gli invia un messaggero nella persona del professore Di Maria, docente all'Università di Catania, suo medico personale e sostenitore. Corsi si rifiuta di riceverlo. Di Maria gli lascia una lettera su carta intestata all'Hotel Milano, lo informa dello scopo, del resto trasparente, della missione ed elenca le personalità contrarie al trasferimento di Babolini. Il 12 settembre, il ministro Delle Fave telegrafa a Corsi a Salsomaggiore. Il 13 settembre, egli rivolge per iscritto, non all'INPS ma alla direzione generale competente del suo ministero, un ordine di revoca del trasferimento. Il 27 settembre il Consiglio di stato sospende la misura dii trasferimento adottata dall'onorevole Corsi. Quando esplode la lotta per la successione alla presidenza dell'INPS tutto il materiale sommerso riaffiora. L'onorevole Corsi prima blandisce, poi rivendica comprensione, successivamente minaccia, indi lascia filtrare tutta la corrispondenza intercorsa tra lui stesso, l'onorevole Leoc il ministro degli Esteri e poi il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, il ministro Delle Fave, l'onorevole Mario Tanassi segretario del PSDI, l'onorevole Aldo Moro nuovo presidente del Consiglio. Sono trenta cartelle che ntualmente registrano una rissa, una macchinazione e un nepotismo da basso impero, ai danni degli assicurati e dentro un ente, l'INPS, che amministra 3 mila miliardi e la salute della maggioranza degli italiani.39 L'onorevole Corsi inizia rivelando che "decine di persone", tutte degnissime e capacissime, "dichiarano inorridite che in questo momento il suo allontanamento dall' INPS costituirebbe un atto manifestamente diffamatorio." Infatti, egli spiega, "io sono alle prese con alcuni personaggi, che, abilmente sobillati, hanno formulato vili denunzie contro di me." (Si tratta delle documentatissime inchieste penali sulla degenerazione dell'assistenza antitubercolare.) Egli prosegue sottolineando che la sua sostituzione sarebbe "manifestamente iniqua", perché, "mentre imperversa un'odiosa e diffamatrice campagna di stampa e mentre si attende dal magistrato un alto e severo giudizio, essa può apparire come una attribuzione di responsabilità." Le preoccupazioni per il futuro non interrompono le mancanze per il presente e infatti continuano le operazioni di accaparramento dei vertici dell'Istituto. Dalla corrispondenza emerge un "modello" di comportamento. L'11 marzo '63, il principale collaboratore dell'onorevole Tanassi, il dottor Carlo Santoro, scrive all'onorevole Corsi a proposito della nomina di un vice direttore generale dell'Istituto e sostiene che, per decidere, occorre adottare una norma infallibile: "bisogna scegliere quello che ha già dato la prova di essere stato il più vicino al nostro partito per combattere le mire di Nenni e dei DC sull'avvenire degli istituti." Santoro scarta "un nome fin troppo conosciuto" con questa testuale argomentazione: "in questi anni non ha mai dedicato al nostro partito quella minima attenzione che avrebbe avuto il dovere di riservargli, se non altro perché il nostro è il Partito del Presidente"; elimina un secondo, il dottor Campopiano, con un argomento che lo incenerisce: "una volta mi ha personalmente trattato con clamorosa scostumatezza"; propone, infine, un terzo, il dottor Caracciolo, con lapidaria concisione: "è intervenuto favorevolmente in centinaia di casi prospettati dal Partito e questo è un fatto che non possiamo dimenticare in questo momento se non vogliamo metterci in avvenire nella impossibilità di rivolgerci al Servizio del personale che è l'unico settore che veramente interessa il Partito."
Inoltre, con modestia, completa il giudizio: "Io personalmente non potrei più mettere piede all'INPS nell'impossibilità e nel timore di incontrare un uomo così malpagato da un Partito che il medesimo non aveva alcun obbligo di aiutare." Il professor Corsi replica prendendo nota degli argomenti mentre il ministro degli Esteri, onorevole Saragat, assicura il suo interessamento per mantenergli l'incarico, anche se "l'attuale momento politico non mi consente di seguire l'importante questione."

Sull'affare Babolini, il professor Corsi esordisce, nel documento n. 10 della raccolta resa pubblica circa dieci anni dopo, dichiarando di "essere stato costretto ad indirizzare una lettera sull'incidente dall'albergo Hilton per non provocare una scenata per la sconvenienza del presidente del Consiglio." La "sconvenienza" non sta nel fatto che la causa di Babolini patrocinata con vigore non disinteressato dall'onorevole Leone è indifendibile, ma sta nella circostanza che il presidente del Consiglio, attaccando massicciamente, aveva modificato a vantaggio dell'odiato direttore generale Cattabriga i rapporti interni ali' INPS e tolto poteri al suo presidente determinandone il declino, se non l'estromissione. L'onorevole Leone replica con dieci cartelle dattiloscritte di una "riservata personale" diretta al "caro Corsi" e poi lo convoca a palazzo Chigi. Quando i commessi in livrea chiudono le porte di noce ed isolano lo studio presidenziale che s'affaccia all'angolo tra piazza Colonna ed il Corso, il dialogo che vi si snoda è uno scontro all'arma bianca.40

"Stai facendo un deplorevole gioco alle mie spalle. Volevi trasferire Babolini per rappresaglia contro la scuola di Monaldi (un tisiologo napoletano assai noto ma meno apprezzato ministro della Sanità, dicastero appositamente inventato per lui dall'onorevole Fanfani). Questo è il vero motivo", aggredisce Leone.
"Lo nego", replica Corsi. "Tu difendi un disonesto per placare la tua cattiva coscienza. Gli hai soffiato il seggio alla Camera e ne temi le rappresaglie", insiste, con un tono che vuoi essere tagliente, il professor Corsi.
"Volevi colpire Monaldi perché egli ha una colpa ai tuoi occhi: ha sollecitato al Senato lo scorporo della fetta del settore assistenza e tubercolotici per passarlo dall'INPS all'Istituto nazionale delle malattie. E tu, invece, vuoi mantenere tutta la torta", insiste alterato Leone, gesticolando.
"Lo sai che non è vero. Io mi occupo solo delle sorti dell'Istituto", oppone enfatico Corsi alzando la voce.
Allo scontro è presente l'avvocato Renato Morelli, già presidente dell'INAIL napoletano, amico di entrambi, fattosi, per questo, intermediario di propria iniziativa e imbarazzato perché la sua missione di pace fa naufragio. Pensando di deviare l'attenzione, introduce il nome del professore Di Maria, altro comune sodale di un tempo.
"Ti ho mandato Di Maria a Salsomaggiore", afferra al volo l'onorevole Leone, "perché è tuo medico da molti anni e ti ha dedicato un'assistenza devota. Non solo professionale. Anche politica. Veniva spesso da me per sostenere il rinnovo della tua candidatura. Dopo tutto, come medico non lo hai neppure pagato."
"Per tua norma", dice il professore Corsi sillabando le parole, "io ho sempre largamente pagato i medici professionisti, a differenza di quanto fai tu. Di Maria era contrario anche lui allo scorporo dell'assistenza ai tubercolotici. E sai cosa mi diceva Di Maria? Mi riferiva giudizi che, alla luce della tua insolenza odierna verso di me, appaiono almeno iperbolici. Ne ricordo uno solo che vale per tutti. Di Maria mi diceva che tu eri solito sostenere che lo Stato avrebbe bisogno di molti Corsi. Adesso sei persino contrario alla mia riconferma. Bella coerenza!", grida il professore Corsi.
"L'ultima volta, e tu lo sai, la tua nomina alla presidenza dell' Istituto fu più che controversa. Per tacitare Gronchi che dal Quirinale premeva per un altro nome, dovemmo assicurargli che ti saresti dimesso dopo due anni. Non ti sono bastati. Adesso ne vuoi altri cinque", dice Leone. "Il tuo voler essere aggrappato all'incarico è 'una cosa che posso capire", urla concitato Leone, poi facendo appello alla sua informazione giuridica aggiunge: "Ma questo significa cronicizzare una perpetuatio del tutto assurda." Il presi-dente del Consiglio si alza, gira le spalle ai suoi interlocutori e conclude: "Finiscila con questo gioco poco commendevole di punzecchiature di spillo. Il tuo preannunzio di rivelazioni non mi fa paura. Il candidato alla tua successione ce l'abbiamo già."
Solo Morelli riesce a stringergli frettolosamente la mano.

L'onorevole Moro, informato per iscritto dello scambio di invettive e poi di lettere tra i due, ricche di insinuazioni tali da riguardare se non direttamente il giudice politico almeno quello penale, rifiuta di occuparsi dell' "increscioso affare" e di lasciarsi distrarre dalle proprie occupazioni con argomenti così spiacevoli. L'autoconservazione di classe copre e disinnesca le contraddizioni personali interne lottizzando l'oggetto della contesa, non per riformarlo ma per conservarlo come apparato ideologico che tutto assolve e digerisce come "interna corporis".41


36 La stima è documentata da Livio Zanetti in "l'Espresso", 11 luglio 1959. Il settimanale continuò ad occuparsi diffusamente anche della questione "esporta e raddoppia", un ingegnoso giro di entrata ed uscita di grano a prezzi nìaimiurali, oggetto della denunzia formulata nel gennaio 1960 da parte del dottor Crespellani, procuratore generale presso la Corte di Appello di Brescia, dove era in corso un giudizio per peculato a carico di funzionari del locale consorzio agrario. "Se i controlli dello Stato sulla gestione del Consorzio agrario", disse Crespellani all'inaugurazione dell'anno giudiziario, "fossero stati tempestivamente esercitati, il delittuoso episodio avrebbe certamente assunto ben minori proporzioni."

37 Gli estremi degli atti governativi sono contenuti in Giulio LA CAVA, La Stella bonomiana, in "l'Astrolabio", n. 17 del 10 dicembre 1963, pp. 8-9.

38 Per l'illustrazione di questo caso facciamo riferimento alla corrispondenza interna d'ufficio dell'INPS ed agli atti del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale pubblicati in varie puntate nell'annata 1966 da "l'Astrolabio", ed dal libro rosso dell'INPS, supplemento al n. 11 de "l'Espresso", 13 marzo 1966.

39 Cfr. Il libro rosso dell'INPS, cit. Documenti da n. 1 a n. 16.

40 Gli argomenti, le battute, le frasi, l'aggettivazione sono riassunti lestualmente nei documenti dal n. 10 al n. 13 de Il libro rosso dell'INPS, cit.. Lettera del professore Giovanni Leone all'onorevole dottor Angelo Corsi, presidente dell'INPS e risposta di quest'ultimo.

41 Sul ruolo degli "apparati ideologici di stato", fra i quali quello assistenziale, cfr. Louis ALTHUSSER, Ideologia e apparati ideologici di Stato, in "Critica marxista", anno VIII, n. 5, settembre-ottobre 1970, pp. 39 e segg. 42 Commissione parlamentare d'inchiesta sul disastro del Vajont, 15 luglio 1965. Atti parlamentari IV legislatura, documento XII, n. 1-bis, volume LV, n. 904, pp. 3-31.


Tamponare le falle

Lasciando Palazzo Chigi e la residenza di via Cristoforo Colombo numero 183, per un'altra più confortevole sulla Via Cassia, il professore Giovanni Leone torna ai consueti studi curiali ed alle impegnative incombenze nelle aule giudiziarie. Alle dieci e mezza di sera del 9 ottobre 1963 si verifica la più grande tragedia accaduta nel nostro paese negli ultimi cinquant'anni. Un'immane frana, già in atto e in movimento, si scarica nel bacino idroelettrico del Vajont dove l'acqua si trova a quota 700 metri di invaso, sollevando un'ondata alta 200 metri che ricade in parte verso il lago, mentre una massa di 25 milioni di metri cubi di fango, tracimando dalla diga, si rilancia nella gola del Vajont, dirompe nella valle del Piave, distrugge ogni traccia di vita su Longarone, Pirago, sulla sponda di Fornace, di Villanova, di Faé, dei borghi di Castellavazzo e di Codissago, investe Pineda, si riflette fino a colpire San Martino e Le Spesse, rimonta fino al passo di Sant'Osvaldo, e cancella ogni cosa al suo passaggio.

Il bacino è stato costruito sotto il controllo diretto del Ministero dei Lavori pubblici. L'opera è stata progettata, seguita e gestita dalla SADE, Società Adriatica di elettricità poi incorparata nell'ENEL con la legge di nazionalizzazione. Una commissione parlamentare d'inchiesta sul disastro viene costituita con legge del 22 maggio 1964, quasi un anno dopo, ed è affidata alla presidenza del senatore di Napoli, Leopoldo Rubinacci. La minoranza comunista della commissione raccoglie una serie dettagliata di inoppugnabili responsabilità del ministero nella persona di due parlamentari già noti per similari avventure: l'onorevole Giuseppe Togni che ha nominato la Commissione di collaudo per l'invaso delle acque includendovi tre tecnici che avevano approvato il progetto come componenti il Consiglio superiore dei Lavori pubblici e come tali inabilitati persino a norma del Regolamento fascista; l'onorevole Benigno Zaccagnini, che, benché ripetutamente sollecitato dal Consiglio provinciale di Belluno, dai sindaci di Longarone, Pieve d'Alpago e Ponte nelle Alpi, dal consiglio comunale di Erto, allarmati da un primo massiccio smottamento precipitato il 4 novembre 1960, dispone un sopralluogo del servizio dighe ma omette di fare attuare una vigilanza rigorosa sulle operazioni della SADE e, successivamente, tace la verità delle risultanze alle popolazioni interessate e agli organi elettivi.42 Ne risulta una mostruosa roulette russa in cui la SADE fa ruotare il tamburo della pistola puntata sugli abitanti del Vajont ed i due ministri non fanno il loro dovere per fermarlo.

Senza che il Ministero dei lavori pubblici intervenisse con la dovuta energia, la SADE riesce ad impedire che i sopralluoghi geologici di controllo vengano proseguiti e resi sistematici. I ministri competenti non fanno eseguire le opere necessario a garantire la sicurezza. La SADEENEL, forte dei suoi preziosi appoggi politici, utilizza gli organi del ministero come strumento al proprio servizio imponendo ad essi direttive ed indirizzi (anziché riceverne), annullando l'azione di enti elettivi, fingendo fino a "nascondere o sottovalutare il rischio per non compromettere il successo dell'opera in corso di realizzazione", manomettendo in modo irreparabile la sistemazione idrogeologica della valle e dei picchi a monte. Del tutto insensibile ai rilievi elaborati ed esposti dall'inchiesta, alla natura umana e civile dell'accusa che grava sui responsabili della SADE e sulla colpevole tolleranza dei ministri, il professore Giovanni Leone viene officiato ed accetta di difendere con la propria dottrina ed autorità i responsabili della catastrofe: esattamente i dirigenti dell'ENEL.

Il dibattito pubblico comincia nell'ottobre 1969, con un imputato in meno poiché drammaticamente il direttore dell'ufficio studi della SADE, il geometra ingegner Pancini si suicida senza attendere il processo. Degli otto rinviati a giudizio, 5 sono assolti, e 3 condannati al minimo della pena, cioè a 6 anni di cui 2 condonati (ingegneri Biadene della SADE e Violin del Genio civile, Batini del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, appena rientrati in Italia dopo la fuga all'estero durata il necessario per dare il tempo alla Cassazione di revocare il mandato di cattura).
La sentenza spiega testualmente che costoro "sono persone ineccepibili sotto ogni aspetto e la loro colpa sta nel non avere avuto nell'ora suprema l'appercezione e la riflessione, il lampo illuminante dell'imminente pericolo." Le loro carriere non sono offuscate da questo "tragico errore." Comunque, dice il collegio giudicante, ciò che ha ucciso non è la frana, e cioè la prevedibile cedevolezza dell'area scelta e non tenuta sufficientemente sotto controllo, ma soltanto l'inondazione per cui "l'evento non può essere addebitato all'agente ossia alla SADE-ENEL".

La tecnica forense e la sottigliezza della scuola giuridica napoletana, ma soprattutto il peso del potere personale del professor Leone hanno impressionato il presidente del tribunale dottor Dal Forno e anche i giudici di secondo e terzo grado che confermano sentenza e motivazione.

Intanto la sottosegretaria si traveste

Il potere burocratico è così diffusamente inquinato che la corruzione investe non solo i vertici ma lambisce abbondantemente anche i quadri politici intermedi. Senza fare più scandalo ne notizia. Un sottosegretariato influente viene ambìto come una centrale operativa di prim'ordine. Ed il sottosegretario onorevole Maria Badaloni, una modesta esponente delle istituzioni scolastiche confessionali, ne abusa largamente. Il 15 gennaio del 1965, nel proprio ufficio ministeriale in viale Trastevere, riceve in separate e successive udienze due funzionari e dinanzi ad essi si sdoppia in separate funzioni. Innanzi al primo, assume la veste di rappresentante dell'ente pubblico Centro nazionale per i sussidi audiovisivi di cui è presidente sotto il controllo della Corte dei conti. Nella seconda udienza, riveste quella di sottosegretario con delega del ministro della Pubblica istruzione. Per non mancare di souplesse e morbidezza e stare al gioco dell'omologia, i due funzionari mimano l'onorevole Badaloni; il primo si identifica con il ministero, l'altro con l'Ente nazionale biblioteche popolari e scolastiche.

Alla fine dell'udienza, nero su bianco, sono stati stipulati due contratti. Con il primo, il funzionario/ministero affida al sottosegretario/ente l'incarico retribuito di acquistare e distribuire materiale audiovisivo alle scuole di ogni ordine e grado ed ai centri di lettura come è scritto nel testo della convenzione, con il secondo il sottosegretario/ministero affida al funzionario/ente delle biblioteche il servizio di acquisto e distribuzione libri alle biblioteche delle scuole elementari, degli istituti di istruzione secondaria di primo grado, dei ginnasi e dei licei nonché delle istituzioni integrative della scuola. Il Centro istituito con legge del 1956, il cui direttore professore Vittorio Sala fa parte della direzione nazionale democristiana ed è, anche, dirigente di un Centro produzione film, acquista i materiali ordinati a prezzo di listino dalle case editrici e dai fabbricanti con uno sconto del 25% al quale se ne aggiunge un altro "legale" del 9% ed un altro "nero" che passa dal 34 al 40, e poi al 45 per cento su tutte le spese incontrate.
Il cospicuo margine di utile viene destinato alla produzione di filmine, diapositive, film e dischi educativi ai quali provvede il Centro produzione film, il cui dirigente è, al tempo stesso (e felicemente) commissionario e fornitore. Nel solo '65 le spese iscritte nel bilancio delia pubblica istruzione per questa voce sono state di 250 milioni per le sole scuole elementari con un complesso previsto di circa un miliardo. Nel nuovo "piano della scuola" per il quinquennio '66-'70, la cifra è meno esatta ma sicuramente più redditizia perché assorbita, genericamente, in uno stanziamento globale che subisce un'impennata e giunge a 121 milardi ed un milione. Per ogni miliardo, è garantito al Centro un cespite di 100 milioni. La presenza dell'onorevole sottosegretario ha un ruolo specifico di tipo bancario: quello di un normale funzionario allo sportello. Essa favorisce a vista il trasferimento dei fondi dallo Stato ad un altro ente che ne curerà la spesa, o meglio, l'incasso.
La Corte dei conti, al cui controllo il Centro è sottoposto dal 7 agosto 1964, non scopre né solleva incidenti per irregolarità.


I baroni ladri

Allo scadere del '60 e alla soglia degli anni '70, il malgoverno istituzionale compie un salto di qualità. I suoi effetti perversi si ispessiscono. La politica della separazione, ossia della nascita e discrezionalità di sistemi "separati" ed incontrollati nella gestione dell'economia che feudalizzano lo Stato, ne travalica, sino a surrogarle, le funzioni sempre più sclerotiche.
Il "patto scellerato" fra banche pubbliche e private, enti di stato, grosse concentrazioni private, gruppi di pressione parlamentare e della grande informazione, servizi segreti e meccanismi di ricatto, funziona come cemento inamovibile. La sostanziale affinità fra partito DC e Stato italiano (consistenza, assetto, funzionamento, formazione storica e classi egemoni); l'assenza di una maggioranza di ricambio credibile, una organizzazione politica nella quale l'alternanza al potere è considerata impraticabile ed il governo ridotto a direttorio autoperpetuantesi: tutto converge, da una parte ad appesantire la macchina esistente, dall'altra a sottoporla a dinamiche interne ed internazionali che ne preparano la crisi.
"Il vestito politico tagliato sull'incontro storico tra DC e Stato" tende a farsi troppo stretto per effetto di una crescita soggettiva delle masse che premono per irrompere, come società civile, nella gestione della politica e per condizionarne la discrezionalità tanto conservatrice quanto inefficiente.1
Il modello italiano, per la varietà degli aspetti e le peculiarità nazionali (tenuta della classe operaia; qualità ed estensione dell 'autonomia e dell'organizzazione sindacale), ha una sua originalità. La DC si trova a dover fare i conti non solo con le risultanze di una propria azione sregolata e contraddittoria di partito (il blocco ideale interno è andato sempre più stratificandosi anziché coagularsi) ma con la nuova massa di interessi che le sue scelte precedenti (apparato pubblico parallelo; estensione delle partecipazioni statali; possesso ed infeudamento della rete bancaria) hanno prima provocato, e poi lasciato, impotenti, degenerare. Proprio quell'affollato nuovo ceto manageriale che avrebbe dovuto contrastare, fino a soggiogare, le resistenze parassitarie con un accelerato quanto utopistico incremento produttivo, si rivela o incapace, o disattrezzato o subalterno rispetto alle forze di cui doveva costituire l'alternativa oppure del tutto funzionale ai vecchi metodi. Proprio dalle mani di costoro (dei Girotti, patetica caricatura di Mattei; Petrilli, Bernabei, Piga, Einaudi, Ventriglia, Di Cagno, Crociani), sorta originale di intermediari-relais, legati alla conservazione della gerarchia aziendale e retributiva, posseduti dal feticismo del danaro che dà potere, nei quali la DC aveva riversato le speranze di stabilizzazione e di rilancio della propria egemonia se non della interna "pulizia", vengono le maggiori incertezze, la più evidente "delinquescenza". Inoltre, i ritmi internazionali premono, non danno spazio né respiro.

Il passaggio accidentato e distorto dalla fase agricola a quella industriale getta l'Italia, l'anello più debole, nella grande catena della competizione selvaggia per l'approvvigionamento delle materie energetiche e per l'accesso alle nuove tecnologie e, contemporaneamente, ribadisce la dipendenza del paese dalle forze più aggressive dell'imperialismo. Se, nel decennio precedente, la corruzione significa finanziamento improvvisato a persone, gruppi, correnti, enti e partiti con scadenze ripetute ma saltuarie, con un pizzico di fantasia furfantesca, a questo punto essa diviene operazione a livello collettivo, programmatico, prettamente indicizzata al profitto. Si fa, cioè, strumento di scelte più generali, di politiche economiche, riflette gli indirizzi di politica internazionale per l'acquisto delle risorse, e si fa, essa stessa, variabile indotta della logica delle grandi imprese, dei livelli dei consumi, della crescita di nuovi bisogni e della pianificazione internazionale. Caduta l'illusione che il processo involutivo del capitalismo mondiale, divenuto "modello impazzito", possa essere arrestato con espedienti di vario tipo a partire dalla politica keynesiana, si preferisce oliarne gli ingranaggi obsoleti con forti irrorazioni di liquido corruttore, vischioso, che lascia poche tracce decifrabili. Non potendo più funzionare secondo le proprie leggi del profitto, il capitalismo organizzato ne prende a prestito dal sistema della rendita e si droga con miliardi di bustarelle per sopravvivere. Non esce dalla crisi né l'affronta, ma soltanto la ingaglioffisce ulteriormente. La crisi delle istituzioni viene così ibernata, entra in convulsione il modo di gestirle e chi le gestisce. Se, nel periodo 1960-1970, si tratta di arrembaggio corsaro, protetto e cautelato, ormai siamo alla guerra di linea con bordate di grande calibro che smantellano ogni cittadella di controllo e di resistenza. Il mare in cui naviga questa flotta e i porti in cui approda (uffici legali con giro di affari e consulenze di miliardi; fastose sedi commerciali; tende di sceicco e palazzi ex papali su colli fatali come quello del Quirinale), gli agenti che vi si muovono (ministri rapaci e capi di stato con feluche tutt'altro che candide) è quello del petrolio e si estenderà a quello parallelo delle forniture militari.


1 Cfr. MARIO TRONTI, Macchina statale e potere della DC in "Il contemporaneo", n. 29. 20 luglio 1973, pp, 18-19. Cfr. anche PERCY ALLUM, La storia degli scandali, in "L'Europeo", 14 maggio 1976. Cfr. ALESSANDRO NATTA, Il partito tra Chiesa e Stato, "Il contemporaneo", n. 21, 25 maggio 1973, p. 16 e segg.


I taxi di Mattei

In primis, fu Enrico Mattei. La biografia politica di questo imprenditore cattolico a tradizione antifascista e ad orientamento populista, risolutamente anticomunista, iniziata con la sua nomina a commissario straordinario per l'Alta Italia dell'AGIP il 12 maggio 1945, interessa la nostra narrazione non tanto per le drammatiche vicende in cui si intrecciò e finì, ma per l'uso, contradditorio e spregiudicato, dei sovraprofitti petroliferi come base personale di dissuasione e persuasione politica interna ed esterna, utensile di condizionamento delle forze di partito dentro e fuori parlamento.2
L'ENI, come i petrolieri privati, fece armistizi con le sette sorelle e con i più importanti petrolieri nazionali, travalicò in settori diversi da quello dell'approvvigionamento e distribuzione degli idrocarburi, arruolò agenti speciali e comprò giornali, convinse uomini politici di centro e di destra, comprò gazzettieri e strinse rapporti con la mafia, finanziò campagne politiche alle più alte cariche pubbliche ed ai mandati più prestigiosi. L'elezione di Giovanni Gronchi alla presidenza della Repubblica il 28 aprile 1955 è una scoperta di Mattei che zampilla con le sonde e le trivelle dell'ENI. Costo dell'intera operazione: 1 miliardo tondo di lire, amministrato e fatto circolare con oculatezza da un gruppo ben fidato di ufficiali e confidenti del SIFAR, profuso soprattutto in Parlamento ma dirottato anche verso la stampa amica e quella all'inizio nemica. L'Europeo, rivista politica settimanale attardatasi ad attaccare il candidato di Mattei al Quirinale, giunse ogni sorta di minaccia ed anche l'offerta della carota sotto forma materializzata di 90 o 100 milioni di lire oltre ad offerte, per i più ostinati (il redattore Renzo Trionferà che ha raccontato l'episodio ed il direttore Giorgio Fattori che non l'ha smentito), di un appartamento ai Parioli, preventivamente acquistato ed accatastato.3

Su questo terreno, e per queste imprese, del resto numerose durante il settennato, l'onorevole Gronchi non ha bisogno di méntori e consiglieri. Nell'aprile del '71, i tre francobolli di posta aerea di colore azzurro, verde e rosa emessi in occasione della sua visita di Stato nel Perù, risultarono errati. L'ambasciatore in Italia fece notare che essi riportavano una cartina geografica del Sud-America ormai scomparsa da almeno centocinquant'anni, almeno dalle guerre di liberazione nazionale di quel continente guidate dal generale San Martin e da Simon Bolivar, el Libertador.
L'ordine di sostituzione dei francobolli, casualmente errati, fu immediato ma non tale da evitare legittimi sospetti. Fu consentita, infatti, la vendita per tre giorni del "Gronchi color di rosa" emesso in numero di 2 milioni di esemplari. Chi ebbe il fiuto, o l'estro, o la previdenza (o l'accorto suggerimento) di acquistarlo nel primo, secondo o terzo giorno pagandolo 205 lire, lo rivendette, come rarità filatelica, a 250 mila. Bastava saperlo per profittare.4

Una delle prime operazioni dell'ENI è collocabile nel maggio del 1954, all'indomani della scoperta di imponenti giacimenti di "oro nero" in località Valle Cupa in provincia di Pescara e consiste nell'allestimento di una sortita anti-De Gasperi, ritenuto troppo possibilista nei confronti dei monarchici5.
L'oggetto dell'iniziativa consisteva nell'acquisto e nella pubblicazione di un carteggio, rivelatosi falso, fra Churchill e Mussolini contenente pesantissimi addebiti a carico di De Gasperi. Il complotto per cui era indispensabile l'accordo con Andreotti, disponibile all'inizio, prudentissimo e poi richiamato per iscritto all'ordine dallo stesso De Gasperi, non funzionò, ma il documento fu ugualmente acquistato e destinato al foglio scandalistico di estrema destra, il Candido, allora diretto da Giovanni Guareschi. Il pubblico danaro, accumulato in nome di una politica di sinistra, paradossalmente finiva nelle casse di destra. "Mi servo dei partiti come dei taxi", era l'espressione senza veli di Mattei. "Non mi toccate mai o vi sputtano in cinque minuti" era la sua minaccia. Da fanfaniano, con scelte calcolate, Mattei divenne moroteo, indi finanziatore della Corrente di Base, poi incline al centro-sinistra ma contrario alla sua versione "avanzata", poi filosocialista, di nuovo incline a trattare con la destra, ovunque lo portasse il suo disegno dell'ora.' L'ENI, il Candido e poi il Borghese di Mario Tedeschi entrarono spesso in combutta o in collisione. La spregiudicatezza dei vecchi e nuovi dirigenti dell'ente di Stato (Mattei, e poi Eugenio Cefis), la commerciabilità dei secondi sono stati, in vari momenti, il canale di transito attraverso il quale i profitti di Stato sono stati dispersi dalla DC e fatti affluire in mani eversive. Un episodio significativo si riferisce all'offensiva lanciata il 31 ottobre 1957 dal Borghese che suggerisce all'arma dei carabinieri di controllare i bilanci dell'ENI. Mario Tedeschi, poi senatore fascista, rinnova la domanda alla televisione in un dibattito con il senatore Giorgio Bo, ministro delle Partecipazioni statali e rincara la dose. L'ENI trucca i bilanci per non versare allo Stato i profitti derivanti dalla distribuzione del metano. Sono almeno dieci miliardi l'anno che Mattei userebbe per inquinare partiti e correnti, puntellare giornali, ammorbidire polemiche, coprire il deficit del Giorno. "Le accuse sono sostanzialmente esatte", constata Giorgio Galli.7
Il presidente dell'ENI risolve drasticamente il problema che il ministro Bo ha mostrato di non sapere affrontare: dal bilancio dell'ente viene depennata ogni voce relativa ai conti economici del metano con una innovazione che durerà fino ai giorni nostri. Il Borghese rientra nei ranghi. Poi la tragedia si compie e l'aereo che trasporta Mattei precipita a Bascapé, il mattino del 28 ottobre 1962, proprio nel momento in cui si fanno più accese le accuse contro di lui anche a proposito della discussa acquisizione delle Lane Rossi dopo una equivoca vicenda borsistica. Riemerge a quel punto una figura destinata a durare. Dopo essere stato capo del personale e vice direttore generale, Eugenio Cefis (è di lui che si tratta), torna all'ENI come presidente colmando un breve periodo di assenza durata meno di dieci mesi e dovuta a contrasti, forse non insormontabili, con Mattei sugli indirizzi di gestione.


2 "Per Mattei non sussistevano ne problemi di legittimità, ne problemi di controllo. Aveva un'idea molto semplice del potere. Così ha avvelenato il corpo sociale." Rispondendo in un'intervista a "La Repubblica" (Incominciò con Mattei la corruzione politica, di Silvia Giacomoni, 23 maggio 1976, p. 17), Giorgio Galli così compendia il rapporto di Mattei con le istituzioni: "Da lui deriva la tendenza a fare dell'intervento pubblico in economia la bandita di caccia dei partiti", egli ha precisato a Cesare Medail nella recensione, intervista dal titolo E.M. o il potere corrotto, in "Il Corriere della Sera", 11 luglio 1976 Cfr. anche, dello stesso Galli, La sfida perduta, Milano 1976, nel quale si legge, a p. 137, questo compendio: "Mattei accumulò e gestì senza controllo pubblico ingenti sovraprofitti derivantigli da una situazione di monopolio. Ma furono scelte per loro destinazione, costi di corruzione a parte, in un settore, le fonti di energia, il cui potenziamento corrispondeva agli interessi obiettivi dell'economia italiana."

3 C'è un'altro scandalo che si ferma davanti al nome di Giovanni Gronchi, ed è quello dell'Eci-Enic, denunciato per primo nel 1957 da Luigi Sturzo. Un ragioniere di Pontedera, Torello Ciucci, la cui moglie è assidua del Quirinale, viene nominato nel 1955 amministratore delegato dell'Enic, Ente nazionale per l'industria cinematografica. L'Enic possiede un vasto circuito di sale cinematografìche e l'intero pacchetto azionario dell'Eci, una società proprietarìa anch'essa di sale cinematografìche e di un patrimonio di altri beni immobili. Il ragionier Ciucci liquida tutto, chiaramente non per autonoma ispirazione. Incomincia col trasferire i beni dell'Enic all'Eci, quindi vende l'Eci a un prezzo irrilevante, rispetto al valore effettivo: 2 miliardi e 605 milioni, a rate e senza interessi. Il beneficiario dell'operazione rimane sconosciuto. L'acquisto, infatti, è effettuato dalla Banca Rasini di Milano "per conto terzi."
A nulla valgono gli articoli di don Sturzo, le interrogazioni parlamentari, persino una lettera aperta a Gronchi, pubblicata nell'agosto 1957 da un giornale dello spettacolo, "Intermezzo." Dopo il '62, scaduto il settennale alla presidenza della Repubblica, Giovanni Gronchi viene chiamato direttamente in causa dal settimanale "L'Europeo" di Angelo Rizzoli che aveva ospitato nel suo albergo di Ischia tanto Gronchi quanto la moglie di Torello e lo stesso ragionier Ciucci. Ma ormai lo scandalo è stato insabbiato da un pezzo.

4 ALDO CANALE, Il malcostume sale in cima al Colle, in "Tempo", n. 18, 9 maggio 1976.

5 RUGGERO ORFEI, Andreotti, Feltrinelli, 1975, p. 92.

6 Per definire questo ruolo e differenziarlo da quello dei politici, cfr. l'opinione di Raffaele Mattioli riferita a p. 48 di EUGENIO SCALFARI e GIUSEPPE TURONI, Razza padrona, Feltrinelli, Milano 1974: "Mattei ha insegnato ai suoi successori come si può comprare la repubblica. È stato il più grande corruttore di questo paese. Mattei ha messo le debolezze e la corruttela dei politici a servizio del suo disegno. Gli altri che sono venuti dopo l'hanno imitato nel peggio: hanno messo la corruttela dei politici a servizio dei loro interessi. Che pena."

7 GIORGIO GALLI, op. cit., p. 157.


La congrega degli elemosinieri

Fra i proprietari de "Il Borghese" vi è un uomo legato da antica amicizia e consuetudini vacanziere e di affari con Cefis. È il senatore fascista Gastone Nencioni, legale di agenti di cambio e di imprenditori milanesi, bene introdotto negli ambienti finanziari, tramite di tutta la stampa nera del paese. Cefis, che punta alla conquista del colosso privato Montecatini con la autorizzazione del ministro Bo che lo aveva incaricato di acquistare il pacchetto di controllo della società privata, avvia rapporti di affari col Candido, utilizzando i fondi neri accumulati con i profitti dell'ente pubblico per fini extrabilancio.

Secondo una minuziosa ricostruzione fatta dagli autori di Razza padrona, il 6 novembre 1969, un incontro assai discreto si sarebbe svolto in una saletta protetta dal trambusto alberghiero e dai rumori del traffico, del nuovissimo Hotel Sonesta di Milano, alle spalle del grattacielo della Pirelli. I tre interlocutori non si sarebbero scambiati convenevoli ma buste e messaggi in cifre. Alla presenza del professor Giuseppe Guarino, consigliere della Sofid, la finanziaria del gruppo ENI, il dottor Franco Briatico, presidente dell'agenzia Italia, capo dell'Ufficio stampa dell'ENI ed assistente speciale del suo nuovo presidente, avrebbe esposto il piano per propiziare la nomina dell'ingegnere Raffaele Girotti alla vice presidenza della Montedison in base alla scelta operata dagli onorevoli Segni, Fanfani e Moro. Lo Stato italiano, ossia l'ENI, ossia Briatico, ossia Cefis avrebbe sostanziato questo piano, che richiede il silenzio degli "oppositori", con il versamento al terzo interlocutore della riunione, signor Giorgio Pisanò, direttore del settimanale neofascista Candido e dirigente di una associazione di piccoli azionisti ENI, la somma complessiva di 125 milioni di lire. Questa sporca faccenda ha un epilogo imprevisto e ambiguo nel novembre 1975 quando la querela proposta dai fratelli Pisanò contro L'Espresso eRazza padrona viene rimessa e L'Espresso pubblica un breve comunicato in cui quella ricostruzione della vicenda viene definita priva di fondamento. Giretti, che è diventato vice presidente della Montedison dove combatte con affanno la guerra degli organigrammi per accaparrare i posti chiave in preparazione dell'avvento di Cefis che egli sostituirà, poi, all'ENI, perfeziona, il 25 aprile successivo, un accordo con Pisano e lascia immettere nel consiglio di amministrazione un Augusto Erba che è il rappresentante designato dal direttore del Candido. Via via, il canale diventa pervio e facilita il passaggio ciall'ENI di San Donato alla Montedison di Corso Buonaparte di Eugenio Cefis, uno dei più avventurosi, se non il più ambizioso, dei tecnoboiardi di Stato. Solo una siepe soleggiata di rose "Jolie madame" dal colore giallo arancio, ibridate da Meilland, divide la villa romana di Cefis tra Porta San Sebastiano e Porta Latina ai Fori Imperiali, da quella di un altro grande della petrolchimica, Vincenzo Cazzaniga. Per quasi venti anni come presidente e amministratore delegato della ESSO italiana, consigliere della Bastogi Italpi, presidente dell'Unione cattolica imprenditori che ha come consulente spirituale il cardinale Giuseppe Siri arcivescovo di Genova, presidente dell'Unio'ne petrolifera italiana, Vincenzo Cazzaniga domina la scena dell'oro nero italiano e straniero. Quando la crisi esplode, nel dicembre 1967 egli viene consultato come illustre "esperto" sui problemi dell'energia." Cefis non compare in questo vertice ministeriale ma è implicito che egli rimanga dagli spalti della Montedison come la stella, per ora fissa, più luminosa dell'intera costellazione, il timone del gran Carro, tanto più ora che le acque si intorbidano poiché i problemi di energia divengono all'improvviso allarmanti. I ministri Ugo La Malfa, repubblicano, Antonio Giolitti, socialista. Nino Giolitti e Ciriaco De Mita, democristiani, si rivolgono agli esponenti del mondo petrolifero pubblico e privato, convocano il rappresentante italiano all'OesE, Renato Piga, per conoscere rammentare delle reali giacenze nazionali di petrolio consistenti prima in 45 milioni di tonnellate, poi in 23 milioni. Una settimana dopo, con una sua dichiarazione, "l'esperto" Cazzaniga an nacqua e ribassa i calcoli allo scopo di impedire che vengano eseguiti conteggi facili ma inopportuni sui tributi dovuti ma non corrisposti. Perché? Il petrolio, in Italia, non è un settore libero ma in concessione. In base alla vecchia legge 8 febbraio del 1934 e ad altri articoli del Codice penale la situazione delle riserve deve essere mensilmente comunicata ai ministeri competenti dell'industria e delle finanze per gli accertamenti e per l'imposizione fiscale conseguente: ogni ritardo o reticenza nella denuncia dei quantitativi importa per lo Stato perdite evidenti di decine o centinaia di milioni liquidi. Ma se questa è solo una variazione specialistica sul tema fiscale, il fulcro del racket del petrolio in Italia sta nell'incremento abnorme del numero e della capacità di impianti di raffinazione: chi più raffina, infatti, meno è tassato; più esporta merce e capitali; meglio controlla l'industria chimica e petrolchimica; più facilmente drena contributi ed incentivi stanziati dallo Stato e dalle Regioni a Statuto speciale per il Mezzogiorno in proporzione assorbendo scarse quote di occupazione; più aumenta con i profitti il potere di comando sulla politica, le banche, l'informazione. In questa strategia, Cefis è esplicito, Cazzaniga ribadisce. Quali sono le vere ragioni che hanno spinto l'ENI ad acquistare una partecipazione nella Montedison?, chiedono a Cefis i senatori membri della Commissione bilancio e partecipazioni statali nella seduta del 17 marzo 1970.

C'è una ragione tecnico-economica ed una ragione politica risponde Cefis. La prima è che petrolchimica e chimica sono due attività strettamente connesse. Il ponte che le unisce è la raffinazione. I chimici hanno interesse a controllare i processi di raffinazione. I petrolieri hanno un interesse identico poiché questo assicura loro la possibilità di maggiori rincari della materia prima. La seconda ragione è che la Montedison sotto la gestione di Valerio ha sempre avuto un atteggiamento di ostilità verso di noi. Ora, invece, l'obiettivo di coordinamento è stato chiaramente raggiunto.
Sembra una partita di cricket giocata dai gentiluomini sulla Pelouse dietro le rose nella villa di Cefis o di Cazzaniga, a piacere. Ma così facendo si consolida in Italia un certo tipo di economia strettamente incardinata (petroli, raffinatori, industriali chimici), pubblica nei finanziamenti, unitaria negli scopi di dominio. Per anni, l'apparato politico dominante del Paese recita con zelo e tornaconto il copione che le grandi compagnie petrolifere nazionali e straniere elaborano ed aggiornano. Gli strumenti dello spartito sono due: sviluppo abnorme della raffinazione; agevolazioni fiscali e tributarie.

Nel 1950, la capacità di raffinazione concessa per decreto era di 7,5 milioni di tonnellate anno, approssimate per difetto e sale a 90 nel '64, a 133 nel 1970, mentre quella illegalmente esercitata dalle compagnie al di fuori di ogni controllo era già di gran lunga maggiore. L'Italia sotto i governi democristiani, diviene il santuario della raffinazione con un indice di 3,1 tonnellate per abitante contro l'1,52 del Giappone ed i 3 degli USA.
In poco meno di un anno, gli onorevoli Moro e Leone, presidenti del Consiglio e l'onorevole Andreotti, ministro dell'Ind'ustria, riescono ad autorizzare nuove raffinerie per oltre 53 milioni di tonnellate per anno dalla BP di Volpiano alla GULF di Zelo Buon Persico alla Mediterranea di Milazzo del gruppo Monti, oltre al milione di tonnellate riservato a Porto Torres dove opera la SIR di Nino Rovelli.

Le rose separano Cefis da Cazzaniga. Una esigua soletta di cemento antirumore separa, invece, a Crans-sur-Sierre nel Vallese, Rovelli dalla famiglia Leone che sta al piano di sotto dell'orribile grattacielo policromo denominato, fumettisticamente, "Supercrans". Nulla separa, invece, il petroliere dalla famiglia del professor Leone al mare, a Capri, dove nella zona Molino a Vento, la villa Due Rose è praticamente in coabitazione.
Per accedervi o sbarrarne l'ingresso, Rovelli ha chiuso con catene la piccola cala privata extraterritoriale dove approda il motoscafo di donna Vittoria ma dove l'ingresso è impedito anche alla guardia di finanza che tenterà invano di fermare un contrabbandiere, ivi riparato dopo un lungo quanto infruttuoso inseguimento. Quando Rovelli, in una intervista a Mondo Economico del 18 novembre '72, protesta per la fetta a suo giudizio troppo sottile di pubblici finanziamenti riservata alla SIR, il suo doppio coinquilino di montagna e di mare interviene in nome della Giustizia. Rovelli ottiene di assidersi alla tavola del Piano chimico assieme con tutti gli altri squali di questo oceano inquinato.

Nel '71-72 (Cefis è presidente della Montedison dall'aprile '71 e già sforna piani a nastro) vengono assegnate concessioni per altri 76 milioni di tonnellate di petrolio da raffinare. Una quota storica, pari ad oltre la metà di quelli rilasciata in 70 anni dall'inizio dell'era del petrolio.9 Il tetto è stato toccato e forse minaccia di saltare. Si passa alla seconda pagina del copione, quella delle consistenti agevolazioni fiscali, ciascuna delle quali vale miliardi. Luigi Preti, che firma con lo pseudonimo 'Ludwig' sui quotidiani della catena del petroliere Monti, introduce una sanzione legale per coprire un illecito fiscale delle compagnie petrolifere. L'imposta di fabbricazione viene disposta dallo Stato su ogni chilogrammo di prodotto petrolifero, ma il prelievo avviene con tanta lentezza ed approssimazione in difetto che nel '72 essa colpisce solo poco più della metà del grezzo lavorato, esentando di fatto ben 49 milioni di tonnellate su 69,5 complessive. Non basta ancora: le somme dell'imposta di fabbricazione vengono riscosse con benevole dilazioni. Nel 1972, l'imposta ebbe un gettito di 2 mila miliardi, ma 500 di essi rimasero per mesi né riscossi né versati; a disposizione dei petrolieri, consentendo ad essi il beneficio di ogni sorta di interessi e di manovre bancarie.

Il 28 marzo '68 viene approvato il cardine di tutte le ulteriori facilitazioni, la legge sui cosìddetti "oneri differiti" che allontana a favore delle compagnie di altri tre mesi il pagamento della imposta di fabbricazione e dell'IGE. Il 28 dicembre 1971, con puntualità servile, lo stesso onorevole Preti formula, propone, sottoscrive, presenta di concerto con il senatore Silvio Gava ed emette altri due decreti presidenziali per altrettante proroghe.
Il 12 maggio '71 il governo, presieduto dall'onorevole Emilio Colombo con Preti-Ludwig, dal nome dell'umbratile secondo scoronato re di Baviera, alle Finanze e con Silvio Gava all'Industria, supera se stesso: presenta ancora un altro decreto che modifica a vantaggio dei produttori e degli importatori il regime fiscale ed il prezzo dei derivati dagli idrocarburi. In sostanza, va più in là persino delle richieste degli interessati. Il 17 marzo, due mesi prima, Cefis stesso aveva infatti dichiarato alla Commissione bilancio della Camera:

"Le maggiori compagnie non hanno un effettivo interesse al contenimento dei prezzi. Data la forza della posizione attuale, esse pensano di non trovare alcuna difficoltà, oggi ed in futuro, nel trasferire gli aumenti di prezzo sui consumatori." Ad abundantiam la DC ha fretta.
Alla Camera, la discussione dura tre ore, dalle 17 alle 20 del 20 giugno. Il Partito comunista si dichiara nettamente contrario ed i suoi oratori parlano di "scandalose preferenze." Al momento del voto, mancano, però, dall'Aula 49 deputati delle opposizioni. Il 2 agosto dell'anno dopo, stessa rappresentazione. I deputati del MSI appoggiano la richiesta che proroga di altri tre mesi i precedenti decreti di riduzione dell'imposta e sostengono le ragioni dei petrolieri. Il deputato fascista di Catania, avvocato Grazio Salvatore Santagati, pur ritenendo il provvedimento formalmente "un po' macchinoso e non ortodosso", fa violenza al proprio rigore giuridico e ne sollecita l'approvazione poiché "se il decreto non fosse convcrtito in legge, ne nascerebbero conseguenze veramente penose." Non precisa per chi, visto che per i contribuenti ed i consumatori la pena è già in atto con l'aumento dei prezzi e con l'inquinamento provocato dai nuovi impianti 'contro i quali si battono, invano, rappresentanti locali dei partiti e delle forze culturali, come a Portogruaro.

La singolarità dell'iniziativa per alcuni fra i più discussi dei nuovi impianti sta nel fatto che i veri manovratori preferiscono rimanere dietro le quinte. La "Sangro Chimica" che chiede la concessione per Fossacesia ha un capitale sociale solo di 1 milione, ha sede a Chieti ed il suo amministratore unico è l'avvocato Antonio Genovese di cui si sa che è assessore provinciale democristiano e di professione veterinario. Il segretario provinciale della DC è presidente del Collegio sindacale, militante nella corrente dell'onorevole Remo Gaspari, membro doroteo della direzione, tutt'altro che ostile al petroliere Monti, già socio dei gerarchi fascisti Italo Balbo ed Ettore Muti per conto dei quali gestiva impianti costieri a Ravenna, poi sospettato come finanziatore di Pino Rauti e di Ordine Nuovo. Per alcuni anni, gli affari incrociati (petrolieri, raffinatori, governo) procedono a gonfie vele. Lasciamoli procedere nella loro navigazione per ora scorrevole, per far posto, cronologicamente, ad un intermezzo sconcertante, tuttora insoluto.

Greggio e pericoloso

La situazione politica generale è andata accentuando elementi di instabilità. Nel Partito socialista, già all'indomani della scissione del luglio 1969 e nonostante l'elezione della nuova segreteria del 23 aprile del 1970 (Mancini, segretario; Tristano Codignola per la sinistra, Bettino Craxi per gli autonomisti, Giovanni Mosca, per la Nuova Maggioranza, vicesegretari), esplode la contrapposizione fra la maggioranza reale (Lombardi, De Martino, Mancini) che punta al superamento del centro sinistra ed intende dar vita a nuovi equilibri associando il Partito comunista alla responsabilità del potere e le posizioni di Pietro Nenni che invita, invece, alla cautela resa necessaria dall'avanzata elettorale neofascista, dallo spostamento a destra della DC e dal riflusso moderato in atto nel partito di maggioranza relativa.
L'insoddisfacente esito delle elezioni presidenziali estremizza all'interno del PSI nuove fratture e divaricazioni. Il manciniano onorevole Giuseppe Di Vagno replica ad una sommaria critica che l'onorevole Giuseppe Mariotti, deputato demartiniano della Toscana lancia contro il segretario del partito con una dichiarazione che la bolla come "attentato allo spirito unitario del partito e quasi come un invito ad affrontare i problemi politici in termini di rissa." Premono sul partito interventi esterni e malessere di base. Il 17 luglio del '72 il collegio nazionale dei Probiviri socialisti approva un gravissimo documento sulla situazione interna e lo invia a tutti i membri del comitato centrale. Le contraddizioni politiche si fanno morali. "Richiamiamo l'attenzione degli organi del partito sullo stato di deterioramento e di decadimento delle strutture e della vita interna [...], sulla degenerazione elettorale [...] sulle illegalità statutarie e le degenerazioni del costume [...], sulle infiltrazioni clientelari."

Già dal 26 giugno al 31 agosto 1968, il dirigente socialista più direttamente preso di mira è l'onorevole Mancini. Il produttore cinematografico Morris Ergas racconta la storia del suo amore sfortunato con l'attrice Sandra Milo e si diffonde sulle circostanze della ospitalità concessa a lui ed alla Milo nella casa dell'onorevole Mancini a San Lucido. Poiché ritiene che i coniugi Mancini, anziché proteggere la sua passione, l'hanno di fatto ostacolata e poi incrinata allontanandogli la Milo, il produttore ritiene suo dovere patriottico riferire sul tenore di vita dei coniugi Mancini, ai quali asserisce di aver regalato, tra l'altro, per l'estate un progetto di villa presso Cetraro sulla costa cosentina e per l'inverno una pelliccia per la moglie del ministro. Le confessioni di Ergas vengono raccolte dal settimanale Gente il cui editore, Edilio Rusconi, è da tempo in rapporti di affari con Attilio Monti, comproprietario di una catena di quotidiani che all'unisono si mettono in moto. Il piombo dei rotocalchi e quotidiani si intinge nel petrolio. Riprendono le notizie su Mancini, anche La Nazione di Firenze e Avanguardia socialista dell'onorevole Preti-Ludwig, il quale, faceto, commenta: "Se Mancini fosse una lingua straniera, Ergas sarebbe il suo dizionario."

Sono soltanto i primi assaggi di un'offensiva che lascia il segno. "Greggio e pericoloso", per usare il titolo del romanzo fantascientifico di Roberto Vacca, ossia il petrolio non perdona, quando è escluso dal giro. Come ministro dei Lavori pubblici, Mancini si era vivacemente opposto al criterio della "esclusiva competenza" del ministero dell' Industria nella concessione delle licenze di nuovi impianti di raffinazione, sostenendo che l'esame delle richieste andava fatto dalla competente Direzione generale del ministero, d'accordo con i comuni interessati e con le autorità regionali, in relazione all'assetto del territorio e all'obbligo di misure antinquinamento.10
Il 23 novembre del '73 l'onorevole Salvatore Frasca, ora demartiniano ed ex manciniano, deputato di Catanzaro, rivolge alle Camere un'interrogazione al presidente del Consiglio per sapere se a favore degli impianti della SIR-Rumianca di Rovelli, designato quale amico di Mancini ed a questo fine editore del quotidiano Giornale di Calabria, a Lamezia Terme siano state concesse particolari agevolazioni, visto che i pareri di conformità degli organi nazionali della programmazione figuravano come siglati prima ancora che le licenze dei nuovi impianti fossero richieste ed anzi, senza che neanche ne fosse avanzata domanda.11
Nel complesso, alla SIR andranno oltre 20 miliardi della Cassa del Mezzogiorno, nel periodo in cui è ministro per gli interventi straordinari l'onorevole Andreotti che ha un obiettivo omologo a quello dell'onorevole Mancini: edificare, in tempi brevi ed immediatamente produttivi, un'alternativa di potere interna ed esterna al proprio partito. Contro Cefis, negli stessi giorni, l'onorevole Mancini rinnova l'accusa di "foraggiare ripetutamente la stampa di destra" e questa, evocata, si fa viva dalle colonne sia dei giornali neofascisti che socialdemocratici. In un colloquio riservato a Formia, Pietro Nenni preannuncia, senza giudicarlo, il pericolo a Mancini: "Il compagno Preti fa fuoco e fiamme contro di te. Racconta le operazioni poco pulite che tu avresti fatto ai Lavori pubblici."
"Mancini sei un ladro." Manifesti vistosi e numerosissimi si distendono con questa frase lapidaria sui muri della capitale sino ai paesi della Calabria. Li stampa, in prima edizione, il Candido, li ristampano persone vicine all'onorevole Preti come Amedeo Matacena, uno degli organizzatori della rivolta di Reggio, li riprende l'onorevole Luigi Mariotti dirigente nazionale del partito socialista. I manifesti alludono alla vicenda delle aste truccate all'ANAS, azienda statale della strada, controllata dal Ministero dei Lavori pubblici, dove l'onorevole Mancini è stato dal 22 luglio 1964 al 24 giugno 1968 nel secondo e terzo governo Moro. Il 17 ottobre 1971, a domanda del Sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma dottor Franco Plotino e del Giudice istruttore dottor Antonio Alibrandi, viene rimessa alla Camera la richiesta di sottoporre ad indagine della Commissione inquirente per i processi di accusa contro gli onorevoli Giacomo Mancini e Lorenzo Natali, democristiano.

Il Candido sostiene che all'ANAS, complice l'ingegnere Ennio Chiatante, direttore generale, le aste venivano regolarmente truccate e gli appalti assegnati solo a quelle ditte che versavano una percentuale calcolata sulla base dell'ammontare dei progetti. Vi era stata la reazione di alcuni funzionari e, tra questi, quella dell'ingegnere Giuseppe Rinaldi, dimissionato e sostituito, appunto, dal Chiatante, fin dal novembre 1965. Un torbido convoglio di telefonate intercettate, di registrazioni, ricatti, appostamenti, appuntamenti noti prima alla polizia che ai convocati, sopralluoghi di magistrati, guardie di finanza, poliziotti privati e di Stato, si mette in moto. Il senatore Lino Jannuzzi rivolge un'interrogazione al ministro di Grazia e giustizia per sapere se "le bobine ed i nastri delle intercettazioni su presunte irregolarità all'Anas sono state effettivamente fabbricati da agenti paralleli di una polizia privata, in contatto con alcuni ufficiali della Procura della Repubblica di Roma."12

Contemporaneamente egli accusa i Sostituti procuratori di Roma Franco Plotino, Antonio Alibrandi e Claudio Vitalone, fratello di un noto esponente della Democrazia cristiana laziale implicato in una vicenda di truffe, di "aver costituito un gruppo di potere negli uffici giudiziari romani per imbastire una serie di procedimenti diretti a colpire uomini, partiti, ambienti democratici." Il Consiglio superiore della magistratura con 13 voti a favore e 10 contrari manda esente da sanzioni il dottor Plotino. La Commissione parlamentare inquirente decide l'archiviazione della procedura con 18 voti favorevoli e 3 contrari, lasciando la porta socchiusa ad un ripensamento. Il Partito socialista, diviso fra censori ed innocentisti comprensivi, di fatto "tollerante e remissivo" nei confronti degli attacchi che non accennano a diminuire, lascia in pratica esposto da solo l'onorevole Mancini e la DC mostra di pensare a tutta la vicenda come ad una spada sempre sospesa da far balenare ad ogni occasione di baratto o di minaccia anti-PSI.


Foto con dedica a Cazzaniga

Alle otto del mattino di sabato 9 febbraio '74, due agenti in borghese, scesi da un'autovettura bussano al cancello della sontuosa villa Pallavicini. Qualificatisi al giardiniere, entrano nel salone a pianterreno ed attendono. Girando gli occhi attorno, fissano su un tavolo stile Regency la grande cornice d'argento di un ritratto e leggono la dedica autografa: "Al Cavaliere del Lavoro Vincenzo Cazzaniga con viva cordialità, Quirinale, 13 settembre 1966, Giuseppe Saragat." La foto è di Ghitta Carrel.
Accanto è la foto di gruppo con ministro. L'onorevole Andreotti, ministro dell'Industria, sorride e congiunge le mani durante il taglio del nastro che inaugura la nuova sede della ESSO. Alla sua sinistra è il dottor Cazzaniga, "il cardinale" come viene chiamato nell'ambiente, essendo più cardinale del prelato che gli sta accanto nella foto, alle spalle, con l'aspersorio. Dietro, l'orologio automatico marca Solari segna le ore 10 e 2 minuti di sabato 15 ottobre. Sul piano di una piccola libreria, una foto d'uomo più recente con una scritta a mano in inglese: "Siamo grandemente soddisfatti per il successo da lei ottenuto nel concludere i tre problemi, con relativo cumshaw, 26 gennaio 1966, Bosto Cruikshank."
I due agenti si guardano interrogativamente. "Il dottore non c'è. È in America", risponde una domestica con accento lombardo poiché è di Soncino, il paese di Cremona dove è nato anche il dottore. Uno degli agenti ha in tasca un mandato di cattura per corruzione aggravata e associazione a delinquere contro l'imputato Cazzaniga. Il reato si riferisce ai "tre problemi" di cui parla nella dedica il personaggio che si firma Cruikshank, nome in codice di mister Keresey, dirigente della Exxo dove Cazzaniga ha lavorato 41 anni complessivamente, entrandovi come fattorino. Cumshaw è la parola di origine cinese per indicare, in gergo, "regalo", "omaggio", ossia bustarella. In quel momento, il dottor Cazzaniga sta riposando nella suite dell'albergo Stattler Hilton di Washington. Qualche ora dopo avrebbe lasciato ancora ignaro ed euforico l'albergo per andare a Saint Paul nel Minnesota nella sede della 3M, Minnesota mining and manifacturing, di cui è consigliere di amministrazione. Raggiunto per telefono da un giornalista ed informato del mandato di arresto si 'limita a ripetere la frase di Mark Twain: "La gratitudine è un debito che più cresce e più è difficile da riscuotere."13
Incalzato, chiede a sua volta da che parte sia stato perpetrato "l'incredibile abuso." Da Genova, è la risposta. Da tre pretori.
Poco dopo il mezzogiorno di mercoledì 20 febbraio, i tre pretori Mario Almerighi, Carlo Brusco ed Adriano Sansa vengono accompagnati da un commesso per lo scalone di Montecitorio che porta agli uffici della presidenza. Una breve sosta in piedi, sotto il grande quadro della Cacciata di Ezzelino da Romano che, sconfitto da Obizzo Il d'Este, capo della crociata di parte Guelfa, ripara, ferito, verso Cremona proprio a Soncino. Poi, il presidente della Camera, Sandro Pertini, li accoglie e riceve gli atti relativi alle indagini compiute sul mercato dei prodotti petroliferi: 18 fascicoli, 250 chili di documenti.
Nonostante il riserbo del momento la stampa accerta che sono indiziati di gravi reati, sia ordinari che ministeriali, petrolieri come Garrone e Pignatelli, "grandi elemosinieri" come Cazzaniga, ministri in carica e non come Preti, Ferri, Valsecchi, Ferrari Aggradi, Bosco; segretari amministrativi dei partiti di governo come Filippo Micheli (DC), Giuseppe Amadei (PSI), Luciano de Pascalis e Augusto Talamona (PSDI), Adolfo Battaglia ed Emanuele Terrana (PRI); alti funzionari dell'ENEL come il presidente Vitantonio di Cagno ed il vice presidente Grassini, dirigenti bancari come Renato Marnetto, presidente della SOFID. Tornano alla ribalta, passando dai seggi dei consigli di amministrazione al banco degli accusati, nomi noti per antica consuetudine con ogni affare poco limpido, purché frusciante di carta moneta, della storia e della cronaca giudiziaria della Repubblica. Su tutti emerge il banchiere di ferro, il custode del santuario delle finanze di regime, l'onorevole Giuseppe Arcaini, deputato democristiano della prima e seconda legislatura, dal 72 presidente dell' Associazione bancaria italiana, direttore generale a vita dell'Italcasse, uomo di fiducia della DC e del patriziato nero. Non a caso presidenti dell'Italcasse sono stati nell' ordine Giuseppe Della Chiesa, nipote di Papa Benedetto XV, ed Edoardo Calieri, conte di Sala Monferrato, figlio dell'ammiraglio. Tutte le erogazioni, gli anticipi, gli assegni, i mezzi di bonifico, i trasferimenti di somme negoziate o elargite con successo dall'Unione petrolifera italiana per persuadere ministri ed uomini politici sono passati dall' Italcasse, sono stati fatti materialmente circolare sotto la firma di rispetto del professionista più che navigato in materia che è Arcaini.14

"Il presidente della Camera" dice il comunicato subito emesso dopo rincontro con i pretori, "ha immediatamente consegnato gli atti all'onorevole Francesco Cattanei, presidente della Commissione inquirente, il quale ne informerà la commissione stessa nella seduta di domani 21 febbraio '74." L'approdo in parlamento di tutta la documentazione giudiziaria è stata a lungo avversata dal dottor Francesco Coco procuratore generale della Corte di Appello che, all'inizio del 74 quando la tempesta era già nell'aria, era stato con insolita procedura d'urgenza richiamato da Cagliari a Genova. Eletto a Genova, dove è stato presidente alla Provincia, è pure l'onorevole avvocato Cattanei, doroteo, nipote dell'avvocato e senatore Giorgio Bo, già ministro delle Partecipazioni statali, tanto vicino ad Enrico Mattei da essere, come suo legale, il primo ad accorrere a Bascapé. Più significativa fu la sua presenza l'indomani: recatesi al piazzale Vanoni di San Donato Milanese, sede dell'ENI, Bo apre la cassaforte del presidente Mattei e ritira tutti i documenti mai più visti in circolazione. L'onorevole Cattanei, avvocato di successo, ha un gusto analogo per la riservatezza. La foto che lo ritrae in abito solenne di cavaliere del Santo Sepolcro è un pezzo da museo iconografico, protetto dalla modestia. Nella stessa foto, alle spalle dell'onorevole Cattanei, spunta il viso sornione e la figura ben disegnata di Riccardo Garrone, nella cui cassaforte magistrati ed appuntati di Finanza hanno trovato i documenti che le Camere dovranno esaminare.


8 Cfr. Vertice economico sui problemi dell'energia, in "Il Giorno", 29 dicembre 1973.

9 La spiegazione di questa inclinazione a raffinare sta nel fatto che da ogni tonnellata di greggio si ricava un imponente stock di prodotti pregiati: 498 chilogrammi di olio combustibile; 198 di gasolio; 110 di benzina; 73 di materie plastiche; 68 di solventi; 105 di petrolio; 23 di G.P.L. ed altri gas; 19 di bitume; 11 di carburante avio per jet; 5 di lubrificante. Il prezzo di vendita più elevato è quello con il quale le compagnie offrono l'olio combustibile, che in tal modo, assicura il maggior profitto. Circa le quote di raffinazione delle varie società, è in testa l'ENI con il 50 per cento seguito dalla ESSO con il 48, Monti con il 36, la Montedison con il 21, Moratti a poco meno, Rovelli con il 10, Garrone con altrettanto, seguiti dalla Total, dall'API, dalla Mobil e via di seguito.

10 Cfr. Libro bianco sulla natura in Italia, Roma 1971 e il saggio di MARCELLO VITTORINI, Raffinerie e porti petroliferi in Italia, in "Urbanistica, n. 58. Cfr. dello stesso VITTORINI, Petrolio e potere, Padova 1974.

11 Senato della Repubblica, seduta del 18 ottobre 1971.

12 Camera dei deputati, seduta del 23 novembre 1973, interrogazione dell'onorevole Salvatore Frasca. Quello della Sir viene definito da Giuseppe D'Alema il caso più clamoroso di parassitismo industriale e di clientelismo politico", al convegno organizzato dal PCI sui problemi della chimica e svoltosi il 6 e 7 febbraio 1977. Nella relazione di D'Alema, allora vice presidente del gruppo dei deputati comunisti ed attualmente presidente della Commissione Finanze della Camera, si rileva come nel periodo 1970-74 i pareri di conformità concessi dal Cipe alla Sir ammontino al 41,3 per cento del totale, contro il 3,5 per cento della Snia, il 10 per cento della Liquigas, il 22 per cento della Montedison e il 23 per cento dell'Eni. Nel 1975 il Cipe assegna 6 miliardi alla Snia, 36 alla Montediso 48 all'Eni, 320 alla Liquigas e 256 alla Sir-Rumianca. Sempre nel 1975, il Cipe adegua ai nuovi costi i vecchi pareri di conformità in possesso della Sir, sicché il valore complessivo passa da 611 a 1.739 miliardi.

13 Cfr. ROBERTO FABIANI, Come si difende Cazzaniga, in "Panorama", 31 luglio 1975, p. 67.

14 L'elenco dettagliato di tutte le ditte e le persone implicate è contenuto nella documentatissima Proposta di ordinanza della Commissione inquirente presentata dai Commissari del PC Spagnoli, D'Angelosante, Cataldo, Coccia e dall'indipendente Galante Garrone pubblicata in I Ministri del petrolio, Editori Riuniti, Roma, 1976, pp. 21-24; 39-40; 123-124 e sgg.


Kefauver all'italiana

Già presidente della Commissione interparlamentare antimafia, all'inizio della quinta legislatura su designazione del presidente Leone, dopo un modesto tentativo di presentarsi come il "Kefauver italiano", dichiarando che si sarebbe dimesso se la commissione non avesse ultimato i suoi lavori entro il 31 dicembre del '70, l'onorevole Cattanei alla fine accetta, sotto il ricatto della non rielezione alla Camera, che le conclusioni più significative dell'inchiesta vengano rinviate a dopo il 7 maggio '72.
Rieletto, accetta di lasciare la presidenza della Commissione e di andare alla Farnesina dov'è il suo capocorrente, l'onorevole Rumor del quale diviene sottosegretario. La discrezione, ancora una volta ha vinto. Come presidente dell'Inquirente Cattanei si comporterà in modo analogo, più come innocentista riservato che come giudice imparziale. La base ideologico-costituzionale per evitare ogni eccesso gliela offre un autorevole capo corrente di sinistra del suo partito, l'onorevole Ciriaco De Mita, basista, ministro dell' Industria.

Già dall'8 febbraio '74, il ministro avellinese aveva scelto, dopo qualche infastidita reazione, la strada della riservatezza, rifiutandosi di rispondere compiutamente e per esteso ad una indiscrezione del quotidiano Il Manifesto. "Petrolio. De Mita, riceve uno stipendio dall'ENI?" domandava in prima pagina il quotidiano del PDUP. "Il fatto è talmente clamoroso che ne diamo notizia solo per indicare le due parti interessate eventualmente a smentire ogni rapporto di tipo pecuniario fra il ministro e l'azienda pubblica. " Né l'uno né l'altra parte accettarono seriamente il suggerimento. Una settimana dopo, il ministro torna sull'argomento del rapporto fra partiti e petrolieri ed espone una serie di meditate considerazioni che vanno riguardate non come una improvvisazione strumentale, ma summa neotomistica di prescrizioni morali e corpus neogarantista di norme costituzionali.15

"Il finanziamento dei partiti è un fatto stabile, una costante della vita pubblica italiana" - esordisce De Mita. "Improvvisamente si scopre che l'ENEL finanzia i partiti come se non si sapesse che questo è fra gli obblighi diciamo così subistituzionali dell'ENEL; la novità è che adesso si cerca di spiegarlo ricorrendo all'ipotesi di azione criminosa... Il male vero è che ai partiti arriva sì e no, la quinta parte di quello che viene sollecitato e riscosso a nome e per conto deì partiti."
Ma c'è qualche disfunzione, reato, errore od omissione da parte di questi ultimi? "La democrazia non può funzionare quando gli unici strumenti di controllo sono i giudizi morali della stampa, i mandati di cattura dei petrolieri e le manette dei carabinieri attivati a proposito ed a sproposito", risponde inorridito il ministro.
Qualche giorno prima aveva espresso le stesse sarcastiche opinioni al Sostituto procuratore di Roma, dottor Pianura, che era andato a chiedere notizie sui meccanismi ministeriali circa le agevolazioni ai petrolieri e se ne era tornato a mani vuote. "Il difetto del sistema sta nella mancanza di un congegno di controllo politico il quale sia in grado di vigilare sull'uso che viene fatto dei poteri discrezionali... Le assemblee legislative invece di appagarsi del loro potere censorio, mirano ad esautorare l'esecutivo...", ammonisce De Mita. Ma perché i partiti in Italia hanno bisogno di tanto denaro? chiede l'intervistatore. Se si accontentassero dell'1 per cento del reddito nazionale, si arriverebbe a 700 miliardi l'anno. Non basta?
"Basterebbe molto meno: basterebbero 160 miliardi... il guaio è nel fatto che il finanziamento non è pubblico ma clandestino, a mezza strada fra il lecito e l'illecito ed allora tutte le cifre si moltiplicano per cinque." Lo stesso giorno in cui il ministro espone le sue opinioni, la Procura generale di Roma spicca 20 avvisi di reato per altrettanti correi in affari petroliferi.
La mole del lavoro, il nitore delle spiegazioni di De Mita toccano l'onorevole Cattanei che dirige personalmente il comitato tripartito dei relatori della Commissione. Dagli interrogatori e dall'esame degli atti, risulta che l'affare del petrolio ha una consistenza di almeno 30 miliardi.
Il solo dottor Cazzaniga ha distribuito a se stesso ed agli altri, dal '63 al '72, più di 46 milioni di dollari di cui, secondo la Exxon soltanto 27 'autorizzati', perché contabilizzati nel "bilancio speciale" della compagnia. In lire italiane, alla DC sono comunque, toccati 6 miliardi, 989 milioni, 606 mila 952 lire.
Gli altri 19 milioni di dollari, sono confluiti in quota notevole, come avvertirà un'indagine successiva della Standard Oil of New Jersey struttura portante più aggiornata sulla quale si innesta la Exxon Oil, al secondo posto assoluto nella graduatoria mondiale delle multinazionali nel portafogli azioni della Liquigas, il cui autentico leader di maggioranza sarebbe non tanto Raffaele Ursini, proprietario di facciata, ma lo stesso Cazzaniga, proprietario di sostanza.

Ricevuto quattro miliardi, firmato Carrozzone

Le società petrolifere hanno, in pratica, fatto pervenire agli uomini di governo ed ai partiti, 4 miliardi e 500 milioni per ottenere contributi, disposti dal presidente Andreotti in seguito alla crisi di Suez; 9 miliardi per il differimento nel pagamento delle imposte; 10 miliardi per la riduzione della sola imposta di fabbricazione; 6 miliardi come anticipo di un pacchetto programmato di misure da adottare in futuro; 1 miliardo per l'operazione diretta a convincere l'ENEL a maggiorare il prezzo di acquisto dell'olio combustibile ed a scaricarlo sulle tariffe a carico degli utenti. Per questa ultima cospicua sovvenzione, i nomi in codice dei conti correnti dei partiti, personalmente assistiti ed agevolati dall'onorevole Arcaini, sono tra i più espressivi di tutto il vasto cifrario della corruzione italiana. Suonano, infatti, "Carrozzone numero 2"; "pupetta 3"; "mariolina 2"; "Nanda", fra i quali si celano i signori Parisini, segretario dell'onorevole Ferri; Ghedini Ferri, figlio del ministro; Costantino Belluscio, deputato, già segretario del presidente Saragat, spezzoni che galleggiano nella grande palude affollata di nominativi democristiani. Tutto il complesso meccanismo fa leva sui prezzi a carico dei consumatori e sul vantaggio delle compagnie che così lucrano 600 miliardi in 5 anni.

Il 14 luglio del 1975 il New York Times scrive di finanziamenti della Exxon al Partito comunista italiano, precisando che essi non furono consegnati al PCI ma "ad un ente per la raccolta di fondi di tale partito" che, spiega il giorno dopo l'Unità, "non esiste e non è mai esistito poiché le casse del PCI non hanno niente a che fare con quelle dei petrolieri."16

Il 6 marzo la Commissione inquirente individua i soggetti autentici contro i quali procedere: sono i ministri Andreotti, Ferrari Aggradi, Bosco, Preti, Ferri e Valsecchi. Il 7 marzo essi vengono ascoltati dalla Commissione, il giorno 8 l'onorevole Cattanei propone l'archiviazione nei confronti di Andreotti, Preti, Ferrari Aggradi, Bosco, "poiché allo stato degli atti la notizia del fatto deve ritenersi manifestamente infondata."
All'unanimità la commissione apre l'inchiesta nei confronti dei soli ministri Valsecchi e Ferri, il quale, intervistato dal settimanale Epoca, lamenta l'impunità accordata «a tutti gli altri ministri dell'Industria e del Bilancio venuti prima di me visto che l'inchiesta parte dai provvedimenti per Suez, ossia dal 1967. Non capisco", egli continua, "perché ci si sia fermati alla soglia dell'ultimo governo Rumor. Ecco, io noto che il governo Rumor, che ha affidato la materia dei prezzi al mio successore all'Industria De Mita, in pratica ha triplicato i prezzi dei prodotti petroliferi al netto dei gravami fiscali.»

L'onorevole De Mita aveva dichiarato nella sua intervista al Corriere della Sera che, a fissare il parametro per gli aumenti di petrolio, era stato un ministro più che influente nel decennio precedente sul governo della Repubblica: il senatore Silvio Gava già potente capo doroteo a Napoli e perciò intoccabile a Roma. Né lui, né De Mita vengono coinvolti come Ferri e Valsecchi che ormai escono dal giro gonfiato dei personaggi da copertina per riacquistare il loro autentico e piatto spessore.
Il 26 marzo s'inizia l'istruttoria sui fatti relativi all'ENEL. Il 24 ottobre essa viene chiusa e l'ufficio di presidenza della Commissione inquirente è delegata ad elaborare la relazione conclusiva. L'8 novembre, la maggioranza della Commissione decide di sperimentare un'eccezione dilatoria: chiede ed ottiene la unificazione di tutti i procedimenti già acquisiti con quelli ancora da istruire relativi alle raffinerie ISAB di Melilli e Garrone di San Quirico. La stampa, infatti, ed in particolare l'agenzia fascista DIES ed il quotidiano degli armatori, Il Corriere mercantile dì Genova, avevano lanciato ripetutamente la notizia che, oltre alla DC ed agli altri partiti, alcuni milioni di lire dei petrolieri erano andati ad organizzazioni siciliane del PCI per facilitare rimpianto di una raffineria in Sicilia. Benché smentito, il canard continuava a starnazzare.17
Valeva la pena di orientarne il rilancio. La manovra si trascina per oltre tre mesi e ottiene lo scopo di ritardare tutti i lavori della Commissione, la quale, intanto, muta di presidente.

Il cambio non è positivo. L'onorevole Angelo Castelli, deputato democristiano, si insedia nell'altana di Montecitorio dove ha sede la presidenza della Commissione inquirente mentre egli stesso è sotto giudizio. Appartiene infatti a quell'elenco di 70 deputati democristiani che la legge Sturzo del 15 febbraio 1953 dichiara incompatibili con l'esercizio del mandato parlamentare. Il 25 luglio del '74 la giunta delle elezioni lo dichiara a tutti gli effetti ineleggibile e reclama la dichiarazione di rinuncia, pena la incompatibilità. L'onorevole Castelli, benché così autorevolmente messo in mora, viene sostenuto univocamente dalla DC e rimane presidente (accusato) di una commissione di accusa. "Ho le mani nette", egli urla, a chi gli ricorda la situazione. "Ci si può sporcare non solo con il petrolio", gli risponde un giornalista nel Transatlantico della Camera.
Al Comune di Caravaggio, infatti, l'onorevole Castelli lascia alcuni ricordi monumentali. Suo cugino Paolo Ziglioli, assessore all'urbanistica, concede nel novembre '74, senza andare troppo per il sottile, parere positivo alla costruzione di un enorme complesso edilizio. Castelli, sindaco della città, lo avalla. Viene rilasciata la licenza edilizia. Salvatore Ziglioli, fratello dell'Assessore, lo realizza con la cooperativa Dante: valore dell'opera, un miliardo. Poco dopo, vengono alla luce singolari discordanze che immediatamente interessano la magistratura penale. Il progetto originario della cooperativa parlava di 14 villette, ma la licenza, per sfilare inosservata, le ha trasformate con un tratto ben appropriato di penna in altrettanti inoffensivi, sotterranei, garage. Il Tribunale assolve l'onorevole Castelli ma la Corte di appello di Brescia, in seconda istanza, assolve, invece, il suo accusatore definendo la gestione comunale del Castelli "tutt'affatto particolare e per nulla ortodossa."

Il 20 febbraio '75 si apre la discussione generale nella Commissione che tra imboscate e dirottamenti arriva infruttuosamente al 10 aprile. "Non abbiamo potere alcuno", svela all'improvviso, durante una delle sedute più impegnative l'onorevole Codacci Pisanelli, deputato democristiano di Lecce già interessato all'affare del tabacco. "Non possiamo sindacare l'opera dei ministri quando si tratta dei decreti legge o dei decreti ministeriali. "Se questo divieto ci fosse", commenta l'onorevole Ugo Spagnoli, vicepresidente comunista della commissione, "i ministri verrebbero dichiarati sacri ed inviolabili come sovrani medioevali e noi blasfemi passibili di squartamento o di pena capitale." Nonostante il carattere peregrino della richiesta democristiana, si apre un dibattito che il 23 aprile si riesce a chiudere a fatica. La richiesta di Codacci Pisanelli è respinta ma di misura, per un solo voto. Continuando l'azione ritardatrice della maggioranza stabilmente sostenuta dalla destra nei momenti cruciali, l'onorevole Spagnoli presenta, a nome dei parlamentari comunisti e della Sinistra indipendente, un documento articolato di accusa su tutta la vicenda e su tutti i 90 indiziati.

Passano solo poche ore ed il giorno dopo, 22 maggio, con tempestività improvvisa e del tutto inedita, la maggioranza della Commissione, compatta, respinge punto per punto il documento Spagnoli. L'onorevole Castelli ha condotto così in porto la difficile operazione di giungere con un nulla di fatto alle elezioni del 15 giugno 1975. "Una simile vicenda", commenta Il Manifesto

non può essere ridotta alla corruzione individuale di qualche amministratore della cosa pubblica, investe, cioè, tutta la intera macchina governativa e legislativa del paese e il sistema clientelare dei partiti al potere... Se si lascia in piedi, questa macchina, cioè il potere democristiano, non solo si sana allegramente un simile passato ma non si vede perché l'avvenire dovrebbe essere diverso."18
Rioccupati seggio e poltrona presidenziale, l'onorevole Castelli presenta finalmente il 25 settembre un documento di imputazione riservato agli ex ministri Ferri e Valsecchi, abbandonati provvisoriamente dai loro ma non da tutti e, per correità, esteso ai petrolieri, al dottor Cittadini, segretario di Cazzaniga, ai segretari amministrativi dei partiti, al dottar Pignatelli della Gulf ed al signor Ravanello, portaborse dell'ex ministro Ferri. L'onorevole democristiano Ernesto Pucci, già individuato come uno dei destinatari nella distribuzione dei "fondi neri" della Montediso compare anche nelle elargizioni delle compagnie petrolifere ma risentito e zelante dichiara e perciò conferma che il versamento di 200 milioni ritrovato sul suo conto personale va inteso come "riscossione in nome e per conto della DC."
Vengono coinvolti anche i funzionari dell'ENEL Di Cagno, Grassini, Benedetti e Canta. Lo sfoltimento quantitativo (da 90 imputati a meno di 20) e qualitativo (la declassazione dei reati) è un traguardo ormai a portata di voto, anche se, nel corso del dibattito, vengono inclusi come imputati, per concorso in corruzione, i dirigenti bancari Arcaini, Nardone e Marnetto dirigenti dell'ICRRI e della SOFID. Il capo d'imputazione è redatto in modo da circoscriverlo ai soli Ferri e Valsecchi e viene formulato in forma addirittura paradossale. Allo scopo di sfumare e defilare dietro cortine impenetrabili la responsabilità di altri notissimi uomini politici, a cominciare dall'onorevole Andreotti, costoro vengono designati come ignoti ed appositamente viene usata la dizione "pubblici ufficiali non ancora identificati", benché si tratti, inequivocabilmente, di ministri della Repubblica ed il 24 febbraio la Commissione arriva alla fine della fase preparatoria per la messa in stato di accusa: due anni esatti di procedura per raggiungere risultati decisamente insufficienti. Qualcosa, non più di tanto, si è mosso in positivo: Garrone viene multato per esportazione clandestina di valuta con 179 milioni di lire di ammenda.
Ma alla frontiera di Ponte Chiasso vi sono altri incontri interessanti.


15 Legame immaginario, intervista di Cesare Zappulli con il ministro Ciriaco De Mita, "Il Corriere della Sera", 14 febbraio 1974, pp. 1-2.

16 Fare piena luce, in "l'Unità", 15 luglio 1975, p. 1.

17 Nuova secca smentita, in "l'Unità", 5 aprile 1974.

18 Una macchina da demolire, in "Il Manifesto", 5 giugno 1975, p. 1.


La signora cerca casa

Il commerciante toscano Furio Lorenzo Tintori quarantanovenne si presenta al valico di frontiera. "Avete qualcosa da dichiarare?" chiedono professionalmente gli agenti della Guardia di Finanza. "Effetti personali" è la risposta unanime dei tre personaggi che, oltre al Tintori, occupano la vistosa Alfa 2000 in transito. In una valigetta tipo ventiquattr'ore, viene, però, effettuata una scoperta interessante: un primo assegno bancario per 1 milione e 960 mila dollari USA a favore della società con sede a Bruxelles; un secondo assegno bancario per altri 50 mila dollari; un altro assegno per 30 milioni di lire italiane.
"Documenti di notevole interesse valutario", sequestrati nell'occasione, consentono di affermare che il Tintori fa parte delle carovane di viaggiatori indaffarati verso Chiasso dove opera una banca di recente istituzione che rastrella lire e le riesporta in tutta Europa, per cambiarle in marchi, scellini, franchi. Il ritmo di esportazione di valuta accertato nel '74 è di 3 mila miliardi di lire attraverso un sistema bancario che agisce nei due sensi, da e per l'estero e che usa due canali: la vendita a società multinazionali come nel caso della Barilla che affida la confezione della pasta napoletana alla Grace Corporation nord-americana o il trasporto attraverso terminali che si identificano anche nell'esempio Tintori.
Dopo ricerche più attente, il personaggio si fa meno anonimo e nuovamente si sente odor di petrolio. Il Tintori è conduttore di un negozio di lignite ed antracite in via delle Grazie a Livorno ed anche di un deposito di gasolio in via Popogna nella stessa città e fuori, a Rosignano. Non è difficile stabilire, come infatti effettivamente si accerta, che il viaggiatore che mente alla Guardia di Finanza ha le mani in pasta nella SAROM, la società del petroliere Monti la quale mente all'intero sistema fiscale nazionale.

Nel 76, un analogo procedimento per sospetto a frode valutaria viene archiviato dal sottosegretario al Tesoro, l'onorevole democristiano Francesco Fabbri, deputato di Treviso. L'inchiesta è durata due anni, da quando, il 18 aprile '74, una signora venne fermata alla stessa frontiera di Ponte Chiasso con documenti valutari non in regola. Durante l'interrogatorio e la successiva perquisizione in "sala visite", la signora, dopo aver dichiarato di avere con sé soltanto 15 mila lire in banconote italiane, è costretta a consegnare un'altra busta dalla quale fuoriescono estratti bancari di movimento titoli, estratti conto, situazioni deposito rappresentativi di un credito di 224 mila franchi svizzeri presso la Banca delia Svizzera italiana. Il tutto è intestato ad un conto corrente anonimo contrassegnato dalla sigla "19338 FRA.CA."
Invitata a declinare le Proprie generalità la signora detta: "Anna Maria Vancini." Richiesta del cognome da sposata, replica con qualche imbarazzo: "Cattanei" e precisa "Mio marito è sottosegretario al Ministero degli esteri." Le viene concesso di telefonare a Roma con linea di Stato, con precedenza assoluta. Il marito da Roma, immediatamente rintracciato, conferisce con il responsabile locale dell'Ufficio cambi e la signora riparte subito dopo.

Per mesi, a fini valutari e penali, si cerca di stabilire il senso della sigla FRA.CA, quando, inopinatamente, si fa avanti un appaltatore italiano di opere pubbliche residente a Berna, signor Peppino Vigoni il quale svela la sciarada. La sigla FRA.CA significa 'Franchi-Casa', ossia franchi svizzeri destinati dalla signora Cattanei alla costruzione di una casa in Svizzera, progettata dal Vigoni. Neppure la signora se ne era mai ricordata in tutti i due anni di indagine o nell'interrogatorio subìto alla frontiera. L'onorevole Fabbri, persuaso, coscienziosamente, avalla.
La Guardia di finanza, isolata, continua ad ipotizzare, ma senza nessuna efficacia pratica, la soluzione più ovvia: FRA.CA, ovvero Francesco Cattanei.

Qualcos'altro, infine, ma in negativo, si muove ugualmente sul fronte generale del petrolio. Da Genova vengono trasferiti sei ufficiali della Guardia di finanza che sono il colonnello Ennio Lorenzini, i capitani Angelo Panca, Michele Di Giacomo, Ugo Pierucci, i tenenti Francesco Petrarca ed Alberto Bevilacqua. "I trasferimenti rientrano nel quadro dei normali avvicendamenti dei quadri dell'arma", assicura il colonnello Di Rella, comandante la legione di Genova. Nello stesso periodo cambia lavoro e passa ad altra sezione il dottor Carlo Brusco, pretore. Tutti assieme avevano avviato e portato avanti l'inchiesta sulle tangenti dei petrolieri a partiti ed uomini politici della maggioranza parlamentare. Tutti i trasferiti avevano questo precedente imbarazzante.

Appena giunto a Genova, aveva mosso vivaci ed irate critiche sia contro la Guardia di finanza che contro il Pretore capo, consigliere Piacentini, giudicato troppo permissivo nei confronti delle iniziative dei "pretori d'assalto", proprio quel Francesco Coco, nuovo procuratore generale che, seppure a distanza di tempo, vedeva riconosciute, con i trasferimenti, le sue "superiori" doglianze.19

Il suo anticipato insediamento nell'Ufficio della procura genovese era stato personalmente diretto dal vice presidente del Consiglio della magistratura, l'onorevole Giacinto Bosco19.
Giorgio Galli, nella sua biografia politica di Enrico Mattei, segnala la seguente significativa sequenza di date e di fatti: nel settembre 1970 scompare Mauro De Mauro, che sta indagando sulla morte di Mattei. Il 5 maggio 1971, quando Cefis è da poco alla direzione della Montedison, viene ucciso Giuseppe Scaglione procuratore generale di Palermo, che si occupa del caso De Mauro. Sull'attentato a Scaglione è mandato a indagare Francesco Coco, della procura di Genova. Nel gennaio 1974 scoppia lo scandalo del petrolio. Coco rientrato a Genova tenta di bloccare i pretori. La tragica sequenza è stata chiusa, forse in modo non casuale, l'8 giugno 1976 quando Francesco Coco cade sotto le raffiche di attentatori che si proclamano delle Brigate rosse.

Un Bosco a mare

Docente di diritto internazionale, indipendente di destra, collegato nell'elezione del 1948 con tutti i candidati fascisti della Regione, al momento dell'arrivo del dottor Coco, Giacinto Bosco era fra gli ex ministri indiziati del petrolio e, quindi, interessato ad impedire "speculazioni di pretori politicizzati." Al palazzo dei marescialli, sede del consiglio superiore, il senatore era arrivato sull'onda di meriti indiscussi nell'esercizio di pubbliche funzioni, petrolifere e civili. Per meriti acquisiti nel sostenere la legge elettorale maggioritaria del '53, Bosco era stato trasformato in candidato democristiano nei due collegi casertani di Santa Maria Capua Vetere e Piedimonte d'Alife. Sconfitto in entrambi, approdò egualmente a Montecitorio ma per la rinuncia di un altro candidato monarchico nelle liste napoletane della DC per la Camera, il generale piemontese Luigi Chatrian, gradito al cardinale Ascalesi, filofascista, che aveva optato per il Senato ed era quindi entrato nel governo.

Con una nota consorteria di speculatori edilizi, i fratelli Coppola, originari appunto di Aversa e della zona dei Mazzoni, famigerata per il ripetersi di violenze camorriste, l'onorevole Bosco è notoriamente in contatto quotidiano di affari, contatto che egli del resto esibisce ad ogni occasione, durante feste patronali, comizi, inaugurazioni, soggiorni nel grande complesso turistico balneare che è stato costruito dai Coppola dove non poteva sorgere. I Coppola, infatti, iniziano nel 1963 (Leone presidente del Consiglio; Bosco Guardasigilli) a costruire oltre 15 mila vani, torri alte 40 metri, villini uni e plurifamiliari, cinema, altri grattacieli sparsi e li chiamano "Villaggio Pineta Mare", occupando aree demaniali indisponibili dello Stato ed usurpando quelle del comune di Castelvolturno, in località Vecchia e Nuova Foce del Regi Lagni, Sopra La Marchesa, Doña Martinez, retaggio di vincoli feudali imposti da Francesco D'Aragona. Recintano la zona con una chiudenda impenetrabile di pali e di filo spinato, la proteggono con una polizia speciale armata che inibisce l'ingresso a chi non è acquirente di alloggi, interrano gli sbocchi dei canali borbonici, sbarrano tutta la spiaggia scaricando a mare i brevi tratti di fogna, si annettono circa cinque chilometri di una splendida pineta che aveva resistito alle scorribande persino dei pirati saraceni. I Coppola s'impadroniscono, attraverso il corpo forestale dello Stato, di 15 ettari di terreno valutato a 15 mila lire al metro quadrato che pagano assai meno della metà, costruiscono senza il permesso della Sovrintendenza, vanificano ogni prescrizione urbanistica, riescono a farsi intestare, a posteriori, 51 numeri di licenze comunali inesistenti e ad ottenerne altre 47 nella sola seduta di poche ore del 12 settembre '73 ed altre 194 nella sola seduta del 14 marzo 1974.20

Il senatore Bosco, ministro fanfaniano del Lavoro e poi delle Finanze, vigila sul posto, interviene da Roma. Nel 1969, quando la società Coppola aumenta il proprio capitale da 30 a 300 milioni, la famiglia Bosco partecipa con 152 milioni. A Roma, dalla scrivania di Quintino Sella, il ministro Bosco con la destra firma decreti che alleggeriscono il peso fiscale per i petrolieri a danno dei consumatori, con la sinistra alleggerisce quello a carico dei Coppola per i quali una multa tributaria viene ridotta, manu ministeriale, da 640 a 30 milioni. In cambio, nel 1968 viene eletto con ben 120 mila voti di preferenza Manfredi Bosco, figlio di Giacinto, sorretto da una mobilitazione generale dell'apparato pubblico e privato sotto la guida esperta dei capielettori fratelli Coppola.

Quando accade una tragedia ed un uomo viene ucciso nel bar dei Cacciatori di Castelvolturno a conclusione di una rissa fra accusatori da una parte e guardiaspalle dei Coppola dall'altra, da Caserta, interviene a normalizzare la situazione il nuovo questore, il dottor Colombo, fratello dell'onorevole Emilio, presidente del Consiglio.